Pacific Northwest Coast e Lost Coast: le impressioni a mente emozionata ma serena

Il viaggio di quest’estate ha ampiamente surclassato quasi tutti i viaggi fatti precedentemente. Grazie al cielo, questo accade sistematicamente al rientro da quasi tutti i viaggi e quindi ho buone speranze per le prossime estati.

Alla domanda, più volte postami, “ma cosa c’è da Seattle a San Francisco”, ora potrei rispondere con un “cose che voi umani…..”.

_DSF6219-46

Innanzitutto, le tre città visitate potrebbero bastare per giustificare il prezzo del biglietto aereo e le quasi 15 ore di volo.

La mia personale classifica è:

  • Seattle
  • San Francisco
  • Portland.

Seattle è bellissima… scenograficamente bellissima. E’ una città internazionale dove grandi idee sono diventate prima grandi avventure e poi grandi successi, anche musicali (evviva il grundge!). Il suo skyline, che se fosse una pizza sarebbe una “Mari e Monti”, la rende splendida da qualsiasi prospettiva la si guardi.

Abbiamo avuto la fortuna di trascorrerci due giorni e un po’ e credo abbiamo fatto i miracoli: abbiamo visitato tutti i luoghi che ci eravamo ripromessi e anche molto di più. Il fatto di aver affittato subito l’auto, invece di recuperarla la mattina in cui avremmo lasciato la città, ci ha permesso di raggiungere delle zone non centralissime in poco tempo. Pur dormendo in centro, il parcheggio in Belltown è gratuito dalle 20 del sabato alle 8 del lunedì mattina e quindi, abbiamo parcheggiato proprio sotto il nostro hotel e abbiamo fatto ricorso al mezzo proprio ogni volta che abbiamo avuto voglia. Semplicemente splendida!

_DSF4894-3

_DSF5113-5

San Francisco, di gran lunga la più famosa e la più visitata città americana (dopo NYC, ovviamente), non ha bisogno di presentazioni. L’impressione che ho avuto io è quella di un luogo così talmente sopra le righe da arrivare a possedere una sorta di connotazione mistica.

E’ una città difficile ma incredibilmente affascinante. Difficile perché tutto è in salita (ogni volta ci spostavamo inspiegabilmente percorrendo strade in salita….. anche quando tornavamo indietro; non chiedetemi come sia stato possibile perché giuro che non me lo spiego…), c’è un vento che ti porta via (che insieme alla costante presenza del sole, ti fa vestire e spogliare in continuazione) e perché è la città più cara d’America, motivo per cui è così piena di Homeless.

E’ affascinante per la sua aria progressista, per la bellezza della baia e dei siti iconici, perché è la madre patria del movimento hippy e della beat generation. Il clima con temperature così contenute sia in estate che in inverno la rendono un vero giardino all’aperto e alcuni scorci, sconosciuti al turismo di massa, mi hanno fatto invidiare chi è nato lì e può godere di quella vista tutto l’anno.

_DSF6488-56

_DSF6566-57

Infine arriva Portland. Che dire di questa “piccola” città dell’interno dell’Oregon se non che va visitata per essere capita. Non ci sono grandi quantità di cose da vedere, ma c’è da girarla, da camminare per le sue strade, fermarsi nei suoi parchi e ammirarne i famosi ponti costruiti sui fiumi che l’attraversano, il Columbia e il Willamette. Ancora, in città, è possibile assaggiare uno street food di grande qualità nei diversi cart point (ogni quartiere ha il proprio), andare a caccia di vecchie insegne cittadine e perdervi nella libreria indipendente più grande del mondo. Dicono sia una delle città più vivibili degli Stati Uniti e non fatico a crederlo!

_DSF5613-24

_DSF5578-22

Lasciando il paesaggio urbano dell’itinerario, posso elencare alcuni dei Parchi visitati e, provate un po’ ad indovinare…., anche loro meritano il viaggio.

La Redwood National Forest, il Crater Lake National Park, l’Olympic National Park e l’Ecola State Park non potrò MAI scordarli, qualsiasi altra cosa io possa visitare in futuro.

Quattro scenari naturali completamente diversi, quattro reazioni, le nostre, altrettanto differenti.

La Redwood ti dà l’impressione di entrare in una cattedrale fatta di tronchi giganteschi dove la natura è sovrana su tutto e tu sei solo un minuscolo puntino nell’universo di proprietà di quegli alberi. Forse la visita più emozionante dell’intero viaggio. Ancora adesso ho la pelle d’oca solo a pensarci.

_DSF6084-40

_DSF6068-38

Il Crater Lake è bello, immediato. Avevamo parecchia paura di rimanere delusi e ci siamo chiesti se la meraviglia vista in foto non fosse altro che una serie di scatti particolarmente fortunati (o ritoccati) non all’altezza della realtà. Sulla strada che circumnaviga il cratere e che te ne impedisce la vista diretta senza una fermata in un viewpoint, continuavamo a rimandare il primo stop. “Andiamo al prossimo overlook”, “non fermiamoci qui, c’è troppo caos”, “andiamo ancora un po’ in là”. Dopo la prima vista sul lago, ci siamo fermati in ogni punto possibile e inimmaginabile e con qualsiasi condizione di luce. Incredibile se non lo si vede con i propri occhi.

_DSF5829-1

_DSF5876-2

L’Olympic è il primo parco visto in questo viaggio. E’ difficile parlarne perché è molto variegato al suo interno. A grandi linee posso dirvi che contiene la Hoh Rain Forest, la foresta pluviale più grande dell’emisfero nord del pianeta; il Mount Olympic, altiiiiissimo e tutto innevato anche a luglio; un paio di laghi bucolici e poetici (Lake Crescent e Lake Quinault); qualche graziosa cittadina costruita in stile vittoriano (Port Townsend) e un litorale di spiagge notevoli (da Cape Flattery, il punto più occidentale degli States continentali, a Ocean Shores). E se l’elenco precedente non fosse abbastanza, mi gioco il jolly e aggiungo che qui ho visto per la prima volta dei colibrì a meno di un metro di distanza, fermi (si fa per dire), sospesi nell’aria e intenti ad abbeverarsi da un aggeggio studiato appositamente per quello.

_DSF5256-8

_DSF5350-12

L’Ecola State Park è il luogo in cui ho visto le migliori tide pool della vacanza. Qua scatta la rubrica della “Biologia per tutti” e pertanto devo precisare, per chi non lo sapesse (tipo me, fino a 3 mesi fa, per esempio!!!) che si tratta di pozze di acqua marina che si originano sul bagnasciuga nei pressi delle rocce, grazie all’alternanza di alta e bassa marea e in cui vengono “bloccati” tutta una serie di simpatici animaletti marini difficilmente visibili in altro modo. All’Indian Beach, la spiaggia più famosa del Parco, ho visto le stelle marine più belle e colorate che potessi immaginare mai di vedere e mi sono immersa fino alle ginocchia nel ghiaccio dell’acqua del Pacifico. Se avessi avuto il costume, presa dall’entusiasmo probabilmente mi sarei lanciata tutta in acqua… e ora non sarei qui a scrivere questo articolo; quindi, meglio così!

_DSF5494-1

_DSF5516-2

Infine ci sono il litorale dell’Oregon e dell’Alta California, luoghi pressoché sconosciuti agli italiani e le piccole e graziosissime cittadine che fanno tanto film americano in cui ti viene da dire “ohhhhh, come vorrei abitare lì” ogni tre fotogrammi. Bandon, Newport, Old Florence, Mendocino, Cannon Beach, Fort Bragg e Astoria sono solo alcune di esse.

_DSF6232-47

_DSF5960-32

_DSF6273-52

C’è stato il nostro primo 4 Luglio in suolo statunitense, l’esperienza di un’ora sulla Dune Baggy a Dunes City, lighthouse magnifici come se piovessero, l’assaggio del crab sandwich più straordinario che avrei mai pensato di mangiare e le birre IPA più deliziose mai tracannate…bevute.

_DSF5975-34

_DSF6244-48

Insomma, dei 3750 km circa percorsi in diciotto giorni (comprensivi delle soste lunghe nelle tre città principali in cui ci siamo spostati soprattutto con i mezzi pubblici) non ne cancellerei neanche mezzo. Tutto quello che abbiamo visto ci è piaciuto, tutto quello che abbiamo fatto, altrettanto.

_DSF6150-42

Che posso dirvi di altro se non di andare a verificare tutto con i vostri occhi?!?

_DSF5341-10

Pacific Northwest Coast e Lost Coast: giusto un “paio” di informazioni essenziali

Eccomi tornata su questi felici schermi per fare il mio dovere sociale verso tutti i viaggiatori che capiteranno sul mio blog.

La parte più divertente e insieme più complicata di un viaggio (no, aspettate, quella più complicata, per quel che mi riguarda, è trovare i soldi per fare il viaggio e convincere mio marito a spenderli in questo modo!) è quella di delineare un itinerario e racimolare le informazioni utili per non finire come i turisti sfortunati e ignari sbeffeggiati nel famoso spot anni ’90 che si sentivano fastidiosamente dire “Turista fai da te? No Alpitour? AHIAHAIAHI”….

Eccomi qui, quindi, a restituire il favore a molti di voi che mi sono stati utilissimi nella costruzioni di percorsi per viaggi fatti precedentemente a questo.

Spero che il post sia utile e che possa darvi qualche spunto nel caso steste programmando di trascorrere un po’ di tempo in questo splendido angolo di mondo.

Prima di tutto però devo fare dei ringraziamenti e una piccola precisazione.

Parto da quest’ultima. Dagli alloggi, dai ristoranti o dalle attività che troverete citate, non ho avuto tariffe agevolate, sconti, omaggi, né altro e i giudizi espressi sono ovviamente soggettivi e personali. Dove cito dei ristorantini o dei localini è perché penso lo meritino per la bontà/qualità del cibo o per il luogo in cui si trovano. Dove taccio è perché non c’era niente di particolarmente significativo da consigliarvi.

Per i ringraziamenti, a parte i luoghi pazzeschi visitati, a rendere speciale questo mio viaggio è stato il prezioso aiuto di tre esperti di Tripadvisor che mi hanno assistita passo passo nella costruzione dell’itinerario, che mi hanno dato delle dritte affatto scontate e che, trovandosi contemporaneamente nei miei stessi luoghi con qualche giorno di anticipo rispetto a me, mi hanno avvisato di particolari disagi in loco o suggerito come rendere ancora più perfetto il nostro viaggio. Ringrazio Puffin, Wyoming55 e SimoG. Da adesso in poi, credo visiterò solo posti che mi suggeriranno loro, dato che sono sempre a zonzo in luoghi pazzeschi di cui io non conosco neanche l’esistenza!

Partiamo.

_DSF4890-2

Compagnia aerea

La compagnia aerea “prescelta” è Lufthansa, sempre una garanzia. Ottimo servizio, prezzo adeguato e scali molto comodi. Abbiamo volato partendo alle 7.15 da Milano Linate, fatto uno scalo breve a Francoforte e siamo atterrati alle 13.30 (ora locale) a Seattle.

Al ritorno, siamo ripartiti da San Francisco alle 20.15 (ore locali), abbiamo fatto uno scalo breve a Monaco di Baviera e siamo atterrati a Milano Malpensa alle 19.15.

Il tutto per la “modica” cifra di € 1700 + € 100 di prenotazione del posto sulle due tratte intercontinentali.

Il volo lo abbiamo prenotato a gennaio ma ho tenuto d’occhio i prezzi e fino a marzo/inizio aprile sono stati in linea con quanto da noi pagato. Poi sono saliti di parecchio.

DSC_0003-1

L’itinerario

Itinerario USA 2018

Seattle (2 notti)

Seattle è una città carissima e morfologicamente mooolto strana.

Il mio consiglio è quello di dormire nella zona di Belltown, a metà tra le due principali cose da vedere in città, il Pike Place Market e il Seattle Center. In Belltown i parcheggi sono gratis su strada dalle 20 di sabato sera alle 8 di lunedì mattina… ne abbiamo approfittato per parcheggiare sotto al nostro hotel e girare i quartieri più lontani con il nostro mezzo. Abbiamo dormito due notti all’Ace Hotel, carinissimo!!!, spendendo circa € 487 con colazione. In alternativa, avevo prenotato anche al Belltown Inn, che pare essere molto grazioso e un pochino più economico (ma non molto). Segnalo, proprio sotto all’hotel, il ristorante Cyclops. Ottimo cibo e ottima birra.

_DSF5182-6

_DSF4895-4

Olympic Peninsula (2 notti)

Da Seattle ci siamo spostati verso l’Olympic Peninsula prendendo il traghetto da Edmonds fino a Kingston. Mi pare abbiamo speso circa $ 20 in due con il veicolo.

Abbiamo visitato Port Townsend, dove abbiamo consumato una specie di seconda colazione in un locale (l’Hudson Point Cafè, buon cibo e posto informale) sul delizioso porticciolo e poi ci siamo diretti a Cape Flattery dove abbiamo fatto il primo trail della vacanza per raggiungere la punta più a ovest degli USA continentali.

Quella notte abbiamo dormito al Lake Crescent Lodge, sulle sponde dell’omonimo lago. Esperienza alquanto deludente. Il posto e il paesaggio sono bellissimi, ma la camera non era delle più pulite (almeno, per i nostri standard) e il personale era da prendere a sberle; classico posto “via te, sotto un altro”. Peccato. Costo dell’operazione, € 185 senza colazione, consumata in loco pagandola a parte.

Il giorno seguente ci siamo diretti verso il Lake Quinault Lodge (FA-VO-LO-SO) fermandoci prima nella Hoh Rain Forest dove abbiamo effettuato un trail che ufficialmente sarebbe dovuto durare neanche un’ora e che a noi ne ha portate via più di due perché, a ogni liana di muschio, ci fermavamo a commentare con dei sensatissimi “ohhhhhhhhhhh”. Magico! Il lodge, molto più caro ma molto più figo del precedente, ci è costato € 243 per una notte, senza colazione.

_DSF5231-7

_DSF5294-9

_DSF5354-13

Cannon Beach (1 notte)

Il giorno dopo, passando per la ridente Aberdeen per visitare un parco pubblico intitolato a Kurt Cobain, dove il cantante ha composto diverse canzoni diventate poi famose una volta fondati i Nirvana e dove ho compreso a pieno l’origine della perenne depressione in cui Kurt ha vissuto, abbiamo attraversato il fiume Columbia e ci siamo fermati ad Astoria per pranzo e per visitare tuuuuutti i luoghi diventati famosi per via del cult movie “I Goonies”. Epico! Vi consiglio per un pasto la Fort George Brewery. Splendido locale e ottimo cibo.

In serata abbiamo dormito a Cannon Beach, in un resort (l’Hallmark) sulla spiaggia a mezzo metro dall’Haystack Rock. Per una notte, senza colazione, abbiamo pagato (tenetevi!!!!!!) la bellezza di € 303, ma abbiamo avuto la fortuna/sfortuna di capitarci proprio il 4 luglio e, volendo un posto da cui vedere il monolite al tramonto e all’alba, quello era ciò che offriva il mercato. Con il senno di poi vi posso garantire che sono stati soldi davvero ben spesi!

_DSF5372-14

_DSF5398-15

Portland (2 notti)

Anche Portland non scherza come prezzi ma noi abbiamo beccato una super offerta del The Heatman Hotel, una delle strutture più antiche, famose e lussuose della città che, causa lavori di ristrutturazione in alcune aree comuni, ci ha permesso di prenotare una camera per due notti, senza colazione, a € 303 + € 48 (come fee resort obbligatorio).

A Portland segnalo il The Indipendent, ristorante/griglieria, in zona centralissima e abbastanza vicino all’hotel (ottimi burger e insalate, caloriche come solo gli americani le sanno fare), il Voodoo Doughnut (provate e poi sappiatemi dire) e lo street food dei cart con cui sbizzarrirsi.

_DSF5569-21

_DSF5588-23

Yachats (1 notte)

Lasciata la vivibile Portland, ci siamo spostati di nuovo sulla costa.

Lungo la strada abbiamo fatto 10milamille fermate per imprimere su pellicolamemory card gli scorci pazzeschi offerti dalle spiagge dell’Oregon, con soste più lunghe a Depoe Bay e Newport e vari fari (lo Yaquina Lighthouse su tutti) sparsi qua e là.

Abbiamo pernottato a Yachats presso l’Overleaf Lodge, ritenuto da molti una delle strutture più belle dell’intero litorale. Per € 212, colazione ed uso della SPA (DI-VI-NA) comprese, possiamo confermarlo senza indugio!!! Il general manager, poi, parla perfettamente italiano perché ha vissuto in Toscana per 25 anni ed è stato a lungo Direttore delle Terme di Saturnia. Dico poco?!?!? Kirk ci ha suggerito l’itinerario per il giorno successivo, il nome di un’agenzia per fare un giro sulle Dune Baggy nell’Oregon Dunes National Recreation Area e un ristorante per la cena (il Luna Sea Fish House, di proprietà di un pescatore in cui si mangia pesce freschissimo pescato da lui. L’ambiente è informale, accogliente e colorato e il personale adorabile. Per il cibo dico solo “WOW”). A fianco dell’Overleaf c’è, nel caso si volesse risparmiare un pochino, il “cugino povero”, il Fireside Motel. Dicono sia bellissimo anche quello, ma non ha gli stessi servizi.

_DSF5675-1

_DSF5681-2

Sutherlin (1 notte)

Lasciato a malincuore il nostro stupendo alloggio, abbiamo percorso un altro tratto di costa fino a Reedsport per poi inoltrarci verso l’entroterra e la ridentissima Sutherlin dove abbiamo pernottato nel comodo, pulito e ben equipaggiato Best Western Plus Hartford Lodge (€ 122 con colazione e un piccolo omaggio alla reception). Lungo la strada vediamo Cape Perpetua, il Thor’s Well, l’Haceta Lighthouse, Old Florence per pranzo (la non-Old è orribile!!!) e…… udite udite, facciamo un’ora su Dune Baggy con pilota professionista dell’agenzia Sandland Adventures (se non ricordo male, $ 120 in due). Tutto magnifico!

_DSF5743-25

_DSF5799-27

Shady Cove (1 notte)

Finalmente arriva il giorno della visita al Crater Lake National Park. Non mi dilungo troppo nei commenti perché non è questo il post giusto e perché c’è poco da dire se non che è da vedere! Stop finito! Sulla via per Shady Cove, dove avremmo pernottato all’accogliente, semplice e pulito Edgewater Inn per € 113 con colazione, ci fermiamo a Union Creek per cena. L’idea di fermarci al Beckie’s Cafè nonostante ci sia un’attesa di quasi quaranta minuti per avere il tavolo si rileva vincente. Il cibo è buonissimo, il personale adorabile e il prezzo più che contenuto nonostante la qualità e la prossimità al Parco Nazionale.

_DSF5901-1.jpg

_DSF5841-28

Bandon (1 notte)

Lasciata alle spalle la giornata al Crater Lake, torniamo sulla costa per l’ultima notte in Oregon (eravamo già in astinenza!). Ci dirigiamo verso Bandon, fermandoci ai parchi statali di Cape Arago e Sunset Bay e visitando il giardino botanico di Shore Acres. Stanchi ma felici dell’ennesima bella giornata trascorsa, raggiungiamo il Bandon Inn (STU-PEN-DO) dove dormiamo e facciamo colazione per € 134 .

_DSF5928-30

_DSF5937-31

Crescent City (1 notte)

Fatichiamo a lasciare questo Stato e quindi rimandiamo il momento della separazione tirandola per le lunghe sulla magnifica e selvaggia spiaggia di Bandon dove un vento impetuoso sembra volerci riportare verso nord. A metà mattinata, ci arrendiamo al nostro destino e partiamo. Sulla strada visitiamo il Cape Blanco Lighthouse, ci fermiamo agli innumerevoli viewpoint per osservare il panorama e fare qualche foto, facciamo uno stop a Gold Beach e…… superiamo in lacrime il confine della California. Arriviamo nel pomeriggio a Crescent City e, prima di andare in hotel a prendere la stanza (Lighthouse Inn, un tripudio di “-issimo”: carinissimo, pulitissimo, accoglientissimo, economicissimo – 97 € con colazione), ci dirigiamo al Visitor Center della Redwood National Forest per farci dare qualche informazioni circa il giro del giorno seguente nel Parco e rimaniamo bloccati perchè siamo dei babbiper l’alta marea sull’isoletta di Battery Point.

_DSF5968-33

_DSF6009-35

Eureka (1 notte)

La Redwood National Forest è stata la cosa più emozionante vista in questo viaggio. Il Sequoia NP è molto più famoso in quanto si trova su tra Los Angeles e San Francisco, una zona più battuta dal turismo di massa (che a noi fa cagare q.b.!) ma gli alberi più alti del mondo sono qui. Impressionante! Dopo una giornata a zonzo con il naso all’insù a prova di cervicale, arriviamo al bellissimo Carter House di Eureka dove veniamo accolti molto freddamente dal personale della reception. Meno male che l’hotel è bellissimo e costruito in una vecchia dimora vittoriana. Il costo della camera, con colazione, è di € 203.

_DSF6052-37

_DSF6168-43

Mendocino (1 notte)

Altra giornata dedicata in parte alle Sequoie e in parte alla scoperta di piccole cittadine ricche di dimore storiche. Il punto forte della giornata è sicuramente l’Avenue of the Giants. Come per la Redwood, non possiamo far altro che tacere in estatica ammirazione di fronte (o meglio, ai piedi) di questi giganti. Esausti per i trail e per il caldo, dopo innumerevoli giornate più che freschine, ci muoviamo per la tappa successiva: Mendocino. Prima di entrare nella cittadina, famosa per essere costruita con lo stile architettonico del New England e perché è stata il set de “La Signora in Giallo” (la casa di Jessica Fletcher c’è ancora e ora è una struttura ricettiva, anche se le recensioni non sono particolarmente positive), andiamo a Fort Bragg a vedere la Glass Beach (dove troviamo molto poco glass ma, WOW, che vista!) e poi a Point Cabrillo dove un meraviglioso faro ci attende per farsi immortalare…….. nel caso non si sia capito, i fari ci piacciono molto! Il nostro alloggio è, come direbbe la celebre Paola Marella, “leggermente fuori budget” e per una notte e colazione spendiamo € 234. Come dire, ho fatto male i conti quando ho prenotato. Comunque, la struttura si chiama Blue Door Inn e il nostro cottage nella JD House, è bellissimo e super accogliente.

_DSF6175-44

_DSF6148-41

San Francisco (3 notti)

Ahimè, lasciata Mendocino, percorriamo l’ultimo tratto di strada prima di arrivare alla meta finale. La costa è bellissima e decidiamo di seguire la strada che la percorre senza ricorrere alla Highway. Ci mettiamo una vita e non riusciamo a vedere nulla di quello che ci eravamo prefissati. Facciamo una sosta per fotografare (neanche troppo da vicino) il Cape Arena Lighthouse (…aridaje!!!), i leoni marini nella Sea Lion Marine Conservation Area e la Faglia di Sant’Andrea al Point Reyes National Park (questi sono gli inconvenienti di aver sposato un ingegnere ambientale!). Sognavo di visitare il Muir NP e Sausalito ma non c’è stato tempo e devo rimandare alla prossima visita (oh, un altro viaggio… che peccato, vero?!?). Arriviamo sfiniti a San Francisco e pernottiamo tre notti in North Beach (mai scelta fu più felice, altro che Union Square) al bellissimo Washington Square Inn, nell’omonima piazza, dove per € 549 ci danno anche un’ottima e abbondante colazione. Segnalo, nella piazzetta del nostro piccolo hotel il ristorante italiano Acquolina. Stremati dal viaggio e incapaci di andare in cerca di un posto dove rifocillarci, la prima sera ci siamo arresi e abbiamo deciso di mangiare nostrano. La pizza era così buona, il locale così carino e il proprietario, livornese, così gentile che ci siamo tornati anche l’ultima sera in cui abbiamo deciso di cenare solo per non trascorrere gli ultimi momenti negli States in camera a dormire già alle nove di sera. Diciamo che è stato un modo per riabituarci all’Italia gradualmente…

_DSF6284-53

_DSF6398-54

Ovviamente rimango a disposizione in caso abbiate domande più precise su possibili itinerari o sui dettagli delle varie soste. Io feci davvero fatica a trovare informazioni su questo giro e quelle che ho trovato magari riguardavano solo una parte del percorso. Tutto questo per dire che, se avete bisogno di aiuto, io sono qui e sono ben felice di poter dare il mio contributo. Organizzare viaggi per gli altri mi piace quasi altrettanto che farli io stessa.

New England e New York City: il nostro itinerario

Stavo scrivendo una mail in cui raccontavo del nostro itinerario nel New England, maturato dopo varie operazioni di taglio e cucito che mi hanno fatto sentire più come una sarta che non come una moderna esploratrice del mondo, e ho pensato che forse sarebbe potuto essere utile farne un post per il blog.

Ho ripensato al tempo speso leggendo la qualunque sull’argomento, ai dubbi e alle incertezze che ci hanno “tormentato” fino a quando, stufi di tutti i “se” e i “ma” del caso, abbiamo buttato via guide e mappe e ci siamo lasciati guidare dall’istinto e dalle questioni pratiche: il numero di giorni e il budget a disposizione, le tappe fondamentali (il Vermont, l’Acadia National Park, Boston e qualche giorno pieno a New York City) e un po’ di buonsenso che, in ogni caso non ci ha evitato una giornata in cui abbiamo percorso senza soste circa 400 km. Considerando che è proprio vero che non tutte le ciambelle vengono con il buco e, soprattutto, che la morigeratezza non è la caratteristica che più mi contraddistingue, direi che siamo stati fin troppo bravi con l’organizzazione del percorso! Ne è risultato un viaggio splendido, che mi fa piacere, a qualche anno di distanza, condividere con chiunque decida di partire alla scoperta di questo angolo atipico degli USA e che stia pertanto racimolando in rete qualche informazione. O semplicemente, con chiunque abbia voglia di leggere di viaggi e delle emozioni e avventure ad essi connesse.

Intanto, ecco la mappa del viaggio con le tappe principali. I km sono stati molti, molti di più, arrivando a superare di poco i 3000 in diciassette giorni, di cui quattro trascorsi senza spostarci da New York. Insomma, comunque la si guardi, tantini…

Schermata 2018-01-08 alle 11.45.23

Siamo arrivati di pomeriggio, in perfetto orario, al JFK, e, nell’ordine:

  • abbiamo sbagliato clamorosamente il terminal del noleggio delle auto,
  • fatto due volte il giro sul trenino (bello l’aeroporto, eh… però… magari la prossima volta un po’ meno giri…),
  • recuperato finalmente l’auto,
  • inchiodato all’entrata dell’autostrada per colpa del cambio automatico,
  • sbagliato uscita a NYC perdendoci, così, nel Bronx durante una festa latinoamericana (era tutto transennato e c’erano poliziotti piuttosto incazzati ovunque),
  • e imboccato, finalmente, la strada corretta in direzione della nostra prima tappa: Palenville, Stato di NY.

Abbiamo alloggiato in un B&B (The Clark House) carinissimo. A Palenville non c’è molto, è stata più che altro solo una tappa di passaggio. Anche senza le peripezie per uscire dall’aeroporto prima e da NYC dopo, sarebbe stato impossibile arrivare fino alla prima, vera meta del nostro on the road: il Berkshires.

A conti fatti, la sosta si è rivelata molto piacevole e abbiamo fatto una scappata pure nelle Catskills Mountain, avendo così il nostro primo assaggio di parco americano, anche se piccolissimo. Ci siamo seduti in riva a un laghetto, scattato qualche fotografia e respirato l’aria fresca di montagna osservando i turisti locali, in campeggio con le famiglie. Tutto molto riposante dopo la stanchezza e le emozioni della giornata precedente.

_MG_4021-2

_MG_4029-3

Prima di pranzo siamo partiti alla volta di Williamstown, Massachusetts occidentale, dove abbiamo soggiornato nello splendido B&B House On Main Street… meraviglioso… come la cittadina, che è prettamente universitaria. Noi eravamo lì in agosto, e sembrava un paradiso….

Al di là della cura della cittadina (e dell’intera zona), la colazione della mattina, condivisa con gli altri ospiti del bed and breakfast, è stata la vera chicca. I commensali, tutti americani, ci guardavano sbalorditi per il viaggio intrapreso e perché avremmo visitato dei luoghi di cui loro ignoravano l’esistenza fino a quella mattina. Una simpatica vecchina newyorkese, che avrà avuto circa 1000 anni e che un po’ ci ricordava Zia Yetta del telefilm “La Tata”, ci ha anche dato il suo bigliettino da visita nel caso ne avessimo avuto bisogno una volta arrivati a Manhattan. Ancora lo conserviamo come se fosse sacro.

In giornata, abbiamo girato un po’ il Berkshires, a zonzo, senza una meta precisa e ci siamo innamorati di ogni edificio, prato, staccionata e negozietto.

_MG_4084-1

_MG_4096-5

Il giorno seguente siamo partiti per il Vermont, forse lo Stato che più mi è rimasto nel cuore.

Burlington, dove abbiamo pernottato, è molto carina, anche se ha piovuto tutta sera. La cosa straordinaria, la vera attività nella zona, è andare a caccia di ponti coperti e di fienili nella zona circostante. Ci sono alcuni scorci da cartolina e ovunque si sente profumo di sciroppo d’acero e mirtilli. A Burlington abbiamo dormito all’Holiday Inn South Burlington, una garanzia: catena molto seria, pulita, con un rapporto qualità/prezzo onesto.

_MG_4237-8

_MG_4177-6

Suggerisco, nel caso, un passaggio da Warren… una cittadina micro con diversi ponti coperti (tra i più antichi ed originali) e scorci suggestivi. Una menzione particolare va al Warren Store che è una drogheria/cafè che vende prodotti tipici della zona e dove si può consumare un pasto veloce e genuino guardando le cascate che stanno alle spalle di questa deliziosa costruzione. Un’oasi di pace. Uno dei momenti più rilassanti del viaggio.

_MG_4195-4
Questa cartina era esposta nel Warren Store. A seconda della provenienza, bisogna mettere una puntina colorata sulla mappa. Se fate attenzione, ci siamo anche noi, a modo nostro…

 

Da lì, ci siamo mossi per la tappa più assurda del nostro viaggio: il New Hampshire. E’ lo stato più razzista e tradizionalista degli USA. Ha una media di abitanti “non autoctoni” bassissima e la più alta come numero di armi pro capite. Ovunque siamo stati guardati come se fossimo degli alieni, probabilmente perché si saranno chiesti che cavolo ci facessimo lì. Forse, entrare nelle cittadine in stile Wayward Pines con i finestrini abbassati e il cd di Billy Idol (esattamente questa canzone) a tutto volume non ha aiutato in questo processo di accettazione e costruzione di reciproca fiducia… Fatemici pensare un attimo…. no, probabilmente, no!

Comunque, all’inizio qualche dubbio è venuto anche noi ma dovevamo passarci per forza, perchè la tirata Burlington-Maine sarebbe stata categoricamente IMPOSSIBILE! Ora, con il senno di poi, mi sento di aggiungere un “e per fortuna!”.

Quel giorno ha diluviato ma noi, contrariamente a qualsiasi bassa aspettativa nutrita, siamo riusciti a goderci la giornata tra i diversi laghi: avremmo dovuto percorrere circa 100 miglia tra Burlington e Lincoln (dove abbiamo pernottato al Parker’s Motel – un luogo assurdo, alla Tarantino… che esperienza!!!) e invece ne abbiamo fatte circa 300. Tanta, tanta strada. La zona di Wolfeboro è pazzesca anche sotto la più forte pioggia mai presa (ad eccezione di quella di Saint Malo di tre estati fa dove volevamo comprarci un canotto e girare la cittadina via acqua), figuriamoci come sarebbe potuta essere con il sole. Alla fine, zuppi e distrutti ma davvero felici della giornata trascorsa, con un buio surreale e la strada piena di rami spezzati e foglie trascinate dal vento, siamo arrivati al nostro mitico alloggio. Sarebbe stato il caso di dormire sollevati dal letto, fare la doccia vestiti e lasciare le valigie in auto perché l’igiene non era proprio di casa e qualsiasi cosa sapeva di cimici dei letti e macchie non ben identificate. Come se non bastasse, la coppia con la camera sopra la nostra stanza ha fatto i numeri a letto per più di un’ora (complimentoni, ragazzi! Avete pensato a una carriera nel campo dei film porno?!?) e il lampadario, già storto all’origine e situato proprio sopra le nostre teste, ha dato segno diverse volte di volerci cadere addosso. Un incubo, a pensarci bene, ma in realtà ci siamo divertiti come dei matti. Sono questi momenti che rendono speciale davvero un viaggio, quelli per cui vale la pena sbattersi tanto, spendere ancora di più, trascorrere le poche settimane di vacanza tribulando, invece che oziare su una spiaggia in attesa del gioco aperitivo (VADE RETRO, SATANA!!!).

_MG_4269-9

_MG_4280-10

_MG_4294-11
Ci tengo a precisare che il colore di questa foto non è in nessun modo alterato dalla post produzione. Dopo una giornata di pioggia, fotografando il lago al primo spiraglio di sole all’ora del tramonto, questo è il risultato di quello scatto che non ho voluto alterare. Misteri della natura o della mia incompetenza tecnica con la macchina fotografica!

 

 

_MG_4298-6

_MG_4310-7

Da Lincoln, attraversando le White Mountains e percorrendo una strada bellissima, ci siamo spostati nel Maine. E’ stata la tratta più lunga obbligata (quella del giorno prima è stata una scelta nostra), 250 miglia circa, percorse con calma gustandoci il panorama.

Siamo andati diretti a Bar Harbour dove abbiamo pernottato due notti al Quality Inn.

Appena arrivati, siamo stati investiti da una nebbia degna di un film horror. Come dire… prima la cittadina c’era (e c’erano pure i 25° che ci hanno fatto uscire in t-shirt e felpina) e poi, in 5 minuti d’orologio, era sparito tutto. Siamo corsi a comprarci un giubbino perché l’hotel era troppo lontano e a gustarci due (!!!) favolose clam chowder per scaldarci e riprenderci dallo spavento. Surreale! Tralascerò di aver costretto Federico a bere un Blueberry Punch pensando al punch al mandarino made-in-Barbieri che viene bevuto caldo nei nostrani pomeriggi invernali. Il punch americano è un bibitozzo alcolico servito in una montagna infinita di ghiaccio. Ora, provateci voi, dopo una cena in cui avete cercato di scaldarvi con ogni pietanza possibile sul menù, compreso la tentazione di lanciarvi la zuppa di vongole dentro la biancheria intima per alzare un po’ la temperatura corporea, a bere un secchiello alcolico di ghiaccio… avanti. Ma soprattutto, provate a sopravvivere dopo averlo fatto bere a vostro marito che sognava di assaggiare uno dei bourbon tipici della zona e che voi avete fatto desistere con false promesse circa le proprietà riscaldanti del punch!!! Ops…

Aneddoti “pericolosi” a parte, il giorno successivo lo abbiamo dedicato all’esplorazione dell’Acadia National Park che, da sola, vale il viaggio.

_MG_4608-23

_MG_4579-19

_MG_4486-17

_MG_4585-20

_MG_4591-12

L’abbiamo girato in lungo e in largo e poi siamo ripartiti verso Boston, fermandoci in giornata a Portland (molto interessante, consiglio una visita… non so un pernottamento).

La cittadina è molto carina e noi volevamo assolutamente fare una sosta in un diner (Becky’s) dove un caro amico fotografo era capitato per caso qualche anno prima quando era giunto nel Maine per scattare ad un matrimonio (consiglio di dare un’occhiata alle foto di quell’evento… nonostante le differenze culturali tra europei e americani, durante i matrimoni siamo davvero tutti simili…) e proprio qui aveva trovato un pescatore di aragoste, l’unico, disposto a portarlo con sé durante l’uscita in barca della notte successiva. Nel locale sono ancora appese le fotografie di Gabriele (Gabriele Lopez, qui una raccolta di scatti personali e qui il blog commerciale…agli appassionati di fotografia, consiglio di guardare le gallery. Io lo trovo straordinario) e, per noi che lo ammiriamo tanto, è stato davvero un’emozione vederle lì, a migliaia di km dall’Italia, dalla parte opposta dell’Oceano sul quale sono state scattate. Inoltre, sempre a Portland, c’è il faro più antico degli interi States e una bellissima passeggiata sul porto.

_MG_4642-13

_MG_4657-26

_MG_4661-15

_MG_4679-28

Nel tardo pomeriggio, siamo ripartiti per Boston, Massachusetts orientale, dove ci siamo fermati tre notti allo Hyatt Regency (centrale, costoso, lussuoso, ma ci voleva….. abbiamo compensato il motel di Lincoln, credo).

La città è bellissima e le nostre aspettative non sono state affatto disattese. Europea in ogni sua fibra, elegante, pacata, colta… Il centro è girabile a piedi, Beacon Hill sembra un quartiere di Londra, il Boston Common, scoiattoli assassini a parte, un paradiso per rilassarsi un po’… In due giorni, ci siamo distrutti camminando, tanto che, arrivati alla quindicesima e penultima tappa del Freedom Trail, un must per chiunque decida di visitare la città, ci siamo arresi e siamo tornati indietro troppo stanchi per arrivare in fondo. Siamo stati pessimi, lo so. Ma davvero non ce la facevamo più. Siamo anche capitati nel mezzo di una manifestazione di italoamericani in processione per il North End, la Little Italy locale, in onore di Sant’Antonio da Padova. Vi lascio immaginare il folclore e il caos…

Mettetevi una mano sulla coscienza, immaginate la stanchezza, il trambusto e chiedetevi se è il caso di giudicarci per non aver portato a termine il percorso!!! Avanti, fatelo!

_MG_4766-30

_MG_4898-31

_MG_4901-17

_MG_4929-33

_MG_4990-34

_MG_5109-19

Dopo 3 giorni belli pieni, siamo ripartiti per la penisola di Cape Code, ancora Massachusetts (anche se io ancora non mi capacito che non si tratti di Rhode Island e tutte le volte che ne parlo devo andare a controllare!!!), dove abbiamo soggiornato a Hyannis, al Cape Codder Resort (senza infamia, nè lode). Forse sarebbe stato più carina come esperienza se non avessero riempito ogni bacheca di avvisi allarmisti circa la possibilità di trovare delle cimidi dei letti nelle lenzuola. Il giorno successivo, abbiamo visto le foche al Race Point Lighthouse insieme a uno dei tramonti più spettacolari di sempre, cenato a Provincetown, cittadina famosa, tra le altre cose, per aver dato i natali al Gay Pride (che lì si svolge ininterrottamente praticamente per tutto agosto), che è carina, colorata, folcloristica, vivace…. ammirato paesaggi da film e fotografato alcune delle più alte dune della costa. Tutto molto piacevole ma, per i nostri gusti, non all’altezza di Boston, né gli Stati interni visitati fino a quel punto del viaggio… Non siamo riusciti a visitare le isole anche se Martha’s Vineyard ci ispirava moltissimo e avremmo avuto tempo di andarci, ma abbiamo preferito fermarci mezza giornata in spiaggia in zona Dennis Port… io mi sono ustionata così tanto che piangevo dal male……. del resto, se passo un’intera mattinata con i piedi a mollo e senza crema, non posso mica pretendere di uscirne illesa, no?!? Le spiagge lì sono interminabili, il cielo sembra dipinto da un impressionista e ogni signora del luogo ti ricorda l’arguta, nonché un po’ “iettante”, Signora Fletcher. Piacevole ma non irripetibile.

_MG_5210-36

_MG_5273-20

_MG_5312-21
Quei profili che increspano la superficie dell’Oceano sono foche!!! Passavano, rallentavano, osservavano curiose i turisti e proseguivano…

 

Da lì ci siamo spostati alla più grande scoperta della nostra vacanza (oltre al Vermont, chiaro!): Newport, Rhode Island, che ci ha lasciato a bocca aperta.

La perla assoluta di quella tappa è stato senza dubbio il Viking Hotel. Ora, noi abbiamo fatto diversi safari in Africa e alcuni dei lodge dove abbiamo dormito erano stratosferici, ma nulla ci aveva preparato al Vikings. Nel 2014, il cambio era molto più favorevole di ora e ne abbiamo approfittato per toglierci qualche sfizio (diciamo che poi abbiamo mangiato pane e salame per un anno intero per rientrare dalle spese folli di questo viaggio). Un nostro amico, che fa il consulente di viaggio in un’agenzia di Milano (ci appoggiamo a lui per tutte le prenotazioni di viaggi del genere perché, seguendo le nostre indicazioni su mete e tappe degli on the road, riesce sempre a scovare le tariffe migliori in posti fighi grazie ai suoi “potenti mezzi”), ci ha proposto questa struttura senza avvisarci del livello complessivo del posto. Quando siamo arrivati davanti all’hotel, siamo rimasti a bocca aperta. Abbiamo pensato di aver sbagliato posto. Ci sembrava di essere in un film ambientato ai tempi di Sabrina e di essere dei ricchi industriali americani, in vacanza in quello che è il rifugio dei newyorkesi colti, benestanti, dalle ruspanti carriere o dalle nobili origini europee.

Anche se abbiamo avuto la tentazione di passare tutta la giornata dentro al Vikings, ci siamo fatti forza e abbiamo visitato la cittadina e, soprattutto, la Cliff Walk. Ogni proprietà incontrata lungo questa passeggiata a picco sull’Oceano ci ha fatto sognare gli sfarzi dei decenni passati in cui, quelle stesse dimore, erano teatro di scintillanti party e sontuose esistenze. Noi abbiamo visitato la più celebre, l’inimitabile e irraggiungibile The Breakers. Tutti gli altri edifici hanno fatto a gara per superarla, ma nessun’altra storica famiglia è riuscita a superare i Vanderbilt degli anni d’oro.

_MG_5336-22

_MG_5369-23

_MG_5349-4

_MG_5348-3

Al termine della visita, molto ben organizzata, ci siamo seduti nel parco della proprietà e, per caso, lì abbiamo trovato un peluche, nuovissimo, con tanto di cartellino, del simpaticissimo Tiny, the T-Rex, probabilmente perso da qualche bambino in visita alla villa. Lo abbiamo adottato, facendolo diventare la mascotte di ogni nostro viaggio e immaginandolo come un post adolescente un po’ viziato e lamentoso che non è mai felice delle nostre scelte in fatto di mete e di tipi di viaggi, e instaurando con lui folli dialoghi inventati. Lo so, è una cosa da pazzi, ma ci fa tanto ridere e ci fa sentire un po’ meno la mancanza dei nostri mici quando siamo lontani da casa. Inutile specificare che lo abbiamo chiamato… Vanderbilt! Sarà per questo che si è montato la testa?!? Un giorno mi piacerebbe scrivere dei suoi incredibili viaggi, reali e mentali…

_DSF6509-2
Dice che la villa è sua, ma secondo me non è così. Nel caso, potremmo chiedere un riscatto!
_DSF6530-6
Qui si cimenta con l’interpretazione della celeberrima scena del primo Jurassic Park, quando il T-Rex rincorre l’auto e un ferito e fichissimo Jeff Goldbloom lo vedo avvicinarsi dal finestrino. Perdonatelo, è un burlone…

Infine, attraversando il Connecticut senza fermarci se non per una sosta veloce, siamo arrivati a New York, dove abbiamo lasciato l’auto e raggiunto in taxi l’hotel che avevamo prenotato autonomamente (The GEM Hotel Chelsea). Per me era tassativo evitare di dormire in zona Times Square negli albergoni giganteschi e brulicanti di comitive e famiglie chiassose. Il nostro hotel era piccolo, meraviglioso e in una zona splendida. Aveva una terrazza raccolta e illuminata da una piccola fila di lucine e da cui si godeva di una splendida vista sull’Empire State Building. I nostri dopo cena newyorkesi li abbiamo trascorsi tutti lì, a riprenderci dalle fatiche delle giornate piene e a elaborare quanto visto in quelle due settimane e poco più di viaggio. Ai tempi, l’hotel era costato circa 800 euro per 5 notti; ora ne costa quasi il doppio. Inavvicinabile! E’ stato bello averne approfittato nel momento opportuno.

_MG_5416-1

A NYC siamo arrivati in mattinata e siamo ripartiti in tarda serata trascorrendo quindi in città 6 giorni pieni. Se non si è mai stati nella Grande Mela, e ci si approda dopo aver trascorso due settimane nel New England, avviso che si potrebbe rimanere fortemente spiazzati. So di averlo già scritto in un altro articolo, ma ripensando al primo impatto con Manhattan per scrivere questo, mi sembra di avvertire ancora fortissima quella sensazione altamente disturbante e destabilizzante che mi ha colto, come un sogno che finisce bruscamente al suono della sveglia mattutina. Un orrore! Al nord tutto è tranquillo, calmo, curato, profumato… a misura d’uomo. La furia degli elementi (gli acquazzoni, la nebbia, l’Oceano impetuoso…) non riescono a togliere quella patina fiabesca al contesto. La scontrosità degli abitanti del Maine e la diffidenza di quelli del New Hampshire sembrano accoglienza e benevolenza rispetto all’indifferenza dell’abitante medio di New York che corre di qui e di lì senza sosta, tutto il giorno, che quasi ti calpesta senza accorgersi di averlo fatto. La città ti disorienta e ti infastidisce tantissimo anche se ci si prepara per anni per quell’incontro attraverso i mille film, romanzi, serie tv, fotografie. Io mi sono sentita sradicata. Tuttavia, dopo qualche ora di permanenza, ne comprendi la grandiosità e inizi a farne parte. Ti muovi insieme al flusso della folla, fermi i taxi al volo, non sbagli più la direzione della metropolitana, scegli al volo i ristoranti e i cafè in cui consumare i tuoi pasti senza sbagliare, azzecchi le strade come se le percorressi da sempre, riconosci gli edifici guardandone anche solo il portone di ingresso… insomma, tu diventi New York e New York diventa te. E’ grandioso. La prospettiva del viaggio cambia come cambiano i colori con i quali percepisci la realtà. Le fotografie non sono più a colori, ma diventano in bianco e nero, in modo naturale. Sotto pelle avverti come delle piccole scariche elettriche e la smania di vedere, di fare, di visitare, di vivere l’Empire City ti prende e non puoi fare a meno di assecondarla. Diventi urbano e cosmopolita come tutto ciò che ti circonda.

_MG_5490-5

_MG_5547-7

_MG_5654-9

_MG_5799-12

_MG_5936-16

_MG_5826-13

_MG_5982-18

_MG_6120-19

_MG_6146-20

Chi è arrivato fin qui nella lettura di questo post forse è in procinto di partire per il New England, forse ha già prenotato tutto o forse no. Per essere utile fino in fondo, allora, preciso che, di tutto quello visitato, io rifarei tutto aggiungendo, probabilmente, una notta sulla costa del Maine, in zona Portland o una nella zona dei laghi a Wolfeboro, incrociando le dita e pregando per un tempo un po’ più clemente.

Per risparmiare qualcosa sugli alloggi, ci sono i Motel 6. E’ forse la catena più economica degli USA e ha una qualità accettabile. Noi non ci siamo stati, ma dovrebbero essercene anche nella zona e dicono che abbiano un rapporto qualità/prezzo sostenibile. Del resto, dopo il famigerato Parker’s (che su Booking ha un punteggio di ben 8.0 – pazzi!!!!!!!), penso che neppure il Bates Motel ci possa fare più né caldo, né freddo. Quindi, avete prenotato? Che aspettate a farlo? Il New England e la Grande Mela aspettano solo voi… Portate loro i miei saluti e tranquillizzateli: torneremo, prima o poi.

PS: voglio ringraziare Claudia di Voce del Verbo Partire. Questo post è nato da una mail che stavo scrivendo a lei per raccontarle del nostro itinerario. Mi è venuto in mente che avrei potuto farne un articolo per il blog e gliel’ho accennato. Mi ha motivata così tanto che è riuscita a farmi fare qualcosa che non ho avuto voglia tempo di realizzare in 3 anni e mezzo: condividere itinerario e impressioni. E’ stato facilissimo oggi farlo, in un pomeriggio, scrivendo di getto tutto questo. Un po’ meno semplice è stato scegliere le fotografie. E’ passato troppo tempo, io sono cambiata, il mio modo di fotografare, anche. Ho dovuto impegnarmi per cercare scatti che mi rappresentassero allora e che lo facciano tutt’ora. Spero di esserci riuscita, non ne sono convinta.

_MG_5889-14