Pacific Northwest Coast e Lost Coast: giusto un “paio” di informazioni essenziali

Eccomi tornata su questi felici schermi per fare il mio dovere sociale verso tutti i viaggiatori che capiteranno sul mio blog.

La parte più divertente e insieme più complicata di un viaggio (no, aspettate, quella più complicata, per quel che mi riguarda, è trovare i soldi per fare il viaggio e convincere mio marito a spenderli in questo modo!) è quella di delineare un itinerario e racimolare le informazioni utili per non finire come i turisti sfortunati e ignari sbeffeggiati nel famoso spot anni ’90 che si sentivano fastidiosamente dire “Turista fai da te? No Alpitour? AHIAHAIAHI”….

Eccomi qui, quindi, a restituire il favore a molti di voi che mi sono stati utilissimi nella costruzioni di percorsi per viaggi fatti precedentemente a questo.

Spero che il post sia utile e che possa darvi qualche spunto nel caso steste programmando di trascorrere un po’ di tempo in questo splendido angolo di mondo.

Prima di tutto però devo fare dei ringraziamenti e una piccola precisazione.

Parto da quest’ultima. Dagli alloggi, dai ristoranti o dalle attività che troverete citate, non ho avuto tariffe agevolate, sconti, omaggi, né altro e i giudizi espressi sono ovviamente soggettivi e personali. Dove cito dei ristorantini o dei localini è perché penso lo meritino per la bontà/qualità del cibo o per il luogo in cui si trovano. Dove taccio è perché non c’era niente di particolarmente significativo da consigliarvi.

Per i ringraziamenti, a parte i luoghi pazzeschi visitati, a rendere speciale questo mio viaggio è stato il prezioso aiuto di tre esperti di Tripadvisor che mi hanno assistita passo passo nella costruzione dell’itinerario, che mi hanno dato delle dritte affatto scontate e che, trovandosi contemporaneamente nei miei stessi luoghi con qualche giorno di anticipo rispetto a me, mi hanno avvisato di particolari disagi in loco o suggerito come rendere ancora più perfetto il nostro viaggio. Ringrazio Puffin, Wyoming55 e SimoG. Da adesso in poi, credo visiterò solo posti che mi suggeriranno loro, dato che sono sempre a zonzo in luoghi pazzeschi di cui io non conosco neanche l’esistenza!

Partiamo.

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Compagnia aerea

La compagnia aerea “prescelta” è Lufthansa, sempre una garanzia. Ottimo servizio, prezzo adeguato e scali molto comodi. Abbiamo volato partendo alle 7.15 da Milano Linate, fatto uno scalo breve a Francoforte e siamo atterrati alle 13.30 (ora locale) a Seattle.

Al ritorno, siamo ripartiti da San Francisco alle 20.15 (ore locali), abbiamo fatto uno scalo breve a Monaco di Baviera e siamo atterrati a Milano Malpensa alle 19.15.

Il tutto per la “modica” cifra di € 1700 + € 100 di prenotazione del posto sulle due tratte intercontinentali.

Il volo lo abbiamo prenotato a gennaio ma ho tenuto d’occhio i prezzi e fino a marzo/inizio aprile sono stati in linea con quanto da noi pagato. Poi sono saliti di parecchio.

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L’itinerario

Itinerario USA 2018

Seattle (2 notti)

Seattle è una città carissima e morfologicamente mooolto strana.

Il mio consiglio è quello di dormire nella zona di Belltown, a metà tra le due principali cose da vedere in città, il Pike Place Market e il Seattle Center. In Belltown i parcheggi sono gratis su strada dalle 20 di sabato sera alle 8 di lunedì mattina… ne abbiamo approfittato per parcheggiare sotto al nostro hotel e girare i quartieri più lontani con il nostro mezzo. Abbiamo dormito due notti all’Ace Hotel, carinissimo!!!, spendendo circa € 487 con colazione. In alternativa, avevo prenotato anche al Belltown Inn, che pare essere molto grazioso e un pochino più economico (ma non molto). Segnalo, proprio sotto all’hotel, il ristorante Cyclops. Ottimo cibo e ottima birra.

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Olympic Peninsula (2 notti)

Da Seattle ci siamo spostati verso l’Olympic Peninsula prendendo il traghetto da Edmonds fino a Kingston. Mi pare abbiamo speso circa $ 20 in due con il veicolo.

Abbiamo visitato Port Townsend, dove abbiamo consumato una specie di seconda colazione in un locale (l’Hudson Point Cafè, buon cibo e posto informale) sul delizioso porticciolo e poi ci siamo diretti a Cape Flattery dove abbiamo fatto il primo trail della vacanza per raggiungere la punta più a ovest degli USA continentali.

Quella notte abbiamo dormito al Lake Crescent Lodge, sulle sponde dell’omonimo lago. Esperienza alquanto deludente. Il posto e il paesaggio sono bellissimi, ma la camera non era delle più pulite (almeno, per i nostri standard) e il personale era da prendere a sberle; classico posto “via te, sotto un altro”. Peccato. Costo dell’operazione, € 185 senza colazione, consumata in loco pagandola a parte.

Il giorno seguente ci siamo diretti verso il Lake Quinault Lodge (FA-VO-LO-SO) fermandoci prima nella Hoh Rain Forest dove abbiamo effettuato un trail che ufficialmente sarebbe dovuto durare neanche un’ora e che a noi ne ha portate via più di due perché, a ogni liana di muschio, ci fermavamo a commentare con dei sensatissimi “ohhhhhhhhhhh”. Magico! Il lodge, molto più caro ma molto più figo del precedente, ci è costato € 243 per una notte, senza colazione.

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Cannon Beach (1 notte)

Il giorno dopo, passando per la ridente Aberdeen per visitare un parco pubblico intitolato a Kurt Cobain, dove il cantante ha composto diverse canzoni diventate poi famose una volta fondati i Nirvana e dove ho compreso a pieno l’origine della perenne depressione in cui Kurt ha vissuto, abbiamo attraversato il fiume Columbia e ci siamo fermati ad Astoria per pranzo e per visitare tuuuuutti i luoghi diventati famosi per via del cult movie “I Goonies”. Epico! Vi consiglio per un pasto la Fort George Brewery. Splendido locale e ottimo cibo.

In serata abbiamo dormito a Cannon Beach, in un resort (l’Hallmark) sulla spiaggia a mezzo metro dall’Haystack Rock. Per una notte, senza colazione, abbiamo pagato (tenetevi!!!!!!) la bellezza di € 303, ma abbiamo avuto la fortuna/sfortuna di capitarci proprio il 4 luglio e, volendo un posto da cui vedere il monolite al tramonto e all’alba, quello era ciò che offriva il mercato. Con il senno di poi vi posso garantire che sono stati soldi davvero ben spesi!

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Portland (2 notti)

Anche Portland non scherza come prezzi ma noi abbiamo beccato una super offerta del The Heatman Hotel, una delle strutture più antiche, famose e lussuose della città che, causa lavori di ristrutturazione in alcune aree comuni, ci ha permesso di prenotare una camera per due notti, senza colazione, a € 303 + € 48 (come fee resort obbligatorio).

A Portland segnalo il The Indipendent, ristorante/griglieria, in zona centralissima e abbastanza vicino all’hotel (ottimi burger e insalate, caloriche come solo gli americani le sanno fare), il Voodoo Doughnut (provate e poi sappiatemi dire) e lo street food dei cart con cui sbizzarrirsi.

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Yachats (1 notte)

Lasciata la vivibile Portland, ci siamo spostati di nuovo sulla costa.

Lungo la strada abbiamo fatto 10milamille fermate per imprimere su pellicolamemory card gli scorci pazzeschi offerti dalle spiagge dell’Oregon, con soste più lunghe a Depoe Bay e Newport e vari fari (lo Yaquina Lighthouse su tutti) sparsi qua e là.

Abbiamo pernottato a Yachats presso l’Overleaf Lodge, ritenuto da molti una delle strutture più belle dell’intero litorale. Per € 212, colazione ed uso della SPA (DI-VI-NA) comprese, possiamo confermarlo senza indugio!!! Il general manager, poi, parla perfettamente italiano perché ha vissuto in Toscana per 25 anni ed è stato a lungo Direttore delle Terme di Saturnia. Dico poco?!?!? Kirk ci ha suggerito l’itinerario per il giorno successivo, il nome di un’agenzia per fare un giro sulle Dune Baggy nell’Oregon Dunes National Recreation Area e un ristorante per la cena (il Luna Sea Fish House, di proprietà di un pescatore in cui si mangia pesce freschissimo pescato da lui. L’ambiente è informale, accogliente e colorato e il personale adorabile. Per il cibo dico solo “WOW”). A fianco dell’Overleaf c’è, nel caso si volesse risparmiare un pochino, il “cugino povero”, il Fireside Motel. Dicono sia bellissimo anche quello, ma non ha gli stessi servizi.

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Sutherlin (1 notte)

Lasciato a malincuore il nostro stupendo alloggio, abbiamo percorso un altro tratto di costa fino a Reedsport per poi inoltrarci verso l’entroterra e la ridentissima Sutherlin dove abbiamo pernottato nel comodo, pulito e ben equipaggiato Best Western Plus Hartford Lodge (€ 122 con colazione e un piccolo omaggio alla reception). Lungo la strada vediamo Cape Perpetua, il Thor’s Well, l’Haceta Lighthouse, Old Florence per pranzo (la non-Old è orribile!!!) e…… udite udite, facciamo un’ora su Dune Baggy con pilota professionista dell’agenzia Sandland Adventures (se non ricordo male, $ 120 in due). Tutto magnifico!

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Shady Cove (1 notte)

Finalmente arriva il giorno della visita al Crater Lake National Park. Non mi dilungo troppo nei commenti perché non è questo il post giusto e perché c’è poco da dire se non che è da vedere! Stop finito! Sulla via per Shady Cove, dove avremmo pernottato all’accogliente, semplice e pulito Edgewater Inn per € 113 con colazione, ci fermiamo a Union Creek per cena. L’idea di fermarci al Beckie’s Cafè nonostante ci sia un’attesa di quasi quaranta minuti per avere il tavolo si rileva vincente. Il cibo è buonissimo, il personale adorabile e il prezzo più che contenuto nonostante la qualità e la prossimità al Parco Nazionale.

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Bandon (1 notte)

Lasciata alle spalle la giornata al Crater Lake, torniamo sulla costa per l’ultima notte in Oregon (eravamo già in astinenza!). Ci dirigiamo verso Bandon, fermandoci ai parchi statali di Cape Arago e Sunset Bay e visitando il giardino botanico di Shore Acres. Stanchi ma felici dell’ennesima bella giornata trascorsa, raggiungiamo il Bandon Inn (STU-PEN-DO) dove dormiamo e facciamo colazione per € 134 .

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Crescent City (1 notte)

Fatichiamo a lasciare questo Stato e quindi rimandiamo il momento della separazione tirandola per le lunghe sulla magnifica e selvaggia spiaggia di Bandon dove un vento impetuoso sembra volerci riportare verso nord. A metà mattinata, ci arrendiamo al nostro destino e partiamo. Sulla strada visitiamo il Cape Blanco Lighthouse, ci fermiamo agli innumerevoli viewpoint per osservare il panorama e fare qualche foto, facciamo uno stop a Gold Beach e…… superiamo in lacrime il confine della California. Arriviamo nel pomeriggio a Crescent City e, prima di andare in hotel a prendere la stanza (Lighthouse Inn, un tripudio di “-issimo”: carinissimo, pulitissimo, accoglientissimo, economicissimo – 97 € con colazione), ci dirigiamo al Visitor Center della Redwood National Forest per farci dare qualche informazioni circa il giro del giorno seguente nel Parco e rimaniamo bloccati perchè siamo dei babbiper l’alta marea sull’isoletta di Battery Point.

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Eureka (1 notte)

La Redwood National Forest è stata la cosa più emozionante vista in questo viaggio. Il Sequoia NP è molto più famoso in quanto si trova su tra Los Angeles e San Francisco, una zona più battuta dal turismo di massa (che a noi fa cagare q.b.!) ma gli alberi più alti del mondo sono qui. Impressionante! Dopo una giornata a zonzo con il naso all’insù a prova di cervicale, arriviamo al bellissimo Carter House di Eureka dove veniamo accolti molto freddamente dal personale della reception. Meno male che l’hotel è bellissimo e costruito in una vecchia dimora vittoriana. Il costo della camera, con colazione, è di € 203.

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Mendocino (1 notte)

Altra giornata dedicata in parte alle Sequoie e in parte alla scoperta di piccole cittadine ricche di dimore storiche. Il punto forte della giornata è sicuramente l’Avenue of the Giants. Come per la Redwood, non possiamo far altro che tacere in estatica ammirazione di fronte (o meglio, ai piedi) di questi giganti. Esausti per i trail e per il caldo, dopo innumerevoli giornate più che freschine, ci muoviamo per la tappa successiva: Mendocino. Prima di entrare nella cittadina, famosa per essere costruita con lo stile architettonico del New England e perché è stata il set de “La Signora in Giallo” (la casa di Jessica Fletcher c’è ancora e ora è una struttura ricettiva, anche se le recensioni non sono particolarmente positive), andiamo a Fort Bragg a vedere la Glass Beach (dove troviamo molto poco glass ma, WOW, che vista!) e poi a Point Cabrillo dove un meraviglioso faro ci attende per farsi immortalare…….. nel caso non si sia capito, i fari ci piacciono molto! Il nostro alloggio è, come direbbe la celebre Paola Marella, “leggermente fuori budget” e per una notte e colazione spendiamo € 234. Come dire, ho fatto male i conti quando ho prenotato. Comunque, la struttura si chiama Blue Door Inn e il nostro cottage nella JD House, è bellissimo e super accogliente.

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San Francisco (3 notti)

Ahimè, lasciata Mendocino, percorriamo l’ultimo tratto di strada prima di arrivare alla meta finale. La costa è bellissima e decidiamo di seguire la strada che la percorre senza ricorrere alla Highway. Ci mettiamo una vita e non riusciamo a vedere nulla di quello che ci eravamo prefissati. Facciamo una sosta per fotografare (neanche troppo da vicino) il Cape Arena Lighthouse (…aridaje!!!), i leoni marini nella Sea Lion Marine Conservation Area e la Faglia di Sant’Andrea al Point Reyes National Park (questi sono gli inconvenienti di aver sposato un ingegnere ambientale!). Sognavo di visitare il Muir NP e Sausalito ma non c’è stato tempo e devo rimandare alla prossima visita (oh, un altro viaggio… che peccato, vero?!?). Arriviamo sfiniti a San Francisco e pernottiamo tre notti in North Beach (mai scelta fu più felice, altro che Union Square) al bellissimo Washington Square Inn, nell’omonima piazza, dove per € 549 ci danno anche un’ottima e abbondante colazione. Segnalo, nella piazzetta del nostro piccolo hotel il ristorante italiano Acquolina. Stremati dal viaggio e incapaci di andare in cerca di un posto dove rifocillarci, la prima sera ci siamo arresi e abbiamo deciso di mangiare nostrano. La pizza era così buona, il locale così carino e il proprietario, livornese, così gentile che ci siamo tornati anche l’ultima sera in cui abbiamo deciso di cenare solo per non trascorrere gli ultimi momenti negli States in camera a dormire già alle nove di sera. Diciamo che è stato un modo per riabituarci all’Italia gradualmente…

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Ovviamente rimango a disposizione in caso abbiate domande più precise su possibili itinerari o sui dettagli delle varie soste. Io feci davvero fatica a trovare informazioni su questo giro e quelle che ho trovato magari riguardavano solo una parte del percorso. Tutto questo per dire che, se avete bisogno di aiuto, io sono qui e sono ben felice di poter dare il mio contributo. Organizzare viaggi per gli altri mi piace quasi altrettanto che farli io stessa.

Mare, scazzo totale e sangria

Era il 2010 e noi eravamo tanto svampite.

Siamo arrivate all’estate con una gran voglia di partire ma con tanti dubbi e qualche criticità: io ero l’ultima arrivata in un ufficio di stronzi che mai avrebbero mollato la presa sulle settimane clou di agosto al momento di stabilire le ferie, mentre Debi stava per cambiare vita e lavoro; soldi non ce ne erano molti, giorni a disposizione ancora meno.

Da meno di un anno vivevo da sola, avevo lasciato pochi mesi prima il mio gatto a casa da solo per la prima volta (con vari baby sitter ad accudirlo) e quando sono rientrata l’ho trovato dimagrito, depresso e con chiazze di pelo perso qua e là per lo stress. Debi doveva gestire la chiusura dell’azienda in cui lavorava e un manipolo di colleghe che si erano riprodotte e che pertanto pareva avessero conquistato il diritto di scegliere come disporre dei giorni di vacanza di tutto l’ufficio.

Dopo millemila calcoli-calendario-alla-mano, abbiamo deciso che sì, non ce ne fregava una beata fava e che saremmo partite comunque! Leonida sarebbe andato in villeggiatura dalla nonna, i soldi li avremmo recuperati – forse – più avanti, le colleghe di Debi si sarebbero arrangiate anche senza di lei compensando il trauma dell’assenza della collega con le gioie della maternità e le mie potevano andare tutte al diavolo tanto erano in ogni caso delle iene maledette!

La meta l’avevamo ben chiara in testa: Andalusia!

Saremmo partite in luglio e sarebbe stato il primo viaggio on the road da “adulte”, il primo fly and drive organizzato in solitaria.

Bene, come avremmo fatto a gestirci? Debi è tuttora convinta di non aver alcun senso dell’orientamento e ha paura di perdersi anche dentro al supermercato di fiducia; io ho una vaga idea delle distanze che sulla scorta del <<Ma sì, tanto sono di strada….>> mi porta a considerare centinaia di km di distanza come se fossero il giro di un isolato sul pullman di linea.

Ci siamo trovate a metà strada: Andalusia! Rimaniamo focalizzate sull’Andalusia! Non divaghiamo! Niente Madrid e Barcellona o Valencia… ma almeno, tutta l’Andalusia!

In una perfetta divisione dei compiti e dei soldi, una ha prenotato i voli e qualche hotel, l’altra il noleggio dell’auto, i biglietti per l’Alhambra e il resto degli alloggi.

Arrivati a destinazione, l’impresa di far entrare nel portabagagli le nostre enormi valigie è stata seconda solo all’ambizione di rendere quell’esperienza all’altezza delle aspettative che avevamo. Ma siamo riuscite in entrambe le imprese!

Il viaggio si è rivelato il più divertente e scanzonato della mia esistenza.

La voglia di ridere delle piccole cose, il desiderio di vedere il più possibile senza però farne una questione personale qualora avessimo dovuto lasciarci dietro qualche tappa, la necessità di gustarci quel momento sapendo che molte cose stavano cambiando, hanno reso quella manciata di giorni davvero speciali. Rigeneranti, direi.

Ricordo i tentativi di parlare spagnolo con i locali senza aver mai studiato mezza parola, il disperato tentativo di guidare nel centro storico di Siviglia, la sbronza sul Ponte Romano di Cordoba, le implorazioni al tassista di Gibilterra perché ci desse un passaggio nonostante avesse già la corsa prenotata, il vento di Tarifa che ci voleva portare via, la meraviglia di fronte ai giardini dell’Alhambra, la calura impressionante di Siviglia.

Siamo state così grandi e fortunate da aver assistito alla vittoria della Spagna nel Mondiale di calcio. Come dimenticare la serata di abbracci, lacrime di gioia, brindisi, trenini in perfetto stile Disco Samba con gli altri avventori del ristorante in cui abbiamo cenato assistendo alla partita e i gadget della nazionale che volavano qua e là come se piovesse?!? Ci siamo dette che il destino aveva combinato quella vittoria per rendere ancora più perfetti quei giorni.

Alla fine della vacanza avevamo i piedi rovinati dalle scarpe sbagliate, la pelle completamente ustionata, un tasso alcolemico fisso su livelli preoccupanti e i portafogli svuotati da tutto quanto abbiamo deciso di fare per rientrare nell’ordine auto imposto del “non farci mancare nulla”.

Avevamo gli addominali doloranti per il troppo ridere e gli occhi perennemente lucidi per lo stesso, identico motivo…

Che nostalgia…

A breve ci tornerò con una compagnia e una testa diversa.

Sono consapevole che non troverò più quel “mare, scazzo totale e sangria”, ma va bene così.

E’ stata un’esperienza mitica e mistica e cercare di ripeterla la scimmiotterebbe solo per andare incontro a una delusione certa.

Io sono diversa pertanto anche quel luogo mi sembrerà un altro. Lo so già.

Ho visto tanti altri posti da allora. Sono successe tante cose, ho superato moltissimi ostacoli in giro per la parte di mondo che ho fortunatamente già visitato. Sono stata in luoghi che mai avrei pensato di visitare e ho trovato il compagno di viaggio migliore che potessi sperare di incontrare.

Sono passata oltre, ma l’estate di quelle due amiche perse, deliranti ed invaghite della vita e di quel luogo splendido sarà per sempre capace di farmi involontariamente sorridere al solo pensarci.

 

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La Namibia, ogni giorno, in poche righe e qualche foto

CHI INFREDDOLITO COMINCIA…

L’emozione, l’ansia da partenza, il sonno che non si è fatto vedere, i meno 3 gradi allo sbarco dall’aereo, l’attesa per l’auto… ero intirizzita e totalmente rincoglionita. Avrei voluto vedere la terra rossa sotto il nostro aeroplano, ma la notte dell’inverno australe si è mangiata tutto facendoci avvertire la sensazione di aver toccato terra solo quando il velivolo ha bruscamente strattonato.

La terrazza del lodge appena fuori Windhoek ci offre una vista super sulla valle e sulla città e ci invoglia a lanciarci alla scoperta della strana combinazione di cui avevamo già avuto sentore in aeroporto. Andare a procacciarci cibo e qualcosa di più pesante da indossare sotto i vestiti è la scusa perfetta per abbandonare ogni riserva e pigrizia e partire alla volta del centro. La capitale è molto bella e molto pulita, ma tutto quel fil di ferro sopra le recinzioni delle stupende ville dei quartieri bianchi ti fanno chiedere come si possa sostenere che l’apartheid non esiste più.

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IL GATE DEL DESERTO

Ci siamo spostati verso il deserto. Il viaggio è stato lungo ma meno impegnativo del previsto. La Namibia si è aperta davanti ai nostri occhi e noi ci siamo entrati. Chilometri e chilometri di strada sterrata in cui si pensa più volte di aver visto tutto e poi il tutto cambia e diventa altro.

Ad un certo punto si arriva a Solitaire. Una stazione di servizio, un piccolo lodge, un museo di cose vintage collezionate qua e là e sparse per la piccola area, una pasticceria tedesca in cui lavorano ormai soltanto ragazzi di colore. La loro apple pie non è la miglior torta di mele mangiata nella mia vita, ma è senz’altro quella che mi ricorderò essere come la più speciale. Buona, semplice e genuina. Come il luogo in cui viene preparata. Un nuovo significato per il concetto di “oasi”.

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DEADVLEI

Siamo partiti  che era ancora notte. Ne è valsa la pena perché eravamo i primi, là davanti ai cancelli di Sesriem.  La smania di entrare ci ha impedito di dormire.

Una volta entrati, abbiamo superato la Duna 45 e l’abbiamo lasciata agli altri. A noi interessava la Deadvlei. Volevamo vederla in solitaria, senza il vociare degli altri turisti, senza la loro presenza nelle nostre fotografie… Abbiamo fatto colazione seduti per terra nel silenzio più totale. Oh sì, gli altri sono arrivati, ma il posto è così mistico che un religioso silenzio e un grande rispetto hanno reso la condivisione di questo luogo speciale la vera chicca della giornata.

“Deadvlei” significa “lago morto”. Io l’ho trovato pieno di vita. Ci sono delle piante che ancora sopravvivono, degli insettini, delle orme di sciacalli, fennec e altri animali, uccellini e lucertoline e tanti, tanti turisti. Gente che si alza prima dell’alba per entrare nel parco quando il sole sta sorgendo, che si fa una cinquantina di km, prende una navetta, scala la duna più alta del mondo e poi si lascia cadere giù a rotta di collo verso la valle. Sotto ci sono i tronchi quasi millenari di queste acacie ormai fossilizzate. C’è il terreno calcareo, candido e brillante. Attorno c’è la sabbia color albicocca.

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QUANDO IL NULLA É DAVVERO NULLA

Guidare, guidare, guidare. Guardi a destra, guardi a sinistra. Da entrambe le parti non c’è niente. Ti viene quasi paura perché hai preso una strada che in realtà non avresti potuto percorrere. Ok, va bene… sono poco più di una ventina di km, ma non c’è anima viva e se ti capita qualcosa puoi solo metterti a pregare…. o a camminare sperando che il caldo e gli animali selvatici ti risparmino.

La strada ti fa sussultare. Vorresti fotografare tutto per testimoniare la condizione in cui ti trovi, ma non sai cosa fotografare perché non c’è nessun punto di riferimento su cui puntare l’obiettivo. E allora continui ad andare fino a quando ti ritrovi davanti ad una pianta che ha 1500 anni o ad una zona chiamata Moon Landscape e pensi “finalmente qualcosa di confortante!”…

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TRA DESERTO E OCEANO

Nulla può preparare a trovarsi in mezzo a due elementi naturali così opposti e così grandiosi.

Da una parte le alte dune del deserto del Namib, dall’altra l’imperioso oceano. E tu sei lì, in mezzo. Ci passi senza poter in nessun modo lasciare il segno in questa guerra in cui il vento e la nebbia sembrano dare man forte ora ad uno, ora all’altro contendente.

Sembra surreale, pare fuori posto. La sabbia e la salsedine e il loro gioco a rincorrersi destabilizzano. Perdi l’equilibrio, quello fisico e quello mentale. Ti rimarranno addosso a lungo.

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RITORNO A CASA

Lasciamo la costa per l’interno. Il paesaggio desolante della Skeleton, immerso in una fittissima nebbia, grida il proprio nome trasportato dal vento. I relitti delle navi abbandonati sul bagnasciuga sono una delle cose più allegre di questo tratto di strada.

E’ quasi un trauma arrivare nel Damaraland, pieno di vita, pieno di baracche e bestiame lungo la strada, pieno di verde e di dolci colline, pieno di Africa… Andiamo alla caccia di elefanti con un game drive organizzato dal lodge. Di bestioni con la proboscide non ne troviamo, ma di grande divertimento sì! Se fossimo stati più incuranti della sabbia sollevata dall’andatura brillante della nostra jeep, avremmo riso a crepapelle tutto il tempo facendo una grande scorpacciata di polvere.

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OPUWO

Paese che vai, usanze che trovi. Quanto è vero in Africa; quanto è vero in questo lembo di terra tra l’estremo nord e i deserti tutti namibiani. Un miscuglio di civiltà e culture diverse si riversano sulla strada  in cui le splendide donne himba passeggiano accanto alle fiere donne herero. Nello stesso luogo coesistono in perfetta armonia la quasi totale nudità e l’eredità del peso morale che impose i castigatissimi abiti di estrazione vittoriana.

Non abbiamo fatto neanche una foto a queste splendide donne. Ci siamo rifiutati, così come abbiamo accuratamente evitato di andare a visitare un villaggio. Il capo villaggio è libero di cacciare via i turisti nonostante i doni che portano, ma una volta che questi vengono accettati, alle donne del suo villaggio non è consentito sottrarsi agli sguardi indiscreti degli obiettivi fotografici.

La nostra è stata una scelta e, come tale, assolutamente personale. É stato bellissimo guardarli e essere guardati senza un congegno elettronico e gli specchi riflettenti di una camera.

 

MICI AFRICANI

C’è un altro modo per descrivere una delle emozioni più belle della proprio vita senza apparire stucchevoli?!? Non credo. Però sono convinta che quando accarezzerete un ghepardo con le vostre mani, lo sentirete fare le fusa, lo guarderete negli occhi mentre si stiracchia pigramente a 50 cm da voi e gli camminerete al fianco, un poco melensi lo diverrete anche voi.

Questo viaggio è stato pensato per questa giornata.

Trascorrere una notte in una fattoria che ha una riserva privata in cui vengono ricoverati e tenuti riparati ma allo stato selvatico ghepardi in difficoltà, è un sogno… ma poter interagire con i tre esemplari “domestici” salvati da un destino infame e cresciuti come dei mici di casa dalle amorevoli cure dei nostri ospiti, Tollie e Roeleen… beh… questo non ha prezzo! Quel tocco vale i soldi spesi per fare questo viaggio, vale i km percorsi per arrivare qui, vale la trepidante attesa di questi lunghi mesi, vale tutti i cambiamenti fatti per riuscire a fare tappa qui, vale…

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VIZIATI

Ok, siamo in Etosha. Dovremmo gioirne e un pochino è così. Ma ce la vogliamo tirare un pochino: abbiamo assistito alla grande migrazione in Tanzania, abbiamo abbracciato un’otaria simpaticissima e casinista, abbiamo coccolato tre ghepardi adulti…

L’Etosha è splendido per i suoi paesaggi, per le sue timide albe e gli infuocati tramonti ma chiamare questo “safari” è un po’ troppo.

Il Parco è grande come la Toscana e gli animali si fanno desiderare.

Ma la pozza del lodge ospita tutte le sere diversi rinoceronti neri che hanno evidenti problemi familiari e così si finisce spesso per assistere alla replica di un banchetto ufficiale di una famiglia italiana media, caciarona e complicata. Imperdibile!!!

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ODIO LA GENTE

La Namibia è uno degli Stati meno popolati al mondo. Ha una densità media di 2,5 abitanti per km. Cresce un po’ grazie al turismo ma questi è ben lontano dal fenomeno di massa presente, per esempio, in Kenya o a Zanzibar. Ora, tutto questo è indubbiamente un plus, il problema è che quando poi ti ritrovi di nuovo a contatto con un po’ di gente ti vengono degli istinti omicidi irrefrenabili.

La cosa peggiora sensibilmente quando, di notte, alla pozza del lodge, in estatica ammirazione per la natura che ti circonda e gli animali che si stanno abbeverando, sforzandoti di rimanere completamente immobile nonostante il gelo ed  i formicolii vari, arriva il gruppo dei turisti cafoni e irrispettosi che dei vari cartelli recanti la richiesta di rimanere in silenzio e non fare rumore ci si pulirebbero il deretano. Incazzata e impotente speri che le tue occhiate possano incenerire tutti all’istante ma dei poteri magici, ahimè non si vede l’ombra. Ci sono tanti, tantissimi stronzi: c’è la signora cinese che tira fuori qualsiasi cosa dallo zaino in comode rate per fare uno spuntino serale, c’è il signore tedesco che beve e rutta ogni volta che manda giù qualcosa, ci sono i campeggiatori con le loro torcette sopra alla testa che si dimenticano di spegnere, ci sono il gruppo delle x-enni giapponesi in crisi di mezza età che ridono come oche manco fossero al classico e triste spogliarello di un 8 Marzo qualsiasi, ci sono i ragazzi inglesi che sciabattano, i sudafricani anzianotti che non sono in grado di sussurrare e nel tentativo di farlo fanno più rumore che mai, ci sono gli austriaci che hanno affittato uno dei favolosi chalet fronte waterhole che decidono di riarredare il giardinetto esterno spostano tutti i mobili di ferro battuto senza sollevarli dal cemento, ci sono i tedeschi di kaki vestiti che fotografano qualsiasi cosa con il maledetto flash,… L’elenco è ancora lunghissimo ma, straordinariamente, per una volta, nei cafoni da safari non è presente neppure un italiano.

Questo è orgoglio nazionale!

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“ETOSHA” COSA?!?

Con il senno di poi è sempre facile rivedere itinerari ed escursioni, lo so… mi capita in ogni viaggio e questo non è diverso. Ma abbiamo lasciato l’apparentemente disabitata Etosha per dirigerci verso l’ultimo lodge che ci ospiterà in questa avventura.

Il Frans Indongo è fichissimo davvero: curato, chic, con una riserva privata senza predatori (ad esclusione degli sciacalli che ci terranno svegli con il loro ululato notturno) e un cuoco degno di nota!

Prima passiamo al CCF (Cheetah Conservation Fund) e ci rimaniamo molto più del previsto. Josephine, l’addetta a tante cose (dal pasto dei ghepardi all’accompagnamento degli ospiti, alla cassa del piccolo shop) ci chiede tante cose della nostra attività di volontariato con i gatti. Questa cosa ci fa sorridere: lei si occupa di 34 ghepardi in un centro famoso in tutto il mondo e con partnership ovunque e chiede a noi di vedere la pagina Facebook del gattile, ci si registra come followers e ci chiede di fare una foto insieme. Ma in quale film?!? Comunque, ci siamo innamorati di Ron che deve mangiare separato dalle sue sorelle, Harry (sì, Harry è una femmina….al centro erano un po’ confusi quando l’hanno chiamata così) e Hermione, perché ha un problema alla bocca ed è così lento nel masticare che rimarrebbe sempre senza cena.

Lui ci rimarrà nel cuore, come il sorriso di Josephine mentre parla dei gattoni che accudisce, come la bellezza di quella strada rossa attraversata continuamente da simpatiche famigliole di facoceri e dalle tipiche Guinea Fowls (per gli amici “tacchinelle a pois”) locali.

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ADOZIONI A DISTANZA

Nell’ultima giornata di viaggio, lungo la strada che ci porterà all’aeroporto, adottiamo e ci sentiamo adottati. Adottiamo Sam, ghepardo di 7 anni protetto e accudito nella riserva di Africat che lo ha accolto quando la famiglia che l’aveva adottato come gatto domestico senza essere in grado di prendersi adeguatamente cura di lui, si è lasciata convincere dal veterinario a dargli una possibilità per avere un vita serena e lunga donandolo all’associazione. Ai suoi due fratellini non è andata così bene e nel centro sono sopravvissuti poco più di un paio di mesi.

Ci sentiamo altresì adottati da Windhoek che attraversiamo nuovamente e di cui riconosciamo strade, edifici, negozi, insegne e dintorni. Passiamo davanti al nostro lodge, il primo di questa vacanza e rimpiangiamo la sensazione provata allora quando, infreddoliti dall’invernale alba namibiana ed esausti dalla scomoda notte in aereo, siamo entrati nella bellissima reception e ci è stato offerto un riparo e una colazione genuina ed appetitosa.

Ci mancherà la Namibia, ci mancherà l’Africa ma dobbiamo tornare a casa per partire nuovamente per altrove.

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