Che bella Berlino.

Eccomi qui, dopo un’estate particolarmente ricca di viaggi, più o meno lunghi, a raccontare l’ultimo di questi con poche parole e qualche scatto.

Perché inizio proprio dall’ultimo? Forse perché la scintilla è scoccata fortissima e la voglia che ho di essere ancora lì mi porta a parlarne sperando che la cosa possa protrarre virtualmente la lunghezza del soggiorno.

Berlino l’austera, Berlino la viva.

L’avevo sempre snobbata. Tutti mi dicevano “Vai a Berlino! E’ fantastica! Ti piacerà da matti!”, ma io non me la sentivo ancora. Da un lato avevo altre priorità, dall’altro avrei voluto organizzarmi, senza riuscirci!!!, per starci per più tempo. Ergo, ho rimandato per anni.

Poi quest’autunno, complice il solito regalo di compleanno per mio marito e il lavaggio del cervello di un’amica che ama particolarmente questa meta (grazie Alessia, grazie!!!), mi sono decisa!

E quindi?

Quindi “WOW”!!!

Mi ha conquistata al primo sguardo. La periferia, vista di sfuggita dal treno, prima di ogni altra cosa. L’area verde che la circonda (la Foresta di Brandeburgo), le casette basse e ordinate e poi l’inizio dell’area urbana. Il rigore generale e il caos di alcuni elementi.

Quanti scorci appena intravisti rimasti indietro, accantonati in virtù di una scelta che necessariamente, a mio avviso, porta a preferire luoghi più famosi quando ci si reca in una città del genere per la prima volta.

Nonostante ciò, comunque non abbiamo visto che un centesimo di quello che ci sarebbe convenzionalmente da vedere: niente musei della Museuminsinsel (eravamo interessati al Pergamon, ma l’altare è in restauro fino al 2019), niente Torre della televisione, niente Duomo, niente DDR Museum, niente Sachsenhausen, niente Charlottensburg Schloss, niente Colonna della Vittoria, niente Tiergarten, niente… Sì, da fuori abbiamo dato un’occhiata a tutto, ma di certo non posso dire che li abbiamo visitati per bene.

E’ da pazzi pensare di poter vedere così tanto in quattro giorni, seppur pieni di buone intenzione, seppure dormendo in un quartiere centrale limitando così i tempi degli spostamenti, seppur disposti a partire presto il mattino e rincasare tardi la sera. Sono convinta che non sarebbe bastata neanche una settimana piena, che avrei pianificato volentieri e meticolosamente se non avessi avuto vincoli lavorativi ed economici.

E quindi? Come la mettiamo?

Innanzitutto, scrivo una considerazione generale. Mi sento spesso dire che dato lo scarso tempo a disposizione per viaggiare (parlo della condizione di persone “normali” che non fanno di lavoro professioni fichissime o che non decidono di mollare tutto per dedicarsi a fantomatici giri del mondo a bordo di scooter, biciclette, pedalò, etc. etc…), tornare in un luogo già visto non è mai una cosa furba. Non sono d’accordo. Tornare permette di conoscere meglio e in modo più approfondito, di prendersela più con calma, di snobbare ciò che sarebbe un sacrilegio tralasciare la prima volta, di avventurarsi senza fretta e senza meta, di scegliere consapevolmente cosa vale la pena rivedere, di mischiarsi con maggior sicurezza agli abitanti del luogo senza l’aria del turista spaesato che non sa da che parte è girato, di cambiare stagione e scoprire così una metropoli ancora diversa.

Ritorno spesso e volentieri nelle grandi città e, in questo modo, a distanza di anni e di numerosi passaggi, posso dire di conoscerne davvero bene alcune.

Spero tanto che Berlino sia la prossima della lista. E, con buona pace di mio marito che è già in ansia da stress da <<Quando andiamo la prossima volta? Quando prenotiamo? Posso prenotare? Possiamo almeno decidere in che periodo di quale anno? Stendiamo un innocuo “elencuccio” di quello che dovremo visitare la prossima volta? E quando sarà la prossima volta? Guardiamo il calendario dei Ponti e delle ferie?>> (e via che entro in loop e lui in sbattimento!), mi adopererò perché sia così!

Per queste ragioni e per alcune sensazioni fortissime che ho avuto, Berlino rimane per me la città dell’assenza. Per quanto non ho visto; per l’atmosfera che si percepisce essere tutta un gran divenire (e quindi, per definizione, qualcosa che allo stato attuale non c’è, o non c’è in una forma definitiva); per quella che è stata e che non c’è più; per la nostalgia – o ostalgie dei suoi abitanti, una tendenza d’animo fortissima e locale esattamente come la saudade è tale per i portoghesi; per quanto mi sono sembrate senza grosso spessore emotivo due dei luoghi più celebrati e conosciuti (l’East Side Gallery e il Check Point Charlie, circondato da catene di fast food americani e personaggi di dubbio gusto che si fanno selfie con la bocca a culo di gallina e zero interesse per la storia del luogo), per quello che mi ha deluso e per quello che mi ha esaltato ma a cui ho avuto poco tempo da dedicare.

E’ la città dell’assenza anche per l’impotenza vissuta negli anni della divisione tra est e ovest, tra borghesi e proletari, tra benestanti e poveri, tra liberi e “rinchiusi”. Assenza di prospettive, di speranza, di possibilità di scelta.

Eppure l’ostalgie citata poche righe fa è, paradossalmente, forte, fortissima in queste persone così serie, così severe, così poco accomodanti. Ma Berlino prende e sorprende anche per questo.

Mi è difficile parlare della città identificandola in luoghi invece che in qualcosa di più complesso, di sistemico. Impossibile visualizzare il  Gedenskattën Berliner Mauer, la zona del Tacheles, quella del Hachesker Hofe e dei suoi mille cortiletti, la cupola di Foster del Reichstag, il Dente Cariato , il monumento in Babelplatz ai libri bruciati, dimenticandone lo spirito, la storia e l’atmosfera o scindere luoghi come il Museo Berggruen o la Fondazione Helmut Newton dai rispettivi fondatori o benefattori senza considerare il rapporto tra essi e la città, rapporto caratterizzato anche, e soprattutto, dalla fuga e poi dal ritorno.

Berlino mi ha “soffocata”. Troppe cose da vedere, troppe emozioni, troppa ignoranza mia su alcuni fatti e sulle vicende della storia del secolo scorso e contemporanea. I berlinesi sono chiusi, difficili, poco socievoli, eppure ammirevoli nella loro integrità e correttezza, nella volontà che hanno avuto per la determinare la rinascita e la ricostruzione della città.

Ricostruzione architettonica, in primis. In un luogo, fino a pochi anni fa, diviso in due da un muro alto metri, l’imponenza degli spazi aperti è impressionante.

Torno da Berlino con la voglia di ripartire al più presto per ammirare la città dall’alto. Anzi, no! Mi correggo! Rimane la voglia di ammirare l’alto della città. I palazzi, i grattacieli, le piazze… gli uffici e le residenze, le aziende e le istituzioni… Cemento e vetro, vetro e acciaio, acciaio e cemento. Architettura borghese ed architettura sovietica. E anche ciò deturpa e insieme decora tutto questo: i murales, le scritte, la street art. Antico e moderno, vecchio e nuovo.

Passeggiare sui binari di una delle tante sopraelevate che attraversano la città e fotografare con calma e cura la perfetta geometria di forme che la caratterizza, aggirarmi per quartieri totalmente sconosciuti ai turisti, entrare nella casa di un berlinese che ha vissuto nel regime della DDR. Scoprire, osservare, apprendere qualcosa che potrebbe sembrare circoscritto al passato di questa città e dei suoi abitanti ma che, sono convinta, racconta tanto anche della storia del resto dell’umanità.

Che bella Berlino…