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Do you want to marry me?

Eravamo sul Ponte di Brooklyn ed è successa una cosa incredibile. C’era una coppia davanti a noi. Stavano camminando sul ponte; lo stavano attraversando proprio come i tanti che li attorniavano, quando lui si è fermato, si è inginocchiato, ha estratto una piccola scatola dalla tasca e ha chiesto alla donna di sposarlo. Lei è scoppiata a piangere, gli ha detto (chiaramente!!!) sì e i due si sono abbracciati, ammutoliti dalla gioia.

E’ stata una cosa incredibile.

Mio marito, che si trovava vicinissimo ai due ragazzi, avrebbe voluto far loro una foto, poi avvicinarsi, farsi dare una mail con la promessa di inviare quello scatto in ricordo del momento. Ma non è riuscito a farlo. E’ rimasto a guardarli, emozionato e incredulo rispetto alla scena appena vista.

E così io.

C’era anche un poliziotto poco lontano da noi. Sembrava un po’ Poncharello dei Chips. Anche lui ha vissuto quel momento. Sorrideva e applaudiva.

Eravamo in tre in quella “prima fila” mentre il resto della Grande Mela passava ignara o incurante di quella promessa di una nuova famiglia che era stata fatta proprio da quel momento.

E’ stata una cosa molto tenera. Unica. Complice.

Senz’altro uno dei ricordi più belli di quella città.

Viaggiare significa anche e soprattutto anche questo. Incontrare. Osservare silenziosamente. Diventare parte della storia di chi trovi nella tua meta. Arricchirsi della vita altrui.
Ergo, ho ragione io a farmi sempre gli affari altrui!!!

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Quel Ponte verso il cuore

Sono arrivata nella Grande Mela dopo due settimane a zonzo per il New England e aspettandomi tanto caldo ed una grande delusione.

Siamo arrivati in centro in automobile.

Trovare l’autonoleggio dove lasciare la vettura è stato davvero arduo. Eravamo accaldati, demotivati ed esausti.

Siamo passati dai paesaggi bucolici del nord est del Paese alla più famosa metropoli del mondo e il salto è stato troppo faticoso.

La città è davvero impegnativa.

Ricordo che la prima impressione è stata dominata dal caldo, dal caos, dalla puzza, dalla frenesia.

La gente semplice e premurosa che abbiamo incontrato nella prima parte del viaggio ha lasciato il posto ai colletti bianchi di corsa sui marciapiedi, ai venditori di hot dog fuori dagli edifici e ai senza tetto sulle panchine ai lati della strada.

È stato uno shock. Venivamo dalla patria dell’ordine per piombare in quella del disordine.

Lasciata l’auto, il primo tassista fermato ci ha rimbalzato perchè il nostro hotel in Chelsea era troppo lontano dal punto in cui ci trovavamo; il secondo ci ha caricati per pietà.

Eravamo così spossati e così nostalgici per quel pezzetto di America che ci ha accolti e coccolati per due settimane che avevamo il magone.

No, New York non poteva piacerci!

Non dopo Boston; non dopo l’Acadia National Park; non dopo Newport; non dopo il Vermont; non dopo Portland; non dopo tutti quei fari e quei ponti coperti… No, non era possibile.

Eppure il primo luogo che siamo andati a visitare dopo aver lasciato i bagagli ha compiuto un miracolo.

Volevamo “liberarci” della doverosa visita al Ponte di Brooklyn, che sarebbe stato il posto più “esterno” di tutto l’itinerario in programma e quindi ci siamo diretti lì senza nessuna voglia di vederlo realmente.
Ci siamo arrivati davanti. Abbiamo iniziato a camminare. Il tramonto era vicino, la luce un po’ radente, il clima perfetto. Le persone che, come noi, lo stavano percorrendo erano il soggetto ideale per gli scatti che piacciono tanto a me: alieni nell’Area 51, abitanti di un altro pianeta da studiare.

Ci aspettavamo un caldo esagerato e invece c’era una piacevole brezza. Siamo arrivati a metà e ci siamo voltati e Manhattan era lì. Sembrava ci stesse dicendo che non avevamo capito nulla e che lei era bella, bellissima… così immensa e viva che per cogliere a pieno il suo splendore avremmo dovuto fare un passo indietro e guardarla da lontano.
È stato incredibile. Un colpo al cuore. Ho dimenticato il New England, ho dimenticato l’Europa e le sue città che tanto mi sono care, ho dimenticato perchè non avevo ancora preso in considerazione l’idea di visitarla, continuando a rimandare il momento.

C’era solo lei e mi sarebbe bastata per così tanto tempo che ora l’unica cosa che voglio è tornarci presto.

Dio, che favola è New York.