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Strasburgo, la Petite Europe

Strasburgo è una città bellissima. E’ colorata, vivace, piena di giovani universitari, ricca di pub, cafè e deliziose pasticcerie. I suoi abitanti sono aperti e amichevoli, la sua cucina ricca e golosa, i suoi vini ottimi. E’ un luogo che ti invita a chiederti come sarebbe fermarti di più, viverla per qualche tempo, abitarci…

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Al momento della prenotazione dell’itinerario, mannaggia a me, non le avevo attribuito grande importanza e così abbiamo finito per dormirci solo una notte, facendoci tentare dalle immagini fiabesche e bucoliche di Colmar (carina, eh….ma che noia!). Appena giunti in città ci siamo resi conto dello sbaglio, ma ormai era troppo tardi.

In quel giorno e mezzo che avevamo a disposizione l’abbiamo girata in lungo e in largo, abbiamo fatto una gita in battello sull’Ill (con Batorama, il giro classico dura circa 45 minuti e costa meno di 10 euro – consiglio quello serale per vedere gli edifici sapientemente illuminati e i riflessi sull’acqua dei canali), osservato curiosi i diversi stili che caratterizzano il centro della città, ammirato dall’esterno la sede del Parlamento Europeo, assistito estasiati a uno spettacolo di luci e musica proiettato sul lato dell’imponente e bellissima cattedrale gotica e visitato il bellissimo Museo di arte moderna e contemporanea.

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Fin qui, tutto molto idilliaco e già visto. Quasi ogni antica città europea ha degli scorci interessanti, ricchi musei e spettacoli a cui assistere.

Però Strasburgo è diversa da qualsiasi altro posto in cui io sia stata ed è difficile da inquadrare… sempre che ce ne sia un effettivo bisogno.

La posizione geografica della città, proprio al confine tra Francia e Germania, ha destabilizzato tantissimo la creazione e il mantenimento di un’appartenenza nazionale.

Nonostante sia proprio qui che è stata composta la Marsigliese, tra il 1870 e il 1945, la capitale dell’Alsazia cambiò nazionalità quattro volte, ovviamente con alti costi in termini di vite umane e tranquillità dei suoi residenti.  Provate a immaginare che confusione identitaria ha comportato. Altro che disturbi della personalità…

Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, gli strasburghesi si sono ritrovati divisi dalla linea del fronte che passava nel centro cittadino. Molte famiglie vennero separate al loro interno e poterono riunirsi solo al termine del conflitto. La città fu parzialmente distrutta dai bombardamenti e dal Terzo Reich che voleva ricostruirla secondo i canoni dell’estetica nazista. Per fortuna la strabiliante Cattedrale e il vecchio quartiere degli artigiani, la Petite France, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1988, si salvarono.

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Qualche anno dopo la fine della guerra, nel 1952, Strasburgo divenne un simbolo dell’unità europea e della pace che avrebbe dovuto regnare su tutto il continente ecosì fu scelta come una delle tre sedi del Parlamento Europeo.

Attualmente Strasburgo è alsaziana ed europea e tanto basta.

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Questa sua travagliata storia e le sue origini “traballanti” si mostrano chiaramente a chiunque abbia voglia di non fermarsi alla prima apparenza di luogo da cartolina.

Strasburgo è una grande Colmar che, insieme all’atmosfera fiabesca data dalle case a graticcio, dai canali e dalla cura di ogni angolo verde del centro cittadino, si porta dietro anche una grande consapevolezza sociale.

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Per l’osservatore attento e curioso sarà bellissimo scoprire in giro per le viuzze della Petite France le opere di Bansky e di altri famosi artisti di street art. L’idea che mi sono fatta io è che la convivenza tra i movimenti studenteschi e la presenza di una scena politica internazionale, così folta di rappresentanti di una certa visibilità, abbia permesso che ogni muro, cassonetto, saracinesca diventasse il luogo per un’attiva e brillante partecipazione culturale e sociale. I forti e resilienti strasburghesi non hanno paura di dire la loro e mostrare il proprio dissenso ricorrendo alla bellezza e alla creatività.

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Mi è rimasta la voglia di tornare e di girarmela con più calma, magari girandola in bicicletta, spostandomi anche in periferia e dedicando più tempo al quartiere Europeo.

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New England e New York City: il nostro itinerario

Stavo scrivendo una mail in cui raccontavo del nostro itinerario nel New England, maturato dopo varie operazioni di taglio e cucito che mi hanno fatto sentire più come una sarta che non come una moderna esploratrice del mondo, e ho pensato che forse sarebbe potuto essere utile farne un post per il blog.

Ho ripensato al tempo speso leggendo la qualunque sull’argomento, ai dubbi e alle incertezze che ci hanno “tormentato” fino a quando, stufi di tutti i “se” e i “ma” del caso, abbiamo buttato via guide e mappe e ci siamo lasciati guidare dall’istinto e dalle questioni pratiche: il numero di giorni e il budget a disposizione, le tappe fondamentali (il Vermont, l’Acadia National Park, Boston e qualche giorno pieno a New York City) e un po’ di buonsenso che, in ogni caso non ci ha evitato una giornata in cui abbiamo percorso senza soste circa 400 km. Considerando che è proprio vero che non tutte le ciambelle vengono con il buco e, soprattutto, che la morigeratezza non è la caratteristica che più mi contraddistingue, direi che siamo stati fin troppo bravi con l’organizzazione del percorso! Ne è risultato un viaggio splendido, che mi fa piacere, a qualche anno di distanza, condividere con chiunque decida di partire alla scoperta di questo angolo atipico degli USA e che stia pertanto racimolando in rete qualche informazione. O semplicemente, con chiunque abbia voglia di leggere di viaggi e delle emozioni e avventure ad essi connesse.

Intanto, ecco la mappa del viaggio con le tappe principali. I km sono stati molti, molti di più, arrivando a superare di poco i 3000 in diciassette giorni, di cui quattro trascorsi senza spostarci da New York. Insomma, comunque la si guardi, tantini…

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Siamo arrivati di pomeriggio, in perfetto orario, al JFK, e, nell’ordine:

  • abbiamo sbagliato clamorosamente il terminal del noleggio delle auto,
  • fatto due volte il giro sul trenino (bello l’aeroporto, eh… però… magari la prossima volta un po’ meno giri…),
  • recuperato finalmente l’auto,
  • inchiodato all’entrata dell’autostrada per colpa del cambio automatico,
  • sbagliato uscita a NYC perdendoci, così, nel Bronx durante una festa latinoamericana (era tutto transennato e c’erano poliziotti piuttosto incazzati ovunque),
  • e imboccato, finalmente, la strada corretta in direzione della nostra prima tappa: Palenville, Stato di NY.

Abbiamo alloggiato in un B&B (The Clark House) carinissimo. A Palenville non c’è molto, è stata più che altro solo una tappa di passaggio. Anche senza le peripezie per uscire dall’aeroporto prima e da NYC dopo, sarebbe stato impossibile arrivare fino alla prima, vera meta del nostro on the road: il Berkshires.

A conti fatti, la sosta si è rivelata molto piacevole e abbiamo fatto una scappata pure nelle Catskills Mountain, avendo così il nostro primo assaggio di parco americano, anche se piccolissimo. Ci siamo seduti in riva a un laghetto, scattato qualche fotografia e respirato l’aria fresca di montagna osservando i turisti locali, in campeggio con le famiglie. Tutto molto riposante dopo la stanchezza e le emozioni della giornata precedente.

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Prima di pranzo siamo partiti alla volta di Williamstown, Massachusetts occidentale, dove abbiamo soggiornato nello splendido B&B House On Main Street… meraviglioso… come la cittadina, che è prettamente universitaria. Noi eravamo lì in agosto, e sembrava un paradiso….

Al di là della cura della cittadina (e dell’intera zona), la colazione della mattina, condivisa con gli altri ospiti del bed and breakfast, è stata la vera chicca. I commensali, tutti americani, ci guardavano sbalorditi per il viaggio intrapreso e perché avremmo visitato dei luoghi di cui loro ignoravano l’esistenza fino a quella mattina. Una simpatica vecchina newyorkese, che avrà avuto circa 1000 anni e che un po’ ci ricordava Zia Yetta del telefilm “La Tata”, ci ha anche dato il suo bigliettino da visita nel caso ne avessimo avuto bisogno una volta arrivati a Manhattan. Ancora lo conserviamo come se fosse sacro.

In giornata, abbiamo girato un po’ il Berkshires, a zonzo, senza una meta precisa e ci siamo innamorati di ogni edificio, prato, staccionata e negozietto.

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Il giorno seguente siamo partiti per il Vermont, forse lo Stato che più mi è rimasto nel cuore.

Burlington, dove abbiamo pernottato, è molto carina, anche se ha piovuto tutta sera. La cosa straordinaria, la vera attività nella zona, è andare a caccia di ponti coperti e di fienili nella zona circostante. Ci sono alcuni scorci da cartolina e ovunque si sente profumo di sciroppo d’acero e mirtilli. A Burlington abbiamo dormito all’Holiday Inn South Burlington, una garanzia: catena molto seria, pulita, con un rapporto qualità/prezzo onesto.

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Suggerisco, nel caso, un passaggio da Warren… una cittadina micro con diversi ponti coperti (tra i più antichi ed originali) e scorci suggestivi. Una menzione particolare va al Warren Store che è una drogheria/cafè che vende prodotti tipici della zona e dove si può consumare un pasto veloce e genuino guardando le cascate che stanno alle spalle di questa deliziosa costruzione. Un’oasi di pace. Uno dei momenti più rilassanti del viaggio.

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Questa cartina era esposta nel Warren Store. A seconda della provenienza, bisogna mettere una puntina colorata sulla mappa. Se fate attenzione, ci siamo anche noi, a modo nostro…

 

Da lì, ci siamo mossi per la tappa più assurda del nostro viaggio: il New Hampshire. E’ lo stato più razzista e tradizionalista degli USA. Ha una media di abitanti “non autoctoni” bassissima e la più alta come numero di armi pro capite. Ovunque siamo stati guardati come se fossimo degli alieni, probabilmente perché si saranno chiesti che cavolo ci facessimo lì. Forse, entrare nelle cittadine in stile Wayward Pines con i finestrini abbassati e il cd di Billy Idol (esattamente questa canzone) a tutto volume non ha aiutato in questo processo di accettazione e costruzione di reciproca fiducia… Fatemici pensare un attimo…. no, probabilmente, no!

Comunque, all’inizio qualche dubbio è venuto anche noi ma dovevamo passarci per forza, perchè la tirata Burlington-Maine sarebbe stata categoricamente IMPOSSIBILE! Ora, con il senno di poi, mi sento di aggiungere un “e per fortuna!”.

Quel giorno ha diluviato ma noi, contrariamente a qualsiasi bassa aspettativa nutrita, siamo riusciti a goderci la giornata tra i diversi laghi: avremmo dovuto percorrere circa 100 miglia tra Burlington e Lincoln (dove abbiamo pernottato al Parker’s Motel – un luogo assurdo, alla Tarantino… che esperienza!!!) e invece ne abbiamo fatte circa 300. Tanta, tanta strada. La zona di Wolfeboro è pazzesca anche sotto la più forte pioggia mai presa (ad eccezione di quella di Saint Malo di tre estati fa dove volevamo comprarci un canotto e girare la cittadina via acqua), figuriamoci come sarebbe potuta essere con il sole. Alla fine, zuppi e distrutti ma davvero felici della giornata trascorsa, con un buio surreale e la strada piena di rami spezzati e foglie trascinate dal vento, siamo arrivati al nostro mitico alloggio. Sarebbe stato il caso di dormire sollevati dal letto, fare la doccia vestiti e lasciare le valigie in auto perché l’igiene non era proprio di casa e qualsiasi cosa sapeva di cimici dei letti e macchie non ben identificate. Come se non bastasse, la coppia con la camera sopra la nostra stanza ha fatto i numeri a letto per più di un’ora (complimentoni, ragazzi! Avete pensato a una carriera nel campo dei film porno?!?) e il lampadario, già storto all’origine e situato proprio sopra le nostre teste, ha dato segno diverse volte di volerci cadere addosso. Un incubo, a pensarci bene, ma in realtà ci siamo divertiti come dei matti. Sono questi momenti che rendono speciale davvero un viaggio, quelli per cui vale la pena sbattersi tanto, spendere ancora di più, trascorrere le poche settimane di vacanza tribulando, invece che oziare su una spiaggia in attesa del gioco aperitivo (VADE RETRO, SATANA!!!).

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Ci tengo a precisare che il colore di questa foto non è in nessun modo alterato dalla post produzione. Dopo una giornata di pioggia, fotografando il lago al primo spiraglio di sole all’ora del tramonto, questo è il risultato di quello scatto che non ho voluto alterare. Misteri della natura o della mia incompetenza tecnica con la macchina fotografica!

 

 

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Da Lincoln, attraversando le White Mountains e percorrendo una strada bellissima, ci siamo spostati nel Maine. E’ stata la tratta più lunga obbligata (quella del giorno prima è stata una scelta nostra), 250 miglia circa, percorse con calma gustandoci il panorama.

Siamo andati diretti a Bar Harbour dove abbiamo pernottato due notti al Quality Inn.

Appena arrivati, siamo stati investiti da una nebbia degna di un film horror. Come dire… prima la cittadina c’era (e c’erano pure i 25° che ci hanno fatto uscire in t-shirt e felpina) e poi, in 5 minuti d’orologio, era sparito tutto. Siamo corsi a comprarci un giubbino perché l’hotel era troppo lontano e a gustarci due (!!!) favolose clam chowder per scaldarci e riprenderci dallo spavento. Surreale! Tralascerò di aver costretto Federico a bere un Blueberry Punch pensando al punch al mandarino made-in-Barbieri che viene bevuto caldo nei nostrani pomeriggi invernali. Il punch americano è un bibitozzo alcolico servito in una montagna infinita di ghiaccio. Ora, provateci voi, dopo una cena in cui avete cercato di scaldarvi con ogni pietanza possibile sul menù, compreso la tentazione di lanciarvi la zuppa di vongole dentro la biancheria intima per alzare un po’ la temperatura corporea, a bere un secchiello alcolico di ghiaccio… avanti. Ma soprattutto, provate a sopravvivere dopo averlo fatto bere a vostro marito che sognava di assaggiare uno dei bourbon tipici della zona e che voi avete fatto desistere con false promesse circa le proprietà riscaldanti del punch!!! Ops…

Aneddoti “pericolosi” a parte, il giorno successivo lo abbiamo dedicato all’esplorazione dell’Acadia National Park che, da sola, vale il viaggio.

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L’abbiamo girato in lungo e in largo e poi siamo ripartiti verso Boston, fermandoci in giornata a Portland (molto interessante, consiglio una visita… non so un pernottamento).

La cittadina è molto carina e noi volevamo assolutamente fare una sosta in un diner (Becky’s) dove un caro amico fotografo era capitato per caso qualche anno prima quando era giunto nel Maine per scattare ad un matrimonio (consiglio di dare un’occhiata alle foto di quell’evento… nonostante le differenze culturali tra europei e americani, durante i matrimoni siamo davvero tutti simili…) e proprio qui aveva trovato un pescatore di aragoste, l’unico, disposto a portarlo con sé durante l’uscita in barca della notte successiva. Nel locale sono ancora appese le fotografie di Gabriele (Gabriele Lopez, qui una raccolta di scatti personali e qui il blog commerciale…agli appassionati di fotografia, consiglio di guardare le gallery. Io lo trovo straordinario) e, per noi che lo ammiriamo tanto, è stato davvero un’emozione vederle lì, a migliaia di km dall’Italia, dalla parte opposta dell’Oceano sul quale sono state scattate. Inoltre, sempre a Portland, c’è il faro più antico degli interi States e una bellissima passeggiata sul porto.

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Nel tardo pomeriggio, siamo ripartiti per Boston, Massachusetts orientale, dove ci siamo fermati tre notti allo Hyatt Regency (centrale, costoso, lussuoso, ma ci voleva….. abbiamo compensato il motel di Lincoln, credo).

La città è bellissima e le nostre aspettative non sono state affatto disattese. Europea in ogni sua fibra, elegante, pacata, colta… Il centro è girabile a piedi, Beacon Hill sembra un quartiere di Londra, il Boston Common, scoiattoli assassini a parte, un paradiso per rilassarsi un po’… In due giorni, ci siamo distrutti camminando, tanto che, arrivati alla quindicesima e penultima tappa del Freedom Trail, un must per chiunque decida di visitare la città, ci siamo arresi e siamo tornati indietro troppo stanchi per arrivare in fondo. Siamo stati pessimi, lo so. Ma davvero non ce la facevamo più. Siamo anche capitati nel mezzo di una manifestazione di italoamericani in processione per il North End, la Little Italy locale, in onore di Sant’Antonio da Padova. Vi lascio immaginare il folclore e il caos…

Mettetevi una mano sulla coscienza, immaginate la stanchezza, il trambusto e chiedetevi se è il caso di giudicarci per non aver portato a termine il percorso!!! Avanti, fatelo!

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Dopo 3 giorni belli pieni, siamo ripartiti per la penisola di Cape Code, ancora Massachusetts (anche se io ancora non mi capacito che non si tratti di Rhode Island e tutte le volte che ne parlo devo andare a controllare!!!), dove abbiamo soggiornato a Hyannis, al Cape Codder Resort (senza infamia, nè lode). Forse sarebbe stato più carina come esperienza se non avessero riempito ogni bacheca di avvisi allarmisti circa la possibilità di trovare delle cimidi dei letti nelle lenzuola. Il giorno successivo, abbiamo visto le foche al Race Point Lighthouse insieme a uno dei tramonti più spettacolari di sempre, cenato a Provincetown, cittadina famosa, tra le altre cose, per aver dato i natali al Gay Pride (che lì si svolge ininterrottamente praticamente per tutto agosto), che è carina, colorata, folcloristica, vivace…. ammirato paesaggi da film e fotografato alcune delle più alte dune della costa. Tutto molto piacevole ma, per i nostri gusti, non all’altezza di Boston, né gli Stati interni visitati fino a quel punto del viaggio… Non siamo riusciti a visitare le isole anche se Martha’s Vineyard ci ispirava moltissimo e avremmo avuto tempo di andarci, ma abbiamo preferito fermarci mezza giornata in spiaggia in zona Dennis Port… io mi sono ustionata così tanto che piangevo dal male……. del resto, se passo un’intera mattinata con i piedi a mollo e senza crema, non posso mica pretendere di uscirne illesa, no?!? Le spiagge lì sono interminabili, il cielo sembra dipinto da un impressionista e ogni signora del luogo ti ricorda l’arguta, nonché un po’ “iettante”, Signora Fletcher. Piacevole ma non irripetibile.

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Quei profili che increspano la superficie dell’Oceano sono foche!!! Passavano, rallentavano, osservavano curiose i turisti e proseguivano…

 

Da lì ci siamo spostati alla più grande scoperta della nostra vacanza (oltre al Vermont, chiaro!): Newport, Rhode Island, che ci ha lasciato a bocca aperta.

La perla assoluta di quella tappa è stato senza dubbio il Viking Hotel. Ora, noi abbiamo fatto diversi safari in Africa e alcuni dei lodge dove abbiamo dormito erano stratosferici, ma nulla ci aveva preparato al Vikings. Nel 2014, il cambio era molto più favorevole di ora e ne abbiamo approfittato per toglierci qualche sfizio (diciamo che poi abbiamo mangiato pane e salame per un anno intero per rientrare dalle spese folli di questo viaggio). Un nostro amico, che fa il consulente di viaggio in un’agenzia di Milano (ci appoggiamo a lui per tutte le prenotazioni di viaggi del genere perché, seguendo le nostre indicazioni su mete e tappe degli on the road, riesce sempre a scovare le tariffe migliori in posti fighi grazie ai suoi “potenti mezzi”), ci ha proposto questa struttura senza avvisarci del livello complessivo del posto. Quando siamo arrivati davanti all’hotel, siamo rimasti a bocca aperta. Abbiamo pensato di aver sbagliato posto. Ci sembrava di essere in un film ambientato ai tempi di Sabrina e di essere dei ricchi industriali americani, in vacanza in quello che è il rifugio dei newyorkesi colti, benestanti, dalle ruspanti carriere o dalle nobili origini europee.

Anche se abbiamo avuto la tentazione di passare tutta la giornata dentro al Vikings, ci siamo fatti forza e abbiamo visitato la cittadina e, soprattutto, la Cliff Walk. Ogni proprietà incontrata lungo questa passeggiata a picco sull’Oceano ci ha fatto sognare gli sfarzi dei decenni passati in cui, quelle stesse dimore, erano teatro di scintillanti party e sontuose esistenze. Noi abbiamo visitato la più celebre, l’inimitabile e irraggiungibile The Breakers. Tutti gli altri edifici hanno fatto a gara per superarla, ma nessun’altra storica famiglia è riuscita a superare i Vanderbilt degli anni d’oro.

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Al termine della visita, molto ben organizzata, ci siamo seduti nel parco della proprietà e, per caso, lì abbiamo trovato un peluche, nuovissimo, con tanto di cartellino, del simpaticissimo Tiny, the T-Rex, probabilmente perso da qualche bambino in visita alla villa. Lo abbiamo adottato, facendolo diventare la mascotte di ogni nostro viaggio e immaginandolo come un post adolescente un po’ viziato e lamentoso che non è mai felice delle nostre scelte in fatto di mete e di tipi di viaggi, e instaurando con lui folli dialoghi inventati. Lo so, è una cosa da pazzi, ma ci fa tanto ridere e ci fa sentire un po’ meno la mancanza dei nostri mici quando siamo lontani da casa. Inutile specificare che lo abbiamo chiamato… Vanderbilt! Sarà per questo che si è montato la testa?!? Un giorno mi piacerebbe scrivere dei suoi incredibili viaggi, reali e mentali…

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Dice che la villa è sua, ma secondo me non è così. Nel caso, potremmo chiedere un riscatto!
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Qui si cimenta con l’interpretazione della celeberrima scena del primo Jurassic Park, quando il T-Rex rincorre l’auto e un ferito e fichissimo Jeff Goldbloom lo vedo avvicinarsi dal finestrino. Perdonatelo, è un burlone…

Infine, attraversando il Connecticut senza fermarci se non per una sosta veloce, siamo arrivati a New York, dove abbiamo lasciato l’auto e raggiunto in taxi l’hotel che avevamo prenotato autonomamente (The GEM Hotel Chelsea). Per me era tassativo evitare di dormire in zona Times Square negli albergoni giganteschi e brulicanti di comitive e famiglie chiassose. Il nostro hotel era piccolo, meraviglioso e in una zona splendida. Aveva una terrazza raccolta e illuminata da una piccola fila di lucine e da cui si godeva di una splendida vista sull’Empire State Building. I nostri dopo cena newyorkesi li abbiamo trascorsi tutti lì, a riprenderci dalle fatiche delle giornate piene e a elaborare quanto visto in quelle due settimane e poco più di viaggio. Ai tempi, l’hotel era costato circa 800 euro per 5 notti; ora ne costa quasi il doppio. Inavvicinabile! E’ stato bello averne approfittato nel momento opportuno.

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A NYC siamo arrivati in mattinata e siamo ripartiti in tarda serata trascorrendo quindi in città 6 giorni pieni. Se non si è mai stati nella Grande Mela, e ci si approda dopo aver trascorso due settimane nel New England, avviso che si potrebbe rimanere fortemente spiazzati. So di averlo già scritto in un altro articolo, ma ripensando al primo impatto con Manhattan per scrivere questo, mi sembra di avvertire ancora fortissima quella sensazione altamente disturbante e destabilizzante che mi ha colto, come un sogno che finisce bruscamente al suono della sveglia mattutina. Un orrore! Al nord tutto è tranquillo, calmo, curato, profumato… a misura d’uomo. La furia degli elementi (gli acquazzoni, la nebbia, l’Oceano impetuoso…) non riescono a togliere quella patina fiabesca al contesto. La scontrosità degli abitanti del Maine e la diffidenza di quelli del New Hampshire sembrano accoglienza e benevolenza rispetto all’indifferenza dell’abitante medio di New York che corre di qui e di lì senza sosta, tutto il giorno, che quasi ti calpesta senza accorgersi di averlo fatto. La città ti disorienta e ti infastidisce tantissimo anche se ci si prepara per anni per quell’incontro attraverso i mille film, romanzi, serie tv, fotografie. Io mi sono sentita sradicata. Tuttavia, dopo qualche ora di permanenza, ne comprendi la grandiosità e inizi a farne parte. Ti muovi insieme al flusso della folla, fermi i taxi al volo, non sbagli più la direzione della metropolitana, scegli al volo i ristoranti e i cafè in cui consumare i tuoi pasti senza sbagliare, azzecchi le strade come se le percorressi da sempre, riconosci gli edifici guardandone anche solo il portone di ingresso… insomma, tu diventi New York e New York diventa te. E’ grandioso. La prospettiva del viaggio cambia come cambiano i colori con i quali percepisci la realtà. Le fotografie non sono più a colori, ma diventano in bianco e nero, in modo naturale. Sotto pelle avverti come delle piccole scariche elettriche e la smania di vedere, di fare, di visitare, di vivere l’Empire City ti prende e non puoi fare a meno di assecondarla. Diventi urbano e cosmopolita come tutto ciò che ti circonda.

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Chi è arrivato fin qui nella lettura di questo post forse è in procinto di partire per il New England, forse ha già prenotato tutto o forse no. Per essere utile fino in fondo, allora, preciso che, di tutto quello visitato, io rifarei tutto aggiungendo, probabilmente, una notta sulla costa del Maine, in zona Portland o una nella zona dei laghi a Wolfeboro, incrociando le dita e pregando per un tempo un po’ più clemente.

Per risparmiare qualcosa sugli alloggi, ci sono i Motel 6. E’ forse la catena più economica degli USA e ha una qualità accettabile. Noi non ci siamo stati, ma dovrebbero essercene anche nella zona e dicono che abbiano un rapporto qualità/prezzo sostenibile. Del resto, dopo il famigerato Parker’s (che su Booking ha un punteggio di ben 8.0 – pazzi!!!!!!!), penso che neppure il Bates Motel ci possa fare più né caldo, né freddo. Quindi, avete prenotato? Che aspettate a farlo? Il New England e la Grande Mela aspettano solo voi… Portate loro i miei saluti e tranquillizzateli: torneremo, prima o poi.

PS: voglio ringraziare Claudia di Voce del Verbo Partire. Questo post è nato da una mail che stavo scrivendo a lei per raccontarle del nostro itinerario. Mi è venuto in mente che avrei potuto farne un articolo per il blog e gliel’ho accennato. Mi ha motivata così tanto che è riuscita a farmi fare qualcosa che non ho avuto voglia tempo di realizzare in 3 anni e mezzo: condividere itinerario e impressioni. E’ stato facilissimo oggi farlo, in un pomeriggio, scrivendo di getto tutto questo. Un po’ meno semplice è stato scegliere le fotografie. E’ passato troppo tempo, io sono cambiata, il mio modo di fotografare, anche. Ho dovuto impegnarmi per cercare scatti che mi rappresentassero allora e che lo facciano tutt’ora. Spero di esserci riuscita, non ne sono convinta.

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Mare, scazzo totale e sangria

Era il 2010 e noi eravamo tanto svampite.

Siamo arrivate all’estate con una gran voglia di partire ma con tanti dubbi e qualche criticità: io ero l’ultima arrivata in un ufficio di stronzi che mai avrebbero mollato la presa sulle settimane clou di agosto al momento di stabilire le ferie, mentre Debi stava per cambiare vita e lavoro; soldi non ce ne erano molti, giorni a disposizione ancora meno.

Da meno di un anno vivevo da sola, avevo lasciato pochi mesi prima il mio gatto a casa da solo per la prima volta (con vari baby sitter ad accudirlo) e quando sono rientrata l’ho trovato dimagrito, depresso e con chiazze di pelo perso qua e là per lo stress. Debi doveva gestire la chiusura dell’azienda in cui lavorava e un manipolo di colleghe che si erano riprodotte e che pertanto pareva avessero conquistato il diritto di scegliere come disporre dei giorni di vacanza di tutto l’ufficio.

Dopo millemila calcoli-calendario-alla-mano, abbiamo deciso che sì, non ce ne fregava una beata fava e che saremmo partite comunque! Leonida sarebbe andato in villeggiatura dalla nonna, i soldi li avremmo recuperati – forse – più avanti, le colleghe di Debi si sarebbero arrangiate anche senza di lei compensando il trauma dell’assenza della collega con le gioie della maternità e le mie potevano andare tutte al diavolo tanto erano in ogni caso delle iene maledette!

La meta l’avevamo ben chiara in testa: Andalusia!

Saremmo partite in luglio e sarebbe stato il primo viaggio on the road da “adulte”, il primo fly and drive organizzato in solitaria.

Bene, come avremmo fatto a gestirci? Debi è tuttora convinta di non aver alcun senso dell’orientamento e ha paura di perdersi anche dentro al supermercato di fiducia; io ho una vaga idea delle distanze che sulla scorta del <<Ma sì, tanto sono di strada….>> mi porta a considerare centinaia di km di distanza come se fossero il giro di un isolato sul pullman di linea.

Ci siamo trovate a metà strada: Andalusia! Rimaniamo focalizzate sull’Andalusia! Non divaghiamo! Niente Madrid e Barcellona o Valencia… ma almeno, tutta l’Andalusia!

In una perfetta divisione dei compiti e dei soldi, una ha prenotato i voli e qualche hotel, l’altra il noleggio dell’auto, i biglietti per l’Alhambra e il resto degli alloggi.

Arrivati a destinazione, l’impresa di far entrare nel portabagagli le nostre enormi valigie è stata seconda solo all’ambizione di rendere quell’esperienza all’altezza delle aspettative che avevamo. Ma siamo riuscite in entrambe le imprese!

Il viaggio si è rivelato il più divertente e scanzonato della mia esistenza.

La voglia di ridere delle piccole cose, il desiderio di vedere il più possibile senza però farne una questione personale qualora avessimo dovuto lasciarci dietro qualche tappa, la necessità di gustarci quel momento sapendo che molte cose stavano cambiando, hanno reso quella manciata di giorni davvero speciali. Rigeneranti, direi.

Ricordo i tentativi di parlare spagnolo con i locali senza aver mai studiato mezza parola, il disperato tentativo di guidare nel centro storico di Siviglia, la sbronza sul Ponte Romano di Cordoba, le implorazioni al tassista di Gibilterra perché ci desse un passaggio nonostante avesse già la corsa prenotata, il vento di Tarifa che ci voleva portare via, la meraviglia di fronte ai giardini dell’Alhambra, la calura impressionante di Siviglia.

Siamo state così grandi e fortunate da aver assistito alla vittoria della Spagna nel Mondiale di calcio. Come dimenticare la serata di abbracci, lacrime di gioia, brindisi, trenini in perfetto stile Disco Samba con gli altri avventori del ristorante in cui abbiamo cenato assistendo alla partita e i gadget della nazionale che volavano qua e là come se piovesse?!? Ci siamo dette che il destino aveva combinato quella vittoria per rendere ancora più perfetti quei giorni.

Alla fine della vacanza avevamo i piedi rovinati dalle scarpe sbagliate, la pelle completamente ustionata, un tasso alcolemico fisso su livelli preoccupanti e i portafogli svuotati da tutto quanto abbiamo deciso di fare per rientrare nell’ordine auto imposto del “non farci mancare nulla”.

Avevamo gli addominali doloranti per il troppo ridere e gli occhi perennemente lucidi per lo stesso, identico motivo…

Che nostalgia…

A breve ci tornerò con una compagnia e una testa diversa.

Sono consapevole che non troverò più quel “mare, scazzo totale e sangria”, ma va bene così.

E’ stata un’esperienza mitica e mistica e cercare di ripeterla la scimmiotterebbe solo per andare incontro a una delusione certa.

Io sono diversa pertanto anche quel luogo mi sembrerà un altro. Lo so già.

Ho visto tanti altri posti da allora. Sono successe tante cose, ho superato moltissimi ostacoli in giro per la parte di mondo che ho fortunatamente già visitato. Sono stata in luoghi che mai avrei pensato di visitare e ho trovato il compagno di viaggio migliore che potessi sperare di incontrare.

Sono passata oltre, ma l’estate di quelle due amiche perse, deliranti ed invaghite della vita e di quel luogo splendido sarà per sempre capace di farmi involontariamente sorridere al solo pensarci.

 

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