Le Cotswolds, finalmente.

Visitare le Cotswolds era una delle voci in cima alla mia travel wish list da tantissimi anni: avevo letto di questa bucolica area inglese in diversi articoli sul web e visto così tante foto di questi luoghi senza tempo che mi era venuta una sorta di fissazione ma, per cause di forza maggiore ( = mio marito non ha troppa simpatia per gli inglesi), ho continuamente rimandato scegliendo sempre altre mete. 

Ho provato a convincere Fede della bellezza della zona con ogni mezzo, passando dalle minacce alla pietà, o intavolando conversazioni di altissimo spessore intellettuale e grande soddisfazione morale (E. <<Amore, andiamo nelle Cotswolds questa primavera?>> F. <<Le Cotswolds-CHE?!?>> E. <<Vabbè, lasciamo perdere, dai!>>) ma, ahimè, senza grandi risultati fino a quando, complice un mio regalo di compleanno e la comune e incommensurabile voglia di visitare gli Warner Studios di Londra per il Making of di Harry Potter, mi sono improvvisamente trovata in mano due biglietti aerei per l’Inghilterra e carta bianca su come organizzare quattro giorni nel Paese di Her Majesty, the Queen Elizabeth II.

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Quanto ci ho messo, secondo voi, a prenotare il prenotabile e a pianificare anche il numero dei respiri al minuto? Praticamente un secondo, avendo già pronto l’itinerario da circa 7/8 anni! A parer mio, in tema di viaggi non si è mai troppo preparati………

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Alla fine ne sono usciti quattro giorni FA-VO-LO-SI, ben calibrati tra gli Studios (dove abbiamo cercato di prendere residenza e ci hanno quasi dovuti cacciare via), la splendida città di Oxford, a cui abbiamo dedicato un giorno e una notte, e le Cotswolds, appunto.

Soffocando l’animo da cittadina che c’è in me, mi dedicherei a riportare brevemente qualche considerazione del tutto personale proprio su quest’ultima parte dell’itinerario, sperando di poter essere d’aiuto a chi stesse pianificando una visita della zona e condividendo qualche fotografia scattata in quei luoghi!

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Innanzitutto sento di fare due premesse:

  • potrete visitare le Cotswolds anche con i mezzi pubblici, ma credo che la libertà che dia un’auto a noleggio sia, proprio per questo tipo di itinerario, imparagonabile. La cosa bella e particolare di avere un mezzo proprio e indipendente in una zona con queste caratteristiche, è il girare perdendosi tra la campagna. Ho rivalutato l’utilizzo del termine “bighellonare” in quei due giorni;
  • i paesini sono tutti splendidi ma, a parte qualche rarissima eccezione, si equivalgono molto. Fissatevi le due/tre cose che assolutamente volete vedere e poi, con l’auto a noleggio di cui al punto precedente, PERDETEVI! Bando agli itinerari, alle liste, ai must see… Conoscere questa area significa adeguarsi anche ai pigri ritmi della natura che la ingloba. Forse per la primissima volta nella mia vita ho viaggiato veramente “slow”. Non affannatevi: non vale la pena.

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Cosa vedrete continuamente nelle Cotswolds: cottage color miele, pecore, prati verdissimi, foreste rigogliose, cavalli, colza in fiore (ad aprile e maggio) o lavanda in fiore (giugno), negozi che vendono prodotti alimentari a km 0, fattorie, sale da tè, chiesette meravigliose circondate da piccoli e antichi cimiteri suggestivi, negozi di souvenir, turisti cinesi e giapponesi in quantità industriale in totale visibilio per qualsiasi ponticello, panchetta e alberello incontrino sul loro cammino.

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Cosa non vedrete nelle Cotswolds: italiani in viaggio!

Cosa farete nelle Cotswolds: vi farete un programma di visite che butterete nel cestino dopo la prima mezza giornata; ritornerete più volte nello stesso luogo per vederlo con luci diverse a seconda del momento della giornata e della posizione del sole; inchioderete a ogni km perché il cottage appena spuntato è decisamente molto, molto, molto più bello di quello visto mezzo metro prima; disturberete delle simpatiche pecore al pascolo cercando di farle mettere in posa per una fotografia “sensazionale”; schiverete i fagiani e le loro morosine che cercheranno di suicidarsi sotto le ruote della vostra auto; vi commuoverete e rimarrete in contemplazione delle antiche tombe di altrettanto antichi cimiteri; entrerete in ogni chiesa per scoprire quasi ogni volta che sono l’esterno e il contesto in cui è stata edificata ad essere i pezzi forti; visiterete palazzi sontuosi di nobili famiglie; cenerete in gastropub scegliendo cosa mangiare direttamente dalle daily board; berrete birra e sidro locale; vi pentirete di non aver portato delle scarpe per fare un trekking leggero nelle meravigliose foreste che incontrerete; salirete su una torre costruita quasi nel nulla per ammirare il paesaggio circostante; penserete che vi piacerebbe tornare presto per un altro paio di giorni lontani dalle corse e dallo stress della vita quotidiana.

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Come già specificato, un paesino delle Cotswolds vale l’altro con giusto un paio di eccezioni costituite da Bibury, la cui Arlington Row è uno degli scorci più fotografati dell’intera nazione e che è stata definita la strada più bella di Inghilterra, e Bouton-on-the-water a cui attribuiscono il titolo di Venezia del Regno Unito per i canali che la attraversano. Mah, direi che in entrambi i casi si sta un po’ esagerando, ma contenti gli inglesi, contenti tutti! Per quanto mi riguarda, l’esperienza è stata positiva in entrambi i casi ma al primo luogo, ho decisamente preferito il secondo.

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La fila di cottage di Arlington Row è graziosa e straordinariamente idillica se vista in certi orari (prestissimo o tardissimo) mentre se si spera di trovare altro nella cittadina oltre a quel gruppo di graziose casette o ci si capita nel pieno dell’orario di visite turistiche, si potrebbe pensare che vivere in Piazza Duomo a Milano sia più rilassante. Immagino la disperazione degli abitanti del luogo che hanno perennemente un branco di selvaggi sconosciuti pronti a immortalare le abitazioni e la natura che le circonda.

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Bourton-on-the-water mi è piaciuta infinitamente di più. C’era più “ciccia”, si direbbe dalle mie parti. E’ davvero splendida grazie ai fiumiciattoli che scorrono nel tessuto urbano e su cui si affacciano dei rilassanti prati e splendide dimore. Ci sono salici piangenti ovunque e panchine dove sedersi (schivando le cacche dei piccioni che possono colpire a tradimento da un momento all’altro!) per recuperare un po’ di energie perse nell’esplorazione del luogo, ottimi pub dotati di tavoli sia al chiuso che all’aperto e un’infinità di bakery per soddisfare i palati dei più esigenti in fatto di dolci.

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In entrambi i posti ci siamo stati due volte: a Bibury per cercare di vederla senza il caos infernale dell’ora di punta in cui siamo capitati al primo colpo, a Bourton-on-the-water perchè, dopo averla scelta la sera per cenare, ci siamo ritornati l’indomani con la luce del sole per esplorarla meglio.

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A Bouton-on-the-water abbiamo cenato al The Croft dove abbiamo mangiato bene e speso il giusto con due zuppe del giorno, un hamburger classico, un fish & chips che pensavo molto più impegnativo per la digestione di quello che in realtà è stato, un sidro e una birra.

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Un luogo infinitamente strano da visitare è la Broadway Tower, in pratica una torre alta una ventina di metri circa, nel bel mezzo del nulla. La vista dalla cima, conquistabile ovviamente solo tramite le scale, è impagabile mentre l’esposizione contenuta in una delle sale dell’edificio non è nulla di che. Si dice che nelle belle giornate sia possibile vedere fino a 13 contee; io non so quante ne abbiamo viste noi, ma è stato comunque molto bello.

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Un paesino che ci ha piacevolmente colpito e stupito è stato Stow-on-the-wold dove abbiamo deciso anche di fermarci per un pranzo al piacevolissimo The Hive (favoloso il localino, il cibo e il personale). In uno dei lati della chiesa principale, la St. Edward’s Church, potrete ammirare anche la famosa porticina parzialmente nascosta da rampicanti e piante secolari che, narra la leggenda, abbia ispirato Tolkien nell’immaginare l’entrata della casa di Frodo Beggins nella Contea degli Hobbit. Sarà che non sono particolarmente appassionata del Signore degli Anelli, sarà che c’erano degli esaltati che avranno scattato un centinaio di foto a testa dalla stessa angolazione senza modificare nessuna impostazione della fotocamera facendomi venire l’ansia da “scusate, mi sposto subito!”, ma la porta a noi è sembrata solo una porta (graziosa, per carità) e non abbiamo perso troppo tempo, preferendo goderci in silenzio e solitudine il piccolo cimitero che circonda la chiesa.

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Anche Chipping Campden si è rivelata una bella scoperta. Di fatto, il paesino consiste in una via circondata da deliziosi cottage, giardinetti molto curati e qualche interessante negozietto dove ci siamo fermati per acquistare dei souvenir meno turistici (ed è un’impresa ardua visto che è più turistica questa zona che la Tower of London o il London Eye!) che lasciassero dei segni tangibili di questi quattro giorni da sogno.

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La più grande delusione del week end è stata la visita a Cirencester che ho trovato poco bella rispetto al resto della zona. Avevamo fame da morire, eravamo intirizziti per il freddo ed esausti per la visita al Blenheim Palace, ma mi aspettavo una piccola Oxford e ho trovato una cittadina più grande delle altre e molto meno curata. Potrebbe essere stato solo il frutto di un momento no, ma non credo le darei una seconda chance.

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Da gattara quale sono, una menzione speciale e un ricordo particolare nel mio cuore va al villaggio di Painswick dove abbiamo trovato, nel curato cimitero della St. Mary’s Church, una piccola e assolata lapide che ricordava Tilly, la diciottenne micia della chiesa, venuta a mancare qualche mese prima. Siamo arrivati a Painswick di domenica pomeriggio e tutti i ristoranti, i cafè e i negozi erano chiusi, eppure ci siamo commossi e sappiamo che ricorderemo questo luogo meglio di altri più famosi e frequentati.

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Per le due notti trascorse nelle Cotswolds, abbiamo soggiornato al Wychwood Inn e siamo stati benissimo. Si tratta di quella che definirei una “locanda” con ristorante e servizio di bed & breakfast, rinnovata di recente e curatissima in ogni dettaglio. La nostra stanza era meravigliosa: accogliente, pulita, comoda e silenziosissima nonostante affacciasse sulla strada che taglia in due questo piccolo paesino. La colazione è all’inglese e servita al tavolo: oltre al piccolo buffet, si può scegliere tra un paio di piatti (uno dei quali è a base di uova e salmone affumicato e quindi…. YUPPIEEEEEE!!!) ed è compresa nel prezzo del soggiorno. Non abbiamo mai cenato nel pub, ma ne abbiamo ampiamente usufruito per il dopocena per berci l’ultima birretta della giornata prima di andare a nanna.

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Che dire per concludere se non che l’attesa durata anni prima di approdare in questo territorio di dolci colline, prati in fiore e adorabili cottage, è stata ampiamente giustificata dalla bellezza del luogo e da quello che ha saputo offrirci durante la nostra visita? Non credo tornerei per dedicarci un altro week end intero, ma sicuramente, passando in zona alla scoperta di nuovi posti (Bristol e Bath, su tutti, oltre al Devon e alla Cornovaglia), mi farebbe piacere attraversare ancora quelle stradine e fermarmi qua e là per respirarne l’atmosfera unica. 

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Amburgo

Amburgo è indubbiamente una città interessante: fotogenica da matti e ricca di contrasti, esattamente come piace a me.

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Le innumerevoli e più famose attrazioni della città anseatica basterebbero per giustificare un week end lungo in città e anche i suoi dintorni non sono da sottovalutare.

Giusto per fare un elenchino utile a chi potrebbe non conoscerla affatto e stesse cercando dei buoni motivi per trascorrerci qualche giorno, raccomando:

  • l’elegante Rathaus e il quartiere in cui è ubicato, l’Altstadt;
  • Hafen City che, nonostante non sia ancora del tutto terminata, lascia già a bocca aperta;
  • l’Elbphilharmonie, meravigliosa da qualsiasi lato la si guardi e dalla cui terrazza panoramica (completamente gratuita) si può ammirare la città e il porto;
  • l’imponente chiesa di St. Michel;
  • il Fishmarket;
  • i resti della chiesta di St. Nikolai e il commovente museo situato nella sua cripta;
  • l’espressionista Chile Haus;
  • la Deichtorallen e il Museum für Kunst und Gewerbe;
  • e, the last but not the least, i canali della Speicherstadt in cui si riflettono i caratteristici edifici in mattoni rossi, un tempo magazzini portuali, per cui io sono uscita di testa a ogni ponticciolo o passerella sospesa.

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Ecco che, sbrigate le formalità di rito, posso concentrarmi a raccontarvi qualcosa dei due luoghi che più ci hanno conquistati e, almeno per quel che mi riguarda, hanno sfidato la fotografa ossessiva compulsiva che c’è in me terrorizzando le mie povere memory card (<<Nooooo, un’altra foto nooooo!>>).

Il secondo giorno della nostra visita era stato pensato per vedere due posti molto diversi tra loro e da cui non sapevamo esattamente cosa aspettarci. Diciamo pure che siamo andati un po’ alla scoperta sfidando il grigiore del cielo.

Il primo dei due è l’area dei quartieri Schanze e Karoviertel.

Questa parte di Amburgo, così creativa e alternativa, underground e punk, è stata una sorpresa assoluta. Proprio lì vicino c’è il ben più celebre e inflazionato St. Pauli, zona degli eccessi in cui i Beatles hanno dato uno dei loro primi concerti, trappola per turisti e per pigri che non hanno tempo, voglia o magari coscienza, di fare quattro passi o altre due fermate di treno e spingersi un poco più a nord.

A parte il celebre mercatino del sabato mattina, per i miei gusti deludente, questi due quartieri sono ricchi di negozi particolari, localini e cafè bellissimi, viali alberati e cortili nascosti, street art e parchi. Qui mi sono imbattuta in alcuni dei murales più belli che abbia mai visto nella mia vita, ho comprato un faro (sì, un faro! Una lampada fatta a forma di lighthouse di cui sono particolarmente orgogliosa, anche solo per la fatica di averla fatta stare nel bagaglio a mano… impresa titanica quanto convincere Federico a farmelo comprare) e scattato alcune delle fotografie di questo week end che riguardo con più piacere. La zona non è vastissima, ma ogni stradina racchiude qualche scorcio suggestivo e motivi per soste più o meno lunghe. Noi ci siamo stati tutta la mattina, dalle 10 alle 13 circa.

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Il secondo luogo è Övelgönne, la spiaggia di Amburgo.

Raggiungerla via acqua è stato facilissimo e il biglietto del traghetto è compreso nell’utilissima Amburgo Card. In venti minuti circa si arriva in questa zona assurda in cui il panorama pullula di gru portuali da una parte e case che ricordano dei cottage inglesi dall’altra. Io sarei voluta rimanere lì ma faceva un freddo becco e probabilmente mi avrebbero ritrovata cadavere il giorno dopo. Fatto sta, che comunque alla fine ero più verde io per l’invidia verso gli abitanti del posto che le numerose piante dei giardini della zona.

Passeggiando sulla stradina pedonale che c’è tra gli edifici più a ridosso della spiaggia e la spiaggia stessa, si intravedono facilmente gli interni delle abitazioni (beh, “si intravedono” forse è una licenza poetica… forse sarebbe più appropriato dire che sembravo una guardona e che potrei aver rischiato una denuncia…): divani bianchi, parquet scuri a listoni giganti, librerie stracolme, mensole davanti alle finestre piene di vasi di piante, candele e gatti sonnacchiosi… Farmi violenza e non proseguire fino a Elbchausse è stato davvero complicato. Non volevo più tornare indietro ma eravamo stanchi per i millemila chilometri percorsi a piedi quel giorno e l’orribile panino con l’aringa, mangiato a pranzo sulla terrazza fronte Elba di un locale nei pressi della fermata del battello, rappresentava una zavorra impegnativa. Se proprio devo dirla tutta, per scaldarmi avevo bevuto due tazze di glühwein, alias il nostro vin brûlé, quindi sebbene nel complesso facesse parecchio freddo e fossi quindi impossibilitata a spogliarmi più di tanto, io sudavo come se stessi correndo una maratona. Abbiamo dovuto ripiegare e tornare verso la fermata del battello per rientrare con calma nell’Alstadt.

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Una buona idea per coniugare la visita di queste due zone è quella di scendere alla fermata Sternschanze e poi dirigersi a piedi verso St. Pauli, superarlo in direzione Elba, e proseguire fino a Landungsbruken dove prendere il battello n. 62 e scendere a Övelgönne. Una volta sbarcati alla fermata  Neumühlen/Övelgönne, si deve andare verso sinistra, in direzione opposta a quella da cui si arriva, e raggiungere prima alcuni locali/ristoranti, poi la spiaggia e, infine, la stradina con i cottage.

E ora qualche info pratica sul nostro week end.

GUIDA DELLA CITTA’

Non esistono molte guide cartacee della città ma io, che muoio se non mi porto il pesola cultura appresso, non mi sono arresa e ho trovato questa! E’ piccola, micro-tascabile ed è abbastanza discorsiva. È stata utile? No… ma non è una novità per quel che mi riguarda. Uso internet e mi documento ben bene prima di partire.

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AMBURGO CARD

Raramente quando viaggio faccio le tessere cumulative per i trasporti e le attrazioni ma in questo caso, dopo aver studiato un po’ su internet, mi sono convinta e sono stata molto soddisfatta della scelta. La Amburgo Card ci ha permesso, con poco più di € 50 in due, di usare tutti i mezzi di trasporto della città (battello per Övelgönne e transfer dall’aeroporto compresi) e visitare diversi musei/attrazioni usufruendo di uno sconto significativo, saltando le code. La tessera dà diritto anche a degli sconti su pasti e acquisti presso gli esercizi ristorativi e commerciali che vi hanno aderito. La nostra visita risale a fine marzo, periodo in cui le temperature erano ancora piuttosto basse. Grazie alla card abbiamo preso i mezzi ogni volta che ne abbiamo avuto voglia, ammortizzando completamente il costo dell’acquisto. Potete acquistarla via internet, inserendo le date di utilizzo, in loco o presso le reception della maggior parte degli hotel della città.

HOTEL

Piccola precisazione dovuta: Amburgo è una città molto cara, soprattutto se si vuole dormire in zona Altstadt e in una struttura di buona qualità. Noi abbiamo trovato una camera nel meraviglioso Henri Hotel e l’esperienza è stata piacevole tanto quanto esplorare la città. Diciamo che non è stato il pernottamento più economico della mia esperienza, ma non ho mai detto di viaggiare “low cost”.

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DOVE CENARE

In zona Henri Hotel abbiamo cenato alla Laufauf, una birreria tedesca/trattoria dove abbiamo mangiato benissimo e speso pochissimo. Il menù è solo in tedesco, ma se ve la cavicchiate con l’inglese, il gestore vi tradurrà la carta. Il personale è adorabile, le porzioni sono super abbondanti e il gusto…… divino! Qui non hanno l’inflazionata birra Astra, bensì la Jever, a mio modestissimo parere molto più buona (peccato che l’altra abbia del packaging così carino… Tutti quei cuori… Non ho saputo resistere e alla fine l’ho assaggiata).

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Morale dell’articolo: mettete in programma un viaggio ad Amburgo, non ve ne pentirete e non temete di annoiarvi o non sapere più cosa fare/visitare. Non so se si capisce dall’articolo, ma io me ne sono innamorata.

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Pacific Northwest Coast e Lost Coast: le impressioni a mente emozionata ma serena

Il viaggio di quest’estate ha ampiamente surclassato quasi tutti i viaggi fatti precedentemente. Grazie al cielo, questo accade sistematicamente al rientro da quasi tutti i viaggi e quindi ho buone speranze per le prossime estati.

Alla domanda, più volte postami, “ma cosa c’è da Seattle a San Francisco”, ora potrei rispondere con un “cose che voi umani…..”.

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Innanzitutto, le tre città visitate potrebbero bastare per giustificare il prezzo del biglietto aereo e le quasi 15 ore di volo.

La mia personale classifica è:

  • Seattle
  • San Francisco
  • Portland.

Seattle è bellissima… scenograficamente bellissima. E’ una città internazionale dove grandi idee sono diventate prima grandi avventure e poi grandi successi, anche musicali (evviva il grundge!). Il suo skyline, che se fosse una pizza sarebbe una “Mari e Monti”, la rende splendida da qualsiasi prospettiva la si guardi.

Abbiamo avuto la fortuna di trascorrerci due giorni e un po’ e credo abbiamo fatto i miracoli: abbiamo visitato tutti i luoghi che ci eravamo ripromessi e anche molto di più. Il fatto di aver affittato subito l’auto, invece di recuperarla la mattina in cui avremmo lasciato la città, ci ha permesso di raggiungere delle zone non centralissime in poco tempo. Pur dormendo in centro, il parcheggio in Belltown è gratuito dalle 20 del sabato alle 8 del lunedì mattina e quindi, abbiamo parcheggiato proprio sotto il nostro hotel e abbiamo fatto ricorso al mezzo proprio ogni volta che abbiamo avuto voglia. Semplicemente splendida!

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San Francisco, di gran lunga la più famosa e la più visitata città americana (dopo NYC, ovviamente), non ha bisogno di presentazioni. L’impressione che ho avuto io è quella di un luogo così talmente sopra le righe da arrivare a possedere una sorta di connotazione mistica.

E’ una città difficile ma incredibilmente affascinante. Difficile perché tutto è in salita (ogni volta ci spostavamo inspiegabilmente percorrendo strade in salita….. anche quando tornavamo indietro; non chiedetemi come sia stato possibile perché giuro che non me lo spiego…), c’è un vento che ti porta via (che insieme alla costante presenza del sole, ti fa vestire e spogliare in continuazione) e perché è la città più cara d’America, motivo per cui è così piena di Homeless.

E’ affascinante per la sua aria progressista, per la bellezza della baia e dei siti iconici, perché è la madre patria del movimento hippy e della beat generation. Il clima con temperature così contenute sia in estate che in inverno la rendono un vero giardino all’aperto e alcuni scorci, sconosciuti al turismo di massa, mi hanno fatto invidiare chi è nato lì e può godere di quella vista tutto l’anno.

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Infine arriva Portland. Che dire di questa “piccola” città dell’interno dell’Oregon se non che va visitata per essere capita. Non ci sono grandi quantità di cose da vedere, ma c’è da girarla, da camminare per le sue strade, fermarsi nei suoi parchi e ammirarne i famosi ponti costruiti sui fiumi che l’attraversano, il Columbia e il Willamette. Ancora, in città, è possibile assaggiare uno street food di grande qualità nei diversi cart point (ogni quartiere ha il proprio), andare a caccia di vecchie insegne cittadine e perdervi nella libreria indipendente più grande del mondo. Dicono sia una delle città più vivibili degli Stati Uniti e non fatico a crederlo!

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Lasciando il paesaggio urbano dell’itinerario, posso elencare alcuni dei Parchi visitati e, provate un po’ ad indovinare…., anche loro meritano il viaggio.

La Redwood National Forest, il Crater Lake National Park, l’Olympic National Park e l’Ecola State Park non potrò MAI scordarli, qualsiasi altra cosa io possa visitare in futuro.

Quattro scenari naturali completamente diversi, quattro reazioni, le nostre, altrettanto differenti.

La Redwood ti dà l’impressione di entrare in una cattedrale fatta di tronchi giganteschi dove la natura è sovrana su tutto e tu sei solo un minuscolo puntino nell’universo di proprietà di quegli alberi. Forse la visita più emozionante dell’intero viaggio. Ancora adesso ho la pelle d’oca solo a pensarci.

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Il Crater Lake è bello, immediato. Avevamo parecchia paura di rimanere delusi e ci siamo chiesti se la meraviglia vista in foto non fosse altro che una serie di scatti particolarmente fortunati (o ritoccati) non all’altezza della realtà. Sulla strada che circumnaviga il cratere e che te ne impedisce la vista diretta senza una fermata in un viewpoint, continuavamo a rimandare il primo stop. “Andiamo al prossimo overlook”, “non fermiamoci qui, c’è troppo caos”, “andiamo ancora un po’ in là”. Dopo la prima vista sul lago, ci siamo fermati in ogni punto possibile e inimmaginabile e con qualsiasi condizione di luce. Incredibile se non lo si vede con i propri occhi.

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L’Olympic è il primo parco visto in questo viaggio. E’ difficile parlarne perché è molto variegato al suo interno. A grandi linee posso dirvi che contiene la Hoh Rain Forest, la foresta pluviale più grande dell’emisfero nord del pianeta; il Mount Olympic, altiiiiissimo e tutto innevato anche a luglio; un paio di laghi bucolici e poetici (Lake Crescent e Lake Quinault); qualche graziosa cittadina costruita in stile vittoriano (Port Townsend) e un litorale di spiagge notevoli (da Cape Flattery, il punto più occidentale degli States continentali, a Ocean Shores). E se l’elenco precedente non fosse abbastanza, mi gioco il jolly e aggiungo che qui ho visto per la prima volta dei colibrì a meno di un metro di distanza, fermi (si fa per dire), sospesi nell’aria e intenti ad abbeverarsi da un aggeggio studiato appositamente per quello.

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L’Ecola State Park è il luogo in cui ho visto le migliori tide pool della vacanza. Qua scatta la rubrica della “Biologia per tutti” e pertanto devo precisare, per chi non lo sapesse (tipo me, fino a 3 mesi fa, per esempio!!!) che si tratta di pozze di acqua marina che si originano sul bagnasciuga nei pressi delle rocce, grazie all’alternanza di alta e bassa marea e in cui vengono “bloccati” tutta una serie di simpatici animaletti marini difficilmente visibili in altro modo. All’Indian Beach, la spiaggia più famosa del Parco, ho visto le stelle marine più belle e colorate che potessi immaginare mai di vedere e mi sono immersa fino alle ginocchia nel ghiaccio dell’acqua del Pacifico. Se avessi avuto il costume, presa dall’entusiasmo probabilmente mi sarei lanciata tutta in acqua… e ora non sarei qui a scrivere questo articolo; quindi, meglio così!

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Infine ci sono il litorale dell’Oregon e dell’Alta California, luoghi pressoché sconosciuti agli italiani e le piccole e graziosissime cittadine che fanno tanto film americano in cui ti viene da dire “ohhhhh, come vorrei abitare lì” ogni tre fotogrammi. Bandon, Newport, Old Florence, Mendocino, Cannon Beach, Fort Bragg e Astoria sono solo alcune di esse.

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C’è stato il nostro primo 4 Luglio in suolo statunitense, l’esperienza di un’ora sulla Dune Baggy a Dunes City, lighthouse magnifici come se piovessero, l’assaggio del crab sandwich più straordinario che avrei mai pensato di mangiare e le birre IPA più deliziose mai tracannate…bevute.

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Insomma, dei 3750 km circa percorsi in diciotto giorni (comprensivi delle soste lunghe nelle tre città principali in cui ci siamo spostati soprattutto con i mezzi pubblici) non ne cancellerei neanche mezzo. Tutto quello che abbiamo visto ci è piaciuto, tutto quello che abbiamo fatto, altrettanto.

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Che posso dirvi di altro se non di andare a verificare tutto con i vostri occhi?!?

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