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New England e New York City: il nostro itinerario

Stavo scrivendo una mail in cui raccontavo del nostro itinerario nel New England, maturato dopo varie operazioni di taglio e cucito che mi hanno fatto sentire più come una sarta che non come una moderna esploratrice del mondo, e ho pensato che forse sarebbe potuto essere utile farne un post per il blog.

Ho ripensato al tempo speso leggendo la qualunque sull’argomento, ai dubbi e alle incertezze che ci hanno “tormentato” fino a quando, stufi di tutti i “se” e i “ma” del caso, abbiamo buttato via guide e mappe e ci siamo lasciati guidare dall’istinto e dalle questioni pratiche: il numero di giorni e il budget a disposizione, le tappe fondamentali (il Vermont, l’Acadia National Park, Boston e qualche giorno pieno a New York City) e un po’ di buonsenso che, in ogni caso non ci ha evitato una giornata in cui abbiamo percorso senza soste circa 400 km. Considerando che è proprio vero che non tutte le ciambelle vengono con il buco e, soprattutto, che la morigeratezza non è la caratteristica che più mi contraddistingue, direi che siamo stati fin troppo bravi con l’organizzazione del percorso! Ne è risultato un viaggio splendido, che mi fa piacere, a qualche anno di distanza, condividere con chiunque decida di partire alla scoperta di questo angolo atipico degli USA e che stia pertanto racimolando in rete qualche informazione. O semplicemente, con chiunque abbia voglia di leggere di viaggi e delle emozioni e avventure ad essi connesse.

Intanto, ecco la mappa del viaggio con le tappe principali. I km sono stati molti, molti di più, arrivando a superare di poco i 3000 in diciassette giorni, di cui quattro trascorsi senza spostarci da New York. Insomma, comunque la si guardi, tantini…

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Siamo arrivati di pomeriggio, in perfetto orario, al JFK, e, nell’ordine:

  • abbiamo sbagliato clamorosamente il terminal del noleggio delle auto,
  • fatto due volte il giro sul trenino (bello l’aeroporto, eh… però… magari la prossima volta un po’ meno giri…),
  • recuperato finalmente l’auto,
  • inchiodato all’entrata dell’autostrada per colpa del cambio automatico,
  • sbagliato uscita a NYC perdendoci, così, nel Bronx durante una festa latinoamericana (era tutto transennato e c’erano poliziotti piuttosto incazzati ovunque),
  • e imboccato, finalmente, la strada corretta in direzione della nostra prima tappa: Palenville, Stato di NY.

Abbiamo alloggiato in un B&B (The Clark House) carinissimo. A Palenville non c’è molto, è stata più che altro solo una tappa di passaggio. Anche senza le peripezie per uscire dall’aeroporto prima e da NYC dopo, sarebbe stato impossibile arrivare fino alla prima, vera meta del nostro on the road: il Berkshires.

A conti fatti, la sosta si è rivelata molto piacevole e abbiamo fatto una scappata pure nelle Catskills Mountain, avendo così il nostro primo assaggio di parco americano, anche se piccolissimo. Ci siamo seduti in riva a un laghetto, scattato qualche fotografia e respirato l’aria fresca di montagna osservando i turisti locali, in campeggio con le famiglie. Tutto molto riposante dopo la stanchezza e le emozioni della giornata precedente.

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Prima di pranzo siamo partiti alla volta di Williamstown, Massachusetts occidentale, dove abbiamo soggiornato nello splendido B&B House On Main Street… meraviglioso… come la cittadina, che è prettamente universitaria. Noi eravamo lì in agosto, e sembrava un paradiso….

Al di là della cura della cittadina (e dell’intera zona), la colazione della mattina, condivisa con gli altri ospiti del bed and breakfast, è stata la vera chicca. I commensali, tutti americani, ci guardavano sbalorditi per il viaggio intrapreso e perché avremmo visitato dei luoghi di cui loro ignoravano l’esistenza fino a quella mattina. Una simpatica vecchina newyorkese, che avrà avuto circa 1000 anni e che un po’ ci ricordava Zia Yetta del telefilm “La Tata”, ci ha anche dato il suo bigliettino da visita nel caso ne avessimo avuto bisogno una volta arrivati a Manhattan. Ancora lo conserviamo come se fosse sacro.

In giornata, abbiamo girato un po’ il Berkshires, a zonzo, senza una meta precisa e ci siamo innamorati di ogni edificio, prato, staccionata e negozietto.

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Il giorno seguente siamo partiti per il Vermont, forse lo Stato che più mi è rimasto nel cuore.

Burlington, dove abbiamo pernottato, è molto carina, anche se ha piovuto tutta sera. La cosa straordinaria, la vera attività nella zona, è andare a caccia di ponti coperti e di fienili nella zona circostante. Ci sono alcuni scorci da cartolina e ovunque si sente profumo di sciroppo d’acero e mirtilli. A Burlington abbiamo dormito all’Holiday Inn South Burlington, una garanzia: catena molto seria, pulita, con un rapporto qualità/prezzo onesto.

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Suggerisco, nel caso, un passaggio da Warren… una cittadina micro con diversi ponti coperti (tra i più antichi ed originali) e scorci suggestivi. Una menzione particolare va al Warren Store che è una drogheria/cafè che vende prodotti tipici della zona e dove si può consumare un pasto veloce e genuino guardando le cascate che stanno alle spalle di questa deliziosa costruzione. Un’oasi di pace. Uno dei momenti più rilassanti del viaggio.

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Questa cartina era esposta nel Warren Store. A seconda della provenienza, bisogna mettere una puntina colorata sulla mappa. Se fate attenzione, ci siamo anche noi, a modo nostro…

 

Da lì, ci siamo mossi per la tappa più assurda del nostro viaggio: il New Hampshire. E’ lo stato più razzista e tradizionalista degli USA. Ha una media di abitanti “non autoctoni” bassissima e la più alta come numero di armi pro capite. Ovunque siamo stati guardati come se fossimo degli alieni, probabilmente perché si saranno chiesti che cavolo ci facessimo lì. Forse, entrare nelle cittadine in stile Wayward Pines con i finestrini abbassati e il cd di Billy Idol (esattamente questa canzone) a tutto volume non ha aiutato in questo processo di accettazione e costruzione di reciproca fiducia… Fatemici pensare un attimo…. no, probabilmente, no!

Comunque, all’inizio qualche dubbio è venuto anche noi ma dovevamo passarci per forza, perchè la tirata Burlington-Maine sarebbe stata categoricamente IMPOSSIBILE! Ora, con il senno di poi, mi sento di aggiungere un “e per fortuna!”.

Quel giorno ha diluviato ma noi, contrariamente a qualsiasi bassa aspettativa nutrita, siamo riusciti a goderci la giornata tra i diversi laghi: avremmo dovuto percorrere circa 100 miglia tra Burlington e Lincoln (dove abbiamo pernottato al Parker’s Motel – un luogo assurdo, alla Tarantino… che esperienza!!!) e invece ne abbiamo fatte circa 300. Tanta, tanta strada. La zona di Wolfeboro è pazzesca anche sotto la più forte pioggia mai presa (ad eccezione di quella di Saint Malo di tre estati fa dove volevamo comprarci un canotto e girare la cittadina via acqua), figuriamoci come sarebbe potuta essere con il sole. Alla fine, zuppi e distrutti ma davvero felici della giornata trascorsa, con un buio surreale e la strada piena di rami spezzati e foglie trascinate dal vento, siamo arrivati al nostro mitico alloggio. Sarebbe stato il caso di dormire sollevati dal letto, fare la doccia vestiti e lasciare le valigie in auto perché l’igiene non era proprio di casa e qualsiasi cosa sapeva di cimici dei letti e macchie non ben identificate. Come se non bastasse, la coppia con la camera sopra la nostra stanza ha fatto i numeri a letto per più di un’ora (complimentoni, ragazzi! Avete pensato a una carriera nel campo dei film porno?!?) e il lampadario, già storto all’origine e situato proprio sopra le nostre teste, ha dato segno diverse volte di volerci cadere addosso. Un incubo, a pensarci bene, ma in realtà ci siamo divertiti come dei matti. Sono questi momenti che rendono speciale davvero un viaggio, quelli per cui vale la pena sbattersi tanto, spendere ancora di più, trascorrere le poche settimane di vacanza tribulando, invece che oziare su una spiaggia in attesa del gioco aperitivo (VADE RETRO, SATANA!!!).

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Ci tengo a precisare che il colore di questa foto non è in nessun modo alterato dalla post produzione. Dopo una giornata di pioggia, fotografando il lago al primo spiraglio di sole all’ora del tramonto, questo è il risultato di quello scatto che non ho voluto alterare. Misteri della natura o della mia incompetenza tecnica con la macchina fotografica!

 

 

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Da Lincoln, attraversando le White Mountains e percorrendo una strada bellissima, ci siamo spostati nel Maine. E’ stata la tratta più lunga obbligata (quella del giorno prima è stata una scelta nostra), 250 miglia circa, percorse con calma gustandoci il panorama.

Siamo andati diretti a Bar Harbour dove abbiamo pernottato due notti al Quality Inn.

Appena arrivati, siamo stati investiti da una nebbia degna di un film horror. Come dire… prima la cittadina c’era (e c’erano pure i 25° che ci hanno fatto uscire in t-shirt e felpina) e poi, in 5 minuti d’orologio, era sparito tutto. Siamo corsi a comprarci un giubbino perché l’hotel era troppo lontano e a gustarci due (!!!) favolose clam chowder per scaldarci e riprenderci dallo spavento. Surreale! Tralascerò di aver costretto Federico a bere un Blueberry Punch pensando al punch al mandarino made-in-Barbieri che viene bevuto caldo nei nostrani pomeriggi invernali. Il punch americano è un bibitozzo alcolico servito in una montagna infinita di ghiaccio. Ora, provateci voi, dopo una cena in cui avete cercato di scaldarvi con ogni pietanza possibile sul menù, compreso la tentazione di lanciarvi la zuppa di vongole dentro la biancheria intima per alzare un po’ la temperatura corporea, a bere un secchiello alcolico di ghiaccio… avanti. Ma soprattutto, provate a sopravvivere dopo averlo fatto bere a vostro marito che sognava di assaggiare uno dei bourbon tipici della zona e che voi avete fatto desistere con false promesse circa le proprietà riscaldanti del punch!!! Ops…

Aneddoti “pericolosi” a parte, il giorno successivo lo abbiamo dedicato all’esplorazione dell’Acadia National Park che, da sola, vale il viaggio.

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L’abbiamo girato in lungo e in largo e poi siamo ripartiti verso Boston, fermandoci in giornata a Portland (molto interessante, consiglio una visita… non so un pernottamento).

La cittadina è molto carina e noi volevamo assolutamente fare una sosta in un diner (Becky’s) dove un caro amico fotografo era capitato per caso qualche anno prima quando era giunto nel Maine per scattare ad un matrimonio (consiglio di dare un’occhiata alle foto di quell’evento… nonostante le differenze culturali tra europei e americani, durante i matrimoni siamo davvero tutti simili…) e proprio qui aveva trovato un pescatore di aragoste, l’unico, disposto a portarlo con sé durante l’uscita in barca della notte successiva. Nel locale sono ancora appese le fotografie di Gabriele (Gabriele Lopez, qui una raccolta di scatti personali e qui il blog commerciale…agli appassionati di fotografia, consiglio di guardare le gallery. Io lo trovo straordinario) e, per noi che lo ammiriamo tanto, è stato davvero un’emozione vederle lì, a migliaia di km dall’Italia, dalla parte opposta dell’Oceano sul quale sono state scattate. Inoltre, sempre a Portland, c’è il faro più antico degli interi States e una bellissima passeggiata sul porto.

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Nel tardo pomeriggio, siamo ripartiti per Boston, Massachusetts orientale, dove ci siamo fermati tre notti allo Hyatt Regency (centrale, costoso, lussuoso, ma ci voleva….. abbiamo compensato il motel di Lincoln, credo).

La città è bellissima e le nostre aspettative non sono state affatto disattese. Europea in ogni sua fibra, elegante, pacata, colta… Il centro è girabile a piedi, Beacon Hill sembra un quartiere di Londra, il Boston Common, scoiattoli assassini a parte, un paradiso per rilassarsi un po’… In due giorni, ci siamo distrutti camminando, tanto che, arrivati alla quindicesima e penultima tappa del Freedom Trail, un must per chiunque decida di visitare la città, ci siamo arresi e siamo tornati indietro troppo stanchi per arrivare in fondo. Siamo stati pessimi, lo so. Ma davvero non ce la facevamo più. Siamo anche capitati nel mezzo di una manifestazione di italoamericani in processione per il North End, la Little Italy locale, in onore di Sant’Antonio da Padova. Vi lascio immaginare il folclore e il caos…

Mettetevi una mano sulla coscienza, immaginate la stanchezza, il trambusto e chiedetevi se è il caso di giudicarci per non aver portato a termine il percorso!!! Avanti, fatelo!

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Dopo 3 giorni belli pieni, siamo ripartiti per la penisola di Cape Code, ancora Massachusetts (anche se io ancora non mi capacito che non si tratti di Rhode Island e tutte le volte che ne parlo devo andare a controllare!!!), dove abbiamo soggiornato a Hyannis, al Cape Codder Resort (senza infamia, nè lode). Forse sarebbe stato più carina come esperienza se non avessero riempito ogni bacheca di avvisi allarmisti circa la possibilità di trovare delle cimidi dei letti nelle lenzuola. Il giorno successivo, abbiamo visto le foche al Race Point Lighthouse insieme a uno dei tramonti più spettacolari di sempre, cenato a Provincetown, cittadina famosa, tra le altre cose, per aver dato i natali al Gay Pride (che lì si svolge ininterrottamente praticamente per tutto agosto), che è carina, colorata, folcloristica, vivace…. ammirato paesaggi da film e fotografato alcune delle più alte dune della costa. Tutto molto piacevole ma, per i nostri gusti, non all’altezza di Boston, né gli Stati interni visitati fino a quel punto del viaggio… Non siamo riusciti a visitare le isole anche se Martha’s Vineyard ci ispirava moltissimo e avremmo avuto tempo di andarci, ma abbiamo preferito fermarci mezza giornata in spiaggia in zona Dennis Port… io mi sono ustionata così tanto che piangevo dal male……. del resto, se passo un’intera mattinata con i piedi a mollo e senza crema, non posso mica pretendere di uscirne illesa, no?!? Le spiagge lì sono interminabili, il cielo sembra dipinto da un impressionista e ogni signora del luogo ti ricorda l’arguta, nonché un po’ “iettante”, Signora Fletcher. Piacevole ma non irripetibile.

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Quei profili che increspano la superficie dell’Oceano sono foche!!! Passavano, rallentavano, osservavano curiose i turisti e proseguivano…

 

Da lì ci siamo spostati alla più grande scoperta della nostra vacanza (oltre al Vermont, chiaro!): Newport, Rhode Island, che ci ha lasciato a bocca aperta.

La perla assoluta di quella tappa è stato senza dubbio il Viking Hotel. Ora, noi abbiamo fatto diversi safari in Africa e alcuni dei lodge dove abbiamo dormito erano stratosferici, ma nulla ci aveva preparato al Vikings. Nel 2014, il cambio era molto più favorevole di ora e ne abbiamo approfittato per toglierci qualche sfizio (diciamo che poi abbiamo mangiato pane e salame per un anno intero per rientrare dalle spese folli di questo viaggio). Un nostro amico, che fa il consulente di viaggio in un’agenzia di Milano (ci appoggiamo a lui per tutte le prenotazioni di viaggi del genere perché, seguendo le nostre indicazioni su mete e tappe degli on the road, riesce sempre a scovare le tariffe migliori in posti fighi grazie ai suoi “potenti mezzi”), ci ha proposto questa struttura senza avvisarci del livello complessivo del posto. Quando siamo arrivati davanti all’hotel, siamo rimasti a bocca aperta. Abbiamo pensato di aver sbagliato posto. Ci sembrava di essere in un film ambientato ai tempi di Sabrina e di essere dei ricchi industriali americani, in vacanza in quello che è il rifugio dei newyorkesi colti, benestanti, dalle ruspanti carriere o dalle nobili origini europee.

Anche se abbiamo avuto la tentazione di passare tutta la giornata dentro al Vikings, ci siamo fatti forza e abbiamo visitato la cittadina e, soprattutto, la Cliff Walk. Ogni proprietà incontrata lungo questa passeggiata a picco sull’Oceano ci ha fatto sognare gli sfarzi dei decenni passati in cui, quelle stesse dimore, erano teatro di scintillanti party e sontuose esistenze. Noi abbiamo visitato la più celebre, l’inimitabile e irraggiungibile The Breakers. Tutti gli altri edifici hanno fatto a gara per superarla, ma nessun’altra storica famiglia è riuscita a superare i Vanderbilt degli anni d’oro.

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Al termine della visita, molto ben organizzata, ci siamo seduti nel parco della proprietà e, per caso, lì abbiamo trovato un peluche, nuovissimo, con tanto di cartellino, del simpaticissimo Tiny, the T-Rex, probabilmente perso da qualche bambino in visita alla villa. Lo abbiamo adottato, facendolo diventare la mascotte di ogni nostro viaggio e immaginandolo come un post adolescente un po’ viziato e lamentoso che non è mai felice delle nostre scelte in fatto di mete e di tipi di viaggi, e instaurando con lui folli dialoghi inventati. Lo so, è una cosa da pazzi, ma ci fa tanto ridere e ci fa sentire un po’ meno la mancanza dei nostri mici quando siamo lontani da casa. Inutile specificare che lo abbiamo chiamato… Vanderbilt! Sarà per questo che si è montato la testa?!? Un giorno mi piacerebbe scrivere dei suoi incredibili viaggi, reali e mentali…

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Dice che la villa è sua, ma secondo me non è così. Nel caso, potremmo chiedere un riscatto!
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Qui si cimenta con l’interpretazione della celeberrima scena del primo Jurassic Park, quando il T-Rex rincorre l’auto e un ferito e fichissimo Jeff Goldbloom lo vedo avvicinarsi dal finestrino. Perdonatelo, è un burlone…

Infine, attraversando il Connecticut senza fermarci se non per una sosta veloce, siamo arrivati a New York, dove abbiamo lasciato l’auto e raggiunto in taxi l’hotel che avevamo prenotato autonomamente (The GEM Hotel Chelsea). Per me era tassativo evitare di dormire in zona Times Square negli albergoni giganteschi e brulicanti di comitive e famiglie chiassose. Il nostro hotel era piccolo, meraviglioso e in una zona splendida. Aveva una terrazza raccolta e illuminata da una piccola fila di lucine e da cui si godeva di una splendida vista sull’Empire State Building. I nostri dopo cena newyorkesi li abbiamo trascorsi tutti lì, a riprenderci dalle fatiche delle giornate piene e a elaborare quanto visto in quelle due settimane e poco più di viaggio. Ai tempi, l’hotel era costato circa 800 euro per 5 notti; ora ne costa quasi il doppio. Inavvicinabile! E’ stato bello averne approfittato nel momento opportuno.

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A NYC siamo arrivati in mattinata e siamo ripartiti in tarda serata trascorrendo quindi in città 6 giorni pieni. Se non si è mai stati nella Grande Mela, e ci si approda dopo aver trascorso due settimane nel New England, avviso che si potrebbe rimanere fortemente spiazzati. So di averlo già scritto in un altro articolo, ma ripensando al primo impatto con Manhattan per scrivere questo, mi sembra di avvertire ancora fortissima quella sensazione altamente disturbante e destabilizzante che mi ha colto, come un sogno che finisce bruscamente al suono della sveglia mattutina. Un orrore! Al nord tutto è tranquillo, calmo, curato, profumato… a misura d’uomo. La furia degli elementi (gli acquazzoni, la nebbia, l’Oceano impetuoso…) non riescono a togliere quella patina fiabesca al contesto. La scontrosità degli abitanti del Maine e la diffidenza di quelli del New Hampshire sembrano accoglienza e benevolenza rispetto all’indifferenza dell’abitante medio di New York che corre di qui e di lì senza sosta, tutto il giorno, che quasi ti calpesta senza accorgersi di averlo fatto. La città ti disorienta e ti infastidisce tantissimo anche se ci si prepara per anni per quell’incontro attraverso i mille film, romanzi, serie tv, fotografie. Io mi sono sentita sradicata. Tuttavia, dopo qualche ora di permanenza, ne comprendi la grandiosità e inizi a farne parte. Ti muovi insieme al flusso della folla, fermi i taxi al volo, non sbagli più la direzione della metropolitana, scegli al volo i ristoranti e i cafè in cui consumare i tuoi pasti senza sbagliare, azzecchi le strade come se le percorressi da sempre, riconosci gli edifici guardandone anche solo il portone di ingresso… insomma, tu diventi New York e New York diventa te. E’ grandioso. La prospettiva del viaggio cambia come cambiano i colori con i quali percepisci la realtà. Le fotografie non sono più a colori, ma diventano in bianco e nero, in modo naturale. Sotto pelle avverti come delle piccole scariche elettriche e la smania di vedere, di fare, di visitare, di vivere l’Empire City ti prende e non puoi fare a meno di assecondarla. Diventi urbano e cosmopolita come tutto ciò che ti circonda.

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Chi è arrivato fin qui nella lettura di questo post forse è in procinto di partire per il New England, forse ha già prenotato tutto o forse no. Per essere utile fino in fondo, allora, preciso che, di tutto quello visitato, io rifarei tutto aggiungendo, probabilmente, una notta sulla costa del Maine, in zona Portland o una nella zona dei laghi a Wolfeboro, incrociando le dita e pregando per un tempo un po’ più clemente.

Per risparmiare qualcosa sugli alloggi, ci sono i Motel 6. E’ forse la catena più economica degli USA e ha una qualità accettabile. Noi non ci siamo stati, ma dovrebbero essercene anche nella zona e dicono che abbiano un rapporto qualità/prezzo sostenibile. Del resto, dopo il famigerato Parker’s (che su Booking ha un punteggio di ben 8.0 – pazzi!!!!!!!), penso che neppure il Bates Motel ci possa fare più né caldo, né freddo. Quindi, avete prenotato? Che aspettate a farlo? Il New England e la Grande Mela aspettano solo voi… Portate loro i miei saluti e tranquillizzateli: torneremo, prima o poi.

PS: voglio ringraziare Claudia di Voce del Verbo Partire. Questo post è nato da una mail che stavo scrivendo a lei per raccontarle del nostro itinerario. Mi è venuto in mente che avrei potuto farne un articolo per il blog e gliel’ho accennato. Mi ha motivata così tanto che è riuscita a farmi fare qualcosa che non ho avuto voglia tempo di realizzare in 3 anni e mezzo: condividere itinerario e impressioni. E’ stato facilissimo oggi farlo, in un pomeriggio, scrivendo di getto tutto questo. Un po’ meno semplice è stato scegliere le fotografie. E’ passato troppo tempo, io sono cambiata, il mio modo di fotografare, anche. Ho dovuto impegnarmi per cercare scatti che mi rappresentassero allora e che lo facciano tutt’ora. Spero di esserci riuscita, non ne sono convinta.

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#MyTravelRulez… molte idee e per niente confuse!!!

Eccoci qui, ad accettare l’invito arrivato da The Food Traveler (blog che adoro!!!) di partecipare a #MyTravelRulez, ideato da Daniela sul suo The Daz Box. Grazie Daniela per l’idea. E’ davvero molto carina!

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Sono felice che a propormi di partecipare sia stata proprio Silvia perché leggendo le sue regole, le trovo davvero molto vicine alle mie. Diciamo che è autistica quanto lo sono io… (Silvia-cara, dovremmo farci seguire dallo stesso medico, magari ci fa uno sconto e con quello che risparmiamo andiamo da qualche parte di carino!!!).

Io non ho “regole” ma “punti fermi”. Imprescindibili! Non riuscirei a fare diversamente perché sarebbe come farmi violenza. Ci ho provato ed ho fallito. Alla fine mi sono arresa: questo è il MIO modo di viaggiare. Penso che il tempo libero e l’uso che ne facciamo sia sacro. Al lavoro posso accettare che mi si dica di fare qualcosa, ma quando lo faccio per mia scelta e per me, tassativamente no!

Mi lascio trasportare dalle mie manie e da una forte impronta personale che, pur sapendo che non è quella “giusta” in senso universale, è quella che va bene per me.

Ecco qui un elenco di cose, abitudini e atteggiamenti indispensabili quando viaggio:

  1. pianifico tutti i viaggi con un anticipo pazzesco. Ci sono amici che devono partire tra due settimane sapendolo da mesi e ancora non hanno il biglietto aereo o non hanno scelto l’hotel. Io devo partire tra nove mesi e so già cosa prendere per colazione in quell’hotel in cui soggiornerò. Facciamo un esempio pratico: siamo a inizio febbraio e io ho già, in un modo o nell’altro, fissato e prenotato i prossimi 5 viaggi o gitarelle fuori porta…. l’ultima delle quali avrà effettivamente luogo nella seconda metà di ottobre prossimo. E, se proprio vogliamo dirla tutta, ho già un’idea per il viaggione dell’estate 2018… se Trump non chiude le frontiere anche per gli italiani e/o io non finisco definitivamente tutti i soldi!!! 🙂 Perché lo faccio? Perché mi piace! Perché la pianificazione del viaggio è essa stessa viaggio. E perché così risparmio un po’ e prenoto i posti migliori… e qui passo al punto successivo…
  1. Non dormo in ostelli, non divido camerate, non dormo (quasi mai) sui divani degli amici (neanche divani letto), non divido la stanza con i figli piccoli di nessuno, non dormo su un pullman che mi sta portando a X km di distanza (a meno che non sia necessario), non dormo in “topaie”, non dormo in periferia (non perché abbia qualcosa contro la periferia, ma perché devo risparmiare tempo sugli spostamenti verso i luoghi di interesse), non dormo (se posso) nelle catene alberghiere stile Ibis o compagnia bella. Sì, sono una pigna nel sedere, lo so, ma non l’ho fatto quando avevo 20 anni, figuriamoci se inizio a 35! Mi piace la comodità (non il lusso… ma solo perché non ho i soldi per permettermelo), la pulizia, la centralità, la peculiarità e l’intimità. Non ho grossi problemi a dividere un bagno, ma se posso scegliere, anche spendendo qualcosa in più, sicuramente sceglierò la stanza con servizi privati. Mi piacciono tantissimo i B&B, più che gli hotel, e mi piacciono quei posti dove la colazione la si prende al tavolo con altri ospiti sconosciuti… Alcuni ricordi più belli dei viaggi passati riguardano proprio gli scambi con persone che vengono dall’altra parte del mondo e che, come te, al mattino hanno solo una cosa in mente… mangiarsi più panini con burro e marmellata possibili!!!
  1. Fede ed io, in genere, viaggiamo soli  e con un’organizzazione fai da te, però non abbiamo problemi ad affidarci (che è un termine e un concetto che mi piace da impazzire) a tour operator locali o a un amico italiano che è consulente di viaggi per le prenotazioni un po’ più “articolate”. Non mi sento meno “viaggiatrice” quando lo faccio! Per godermi l’esperienza devo sentirmi sicura. E non ovunque, senza le giuste dritte o il giusto accompagnamento, mi sento tale. Leggo molto spesso che chi scrive travel blog ha girato in lungo e in largo il sud est asiatico a bordo di improbabili mezzi di trasporto senza grossi preoccupazioni né patemi d’animo. Io in Asia non sono mai stata (ad eccezione della Turchia, ma non è la stessa cosa) però sono stata tante volte in Africa e lì, da soli, non sempre si può girare. Fermo restando che ci sono luoghi e luoghi, a volte si percepisce di essere fuori posto anche quando si è accompagnati da una guida e si mette il massimo rispetto nel porsi con le persone del luogo. In questi casi, spendendo anche qualcosa in più, “adattamento” e “basso profilo” significano esattamente il contrario di quello che significano generalmente.
  1. Le esperienze si vivono con tutti i cinque sensi. Uno di quelli che amo di più è il gusto. Viaggiare significa anche assaggiare, anche quando ciò che si trova davanti non è una cosa che abitualmente si metterebbe nel proprio piatto. Salvo problemi di allergie alimentari (e io, ahimè, ne ho tante), assaggio tutto quello che mi viene proposto… tanto poi ho la scorta di medicinali che neanche all’ospedale di Niguarda…
  1. Compro sempre lo stesso genere di souvenir: una calamita per regione/città che visito e una matita per museo/mostra. Ho il frigorifero (di tipo americano… grande, grandissimo!!!) pieno delle prime e mug (comprate sempre all’estero) delle seconde. Mi piacciono tanto. Le colleziono e le custodisco come fossero un tesoro prezioso. Se posso, inoltre, compro un quadretto da un artista locale, non necessariamente un quadretto che ritragga la città. Basta un particolare o qualcosa che ricolleghi l’opera al viaggio fatto. Abbiamo quasi finito le pareti a casa e poi sarà un dramma!
  1. Cerco di fotografare sempre un gatto in ogni luogo in cui vado. Gatti veri e artefatti che li rappresentano. Sono dei portafortuna ed è anche questa una collezione, a suo modo.
  1. Non dimentico mai la mia macchina fotografica e non fotografo con il cellulare se non pochissimi scatti. Sono una purista della camera e di un certo tipo di fotografia. Difficilmente fotografo il cibo e mai lo condivido sui social network salvo ragioni particolari e imprescindibili (per esempio: a Marrakech non puoi non fotografare un bicchiere di tè alla menta preso in qualche caffè incrociato nei souk. E’ come fotografare Piazza Jamaa el Fna. Lo fai, punto!).
  1. Pur essendo io la “regina dell’organizzazione” (come amano definirmi per prendermi in giro per il mio problemino mentale con le prenotazioni “folli”), difficilmente mi faccio dei veri e propri programmi di ciò che vedrò nei luoghi dove mi recherò in viaggio. Sì, beh, a grandi linee lo so, ma amo gli stravolgimenti dell’ultimo minuto sul posto per qualcosa che mi ha sorpreso e colpito di più di quello che pensavo avrei fatto. Sono molto possibilista e odio le scalette da battaglia così come il “devo vedere tutto-tutto”. Anche nei luoghi più sperduti, cerco sempre di lasciarmi qualche motivo per cui tornare. Non si sa mai…
  1. Non me ne frega nulla della differenza tra turista e viaggiatore. Io sono entrambe le cose, alternandole piacevolmente a seconda del luogo, del momento, della situazione e della mia predisposizione. C’è chi giudica snob o ignoranti i turisti ma anche distanziarsi completamente dall’idea di esserlo lo è. E’ un po’ incoerente e non mi piace esserlo. Inoltre rientrare e definirmi in qualsiasi “categoria” mi diventa subito noiosissimo.
  1. Ho il compagno di viaggio migliore del pianeta e non lo cambierei con nessuno al mondo. Ciò che conta, durante un viaggio, è il ritmo, la velocità con cui si “vaga”. I tempi sono fondamentali per vivere al meglio l’esperienza. Abbiamo provato abbastanza recentemente a condividere un viaggetto appena fuori porta con alcuni amici: l’esperienza è stata positiva ma mooooolto più faticosa del solito, quando di stancante non c’era proprio nulla. Ecco, il vero lusso dei viaggi che facciamo, è andarci con i nostri tempi e sapendo che condividiamo, oltre alla direzione, agli obiettivi e agli interessi, anche la cadenza con cui facciamo ogni cosa. Bisogna conoscere bene se stessi e chi ci accompagna, altrimenti anche esplorare il luogo più bello del mondo può diventare un vero incubo.

Ecco qui… ora passiamo alle mie “nomination”:

Francesca di Senza Zucchero Travel. Un punto di riferimento delle mie letture sull’argomento viaggi.

Marta di The LondonHer. Perché il suo blog è Great (…Britain, ma non solo).

Farah di Viaggi nel Cassetto. Perché l’autrice è deliziosa e non mi stanco mai di leggerla.

Sono molto curiosa di leggere le loro regole. Forza donne, forza! (…e ricordatevi di copiare la grafica del progetto nel vostro articolo!!!).

“…dove vai quest’anno per le ferie?…”

<<Elena, dove vai quest’anno per le vacanze?>>

<<Sai, è complicato…>>

<<Beh, se non vuoi dirmelo…. fa niente…>>

<<No,no,no,no,no…. te lo dico… aspetta… dunque… ti spiego…>>

<<…ma no, dai… se è una cosa difficile, non fa nulla…>>

<<…insisto!>>

<<vabbè, allora…>>

<<… dunque, volevamo fare un viaggio in un posto che ci era piaciuto tantissimo quando ci siamo stati, di sfuggita, due anni fa. E volevamo un posto caldo perché, francamente, dopo due anni di viaggi in luoghi umidi e freddi… beh, sai, la mia cervicale non ce la fa più.  E poi,…>>

<<Beh, sì… sono stati anni difficili da un punto di vista climatico… l’umidità…>>

<<…sai. Quando eravamo stati lì – in questo posto dove dobbiamo andare, intendo – ci era piaciuto un sacco ma ci eravamo appena abituati, che siamo dovuti tornare a casa. Abbiamo visto solo una città, che poi dicono sia la più turistica e una delle meno belle…. ma a noi era piaciuta un botto! Era un week end lungo ad ottobre…>>

<<…spesso succede, in effetti…>>

<<… sì, perché al compleanno di mio marito – che è appunto in ottobre – io gli regalo sempre un viaggetto in una città europea… però quella volta non era in Europa, ma era comunque vicino…. Che poi,…>>

<<…>>

<<…non lo dire a mio marito, mi raccomando!!!, ma a lui piace tanto viaggiare, ma a me piace ancora di più…. quindi….>>

<<…ho capito dove vuoi..>>

<<…in realtà!!!, il regalo lo faccio anche a me! Poi non riesco mai a non dirgli dove andiamo, anche se prenoto in largo anticipo prima del viaggio estivo. In genere…>>

<<…arriv…>>

<<…non so tenere il segreto. Aaaaaahhh, ma quest’anno sarò una tomba… una T-O-M-B-A… ti ho già detto…>>

<<…are…..>>

<<…che ho già prenotato anche per il prossimo compleanno? Ma non posso dirti dove, perché se no, magari, mio marito lo scopre e…>>

<<…Tranquilla, non credo te lo chiederò…>>

<<…faccio la solita figura di quella che non sa tenere i segreti. Solo una volta non siamo riusciti a partire perché lui ha cambiato lavoro in quel periodo e quindi è saltato il viaggio.  Saremmo dovuti andare in Belgio… ma io glielo avevo detto tipo ad aprile dell’anno prima perché non stavo già più nella pelle…>>

<<….bello il Belgio, ma…>>

<<…beh, io volevo visitare Bruges, Gent, Gand… e avevo prenotato un hotel ad Anversa. Speravo di riuscire ad arrivare anche a Rotterdam da lì… Perchè sai, a Rotterdam c’è uno dei musei più interessanti per gli appassionati di fotografia… Però in Olanda non si può dormire! Troooooppo cara, troppo!>>

<<Sì, però…>>

<<…ad ogni modo, poco importa!!! Il viaggio è saltato! Il poveretto mica poteva chiedere ferie dopo una settimana dall’assunzione, non trovi?>>

<<…già (…”poveretto” davvero!!!…)…>>

<<…comunque, dicevo… Un’altra volta siamo stati a Malta… bellissima, sai? Non ce l’aspettavamo così bella. E invece ci ha davvero colpiti. Ti ho detto che vorremmo tornarci nel 2018 quando Valletta sarà Capitale della Cultura? Perché sai, quando una città è Capitale della Cultura, organizzano sempre un sacco di cose fighe!!! Non che Valletta ne abbia bisogno. E’ così affascinante. Lì in ottobre, che poi è coincide proprio con il compleanno di mio marito, te lo avevo già detto, forse…>>

<<…………(sicuramente)………..>>

<<…organizzano il Birgu Candle Light. Noi lo abbiamo visto per una botta di fortuna senza neppure sapere cos’è. Magari poi te ne parlo…>>

<<…(…ma magari, anche no!!!…)…>>

<<…che è una festa dove spengono tutte le luci e accendono tutte le candele; e ci sono le case aperte che si possono visitare, tante bancarelle con il cibo, i taxi acquatici che vanno fino a notte inoltrata, le mura del porto tutte illuminate e…>>

<<…potremmo rimanere focalizzati su dove andrai quest’estate per piacere? Ad agosto vorrei partire anche io…>>

<<…agosto? Chi ha detto “agosto”?…>>

<<Non lo so, stavo ipotizzando. E comunque io parto ad agosto ed era un modo di dire. Retorica, hai presente?>>

<<ah sì, può essere… comunque dicevo… vai in un posto, senza pretese e senza grandi aspettative e ti colpisce un mondo!!! La stessa cosa mi era successa con Maiorca…>>

<<…no, ti prego, anche Maiorca, no!…>>

<<…lasciami finire… perché a Maiorca pensavamo di annoiarci a stare una settimana intera e invece ci siamo persi via e non abbiamo visto neanche la metà delle cose che avremmo voluto… e sai quanti giorni di mare abbiamo fatto?…>>

<<…non lo so ma sento che me lo stai per dire…>>

<<…mezza giornata…m-e-z-z-a-g-i-o-r-n-a-t-a!!!…>>

<<…ma pensa…>>

<<…eh, sì… il tempo era troppo variabile e noi troppo impegnati…>>

<<Scusa, io sarei di fretta e tu ancora non hai ancora risposto alla mia domanda, quindi, ciao!!!>>

<<sì, hai ragione! scusa, scusa, scusa! …e pensa che non stiamo neppure parlando di altri viaggi più impegnativi come il Kenya, o il New England, o la Tanzania, o……>>

<<…Dio me ne scampi!!!>>

<<…………. (che acidità!!! e rilassati!!!)………..>>

<<…>>

<<…perché per quelli sì che avrei un sacco di cose da dirti…>>

<<ELENA, DOVE ANDATE IN VACANZA???>>

<<…ahhhh, giusto… ci sto arrivando! Dunque, alla fine avevamo ipotizzato di andare a Istanbul… io ci sono stata, mio marito, no….  ma non ricordo perché, abbiamo cambiato meta. Che poi, per me, Istanbul è la città più bella che abbia mai visitato…>>

<<……………………………………>>

<<…oppure, un’altra alternativa era l’Andalusia. Io l’ho vista per bene, qualche anno fa, con un’amica… non quella con cui sono andata in Turchia, però… un’altra amica!!! E neppure quella con cui sono andata a Maiorca, ora che ci penso… Vabbè, dettagli… non voglio tediarti…>>

<<(!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!)>>

<<…Sono stata così bene in quel viaggio e mi sono divertita così tanto che ho paura a tornarci a breve. Rischierei di rimanere delusa… e non voglio rischiare…>>

<<…ma scusa, mi stai prendendo in giro?>>

<<…ma no, davvero avevo paura mi deludesse, lo so che sembra assurdo…. avevo anche già prenotato degli alloggi… beh, per la verità avevo prenotato anche a Cuba! F. vorrebbe tanto vederla prima che cambi del tutto… e ci siamo interessati anche per l’Indonesia…. ma no, volevamo un posto con un clima secco, ma proprio seeeeeecco!!!>>

<<… (roba da matti, questa è fuori come un citofono!)… no, intendevo….>>

<<…e poi ancora non mi sento pronta per sud est asiatico…. mi attira meno di tanti altri posti che hanno la priorità…. certe cose uno deve sentirsele…>>

<<Io sento che adesso me ne vado!>>

<<….ma… ehi, aspetta… ma sul serio te ne stai andando?!?>>

<<ADDIO!>>

<<…ma perché? che ti ho fatto di male???>>

<<…>>

<<Ehi, dai, aspetta….. tutto ‘sto casino… ti stavo raccontando… ehi……>>

<< .>>

<<…in Marocco…. ANDIAMO IN MAROOOOOOCCO!!!…. (e ora a chi mostro le fotine di Marrakech che avevo rispolverato per l’occasione??? vabbè, non fa nulla. Me le guardo io, TIE’!)>>