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New England e New York City: il nostro itinerario

Stavo scrivendo una mail in cui raccontavo del nostro itinerario nel New England, maturato dopo varie operazioni di taglio e cucito che mi hanno fatto sentire più come una sarta che non come una moderna esploratrice del mondo, e ho pensato che forse sarebbe potuto essere utile farne un post per il blog.

Ho ripensato al tempo speso leggendo la qualunque sull’argomento, ai dubbi e alle incertezze che ci hanno “tormentato” fino a quando, stufi di tutti i “se” e i “ma” del caso, abbiamo buttato via guide e mappe e ci siamo lasciati guidare dall’istinto e dalle questioni pratiche: il numero di giorni e il budget a disposizione, le tappe fondamentali (il Vermont, l’Acadia National Park, Boston e qualche giorno pieno a New York City) e un po’ di buonsenso che, in ogni caso non ci ha evitato una giornata in cui abbiamo percorso senza soste circa 400 km. Considerando che è proprio vero che non tutte le ciambelle vengono con il buco e, soprattutto, che la morigeratezza non è la caratteristica che più mi contraddistingue, direi che siamo stati fin troppo bravi con l’organizzazione del percorso! Ne è risultato un viaggio splendido, che mi fa piacere, a qualche anno di distanza, condividere con chiunque decida di partire alla scoperta di questo angolo atipico degli USA e che stia pertanto racimolando in rete qualche informazione. O semplicemente, con chiunque abbia voglia di leggere di viaggi e delle emozioni e avventure ad essi connesse.

Intanto, ecco la mappa del viaggio con le tappe principali. I km sono stati molti, molti di più, arrivando a superare di poco i 3000 in diciassette giorni, di cui quattro trascorsi senza spostarci da New York. Insomma, comunque la si guardi, tantini…

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Siamo arrivati di pomeriggio, in perfetto orario, al JFK, e, nell’ordine:

  • abbiamo sbagliato clamorosamente il terminal del noleggio delle auto,
  • fatto due volte il giro sul trenino (bello l’aeroporto, eh… però… magari la prossima volta un po’ meno giri…),
  • recuperato finalmente l’auto,
  • inchiodato all’entrata dell’autostrada per colpa del cambio automatico,
  • sbagliato uscita a NYC perdendoci, così, nel Bronx durante una festa latinoamericana (era tutto transennato e c’erano poliziotti piuttosto incazzati ovunque),
  • e imboccato, finalmente, la strada corretta in direzione della nostra prima tappa: Palenville, Stato di NY.

Abbiamo alloggiato in un B&B (The Clark House) carinissimo. A Palenville non c’è molto, è stata più che altro solo una tappa di passaggio. Anche senza le peripezie per uscire dall’aeroporto prima e da NYC dopo, sarebbe stato impossibile arrivare fino alla prima, vera meta del nostro on the road: il Berkshires.

A conti fatti, la sosta si è rivelata molto piacevole e abbiamo fatto una scappata pure nelle Catskills Mountain, avendo così il nostro primo assaggio di parco americano, anche se piccolissimo. Ci siamo seduti in riva a un laghetto, scattato qualche fotografia e respirato l’aria fresca di montagna osservando i turisti locali, in campeggio con le famiglie. Tutto molto riposante dopo la stanchezza e le emozioni della giornata precedente.

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Prima di pranzo siamo partiti alla volta di Williamstown, Massachusetts occidentale, dove abbiamo soggiornato nello splendido B&B House On Main Street… meraviglioso… come la cittadina, che è prettamente universitaria. Noi eravamo lì in agosto, e sembrava un paradiso….

Al di là della cura della cittadina (e dell’intera zona), la colazione della mattina, condivisa con gli altri ospiti del bed and breakfast, è stata la vera chicca. I commensali, tutti americani, ci guardavano sbalorditi per il viaggio intrapreso e perché avremmo visitato dei luoghi di cui loro ignoravano l’esistenza fino a quella mattina. Una simpatica vecchina newyorkese, che avrà avuto circa 1000 anni e che un po’ ci ricordava Zia Yetta del telefilm “La Tata”, ci ha anche dato il suo bigliettino da visita nel caso ne avessimo avuto bisogno una volta arrivati a Manhattan. Ancora lo conserviamo come se fosse sacro.

In giornata, abbiamo girato un po’ il Berkshires, a zonzo, senza una meta precisa e ci siamo innamorati di ogni edificio, prato, staccionata e negozietto.

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Il giorno seguente siamo partiti per il Vermont, forse lo Stato che più mi è rimasto nel cuore.

Burlington, dove abbiamo pernottato, è molto carina, anche se ha piovuto tutta sera. La cosa straordinaria, la vera attività nella zona, è andare a caccia di ponti coperti e di fienili nella zona circostante. Ci sono alcuni scorci da cartolina e ovunque si sente profumo di sciroppo d’acero e mirtilli. A Burlington abbiamo dormito all’Holiday Inn South Burlington, una garanzia: catena molto seria, pulita, con un rapporto qualità/prezzo onesto.

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Suggerisco, nel caso, un passaggio da Warren… una cittadina micro con diversi ponti coperti (tra i più antichi ed originali) e scorci suggestivi. Una menzione particolare va al Warren Store che è una drogheria/cafè che vende prodotti tipici della zona e dove si può consumare un pasto veloce e genuino guardando le cascate che stanno alle spalle di questa deliziosa costruzione. Un’oasi di pace. Uno dei momenti più rilassanti del viaggio.

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Questa cartina era esposta nel Warren Store. A seconda della provenienza, bisogna mettere una puntina colorata sulla mappa. Se fate attenzione, ci siamo anche noi, a modo nostro…

 

Da lì, ci siamo mossi per la tappa più assurda del nostro viaggio: il New Hampshire. E’ lo stato più razzista e tradizionalista degli USA. Ha una media di abitanti “non autoctoni” bassissima e la più alta come numero di armi pro capite. Ovunque siamo stati guardati come se fossimo degli alieni, probabilmente perché si saranno chiesti che cavolo ci facessimo lì. Forse, entrare nelle cittadine in stile Wayward Pines con i finestrini abbassati e il cd di Billy Idol (esattamente questa canzone) a tutto volume non ha aiutato in questo processo di accettazione e costruzione di reciproca fiducia… Fatemici pensare un attimo…. no, probabilmente, no!

Comunque, all’inizio qualche dubbio è venuto anche noi ma dovevamo passarci per forza, perchè la tirata Burlington-Maine sarebbe stata categoricamente IMPOSSIBILE! Ora, con il senno di poi, mi sento di aggiungere un “e per fortuna!”.

Quel giorno ha diluviato ma noi, contrariamente a qualsiasi bassa aspettativa nutrita, siamo riusciti a goderci la giornata tra i diversi laghi: avremmo dovuto percorrere circa 100 miglia tra Burlington e Lincoln (dove abbiamo pernottato al Parker’s Motel – un luogo assurdo, alla Tarantino… che esperienza!!!) e invece ne abbiamo fatte circa 300. Tanta, tanta strada. La zona di Wolfeboro è pazzesca anche sotto la più forte pioggia mai presa (ad eccezione di quella di Saint Malo di tre estati fa dove volevamo comprarci un canotto e girare la cittadina via acqua), figuriamoci come sarebbe potuta essere con il sole. Alla fine, zuppi e distrutti ma davvero felici della giornata trascorsa, con un buio surreale e la strada piena di rami spezzati e foglie trascinate dal vento, siamo arrivati al nostro mitico alloggio. Sarebbe stato il caso di dormire sollevati dal letto, fare la doccia vestiti e lasciare le valigie in auto perché l’igiene non era proprio di casa e qualsiasi cosa sapeva di cimici dei letti e macchie non ben identificate. Come se non bastasse, la coppia con la camera sopra la nostra stanza ha fatto i numeri a letto per più di un’ora (complimentoni, ragazzi! Avete pensato a una carriera nel campo dei film porno?!?) e il lampadario, già storto all’origine e situato proprio sopra le nostre teste, ha dato segno diverse volte di volerci cadere addosso. Un incubo, a pensarci bene, ma in realtà ci siamo divertiti come dei matti. Sono questi momenti che rendono speciale davvero un viaggio, quelli per cui vale la pena sbattersi tanto, spendere ancora di più, trascorrere le poche settimane di vacanza tribulando, invece che oziare su una spiaggia in attesa del gioco aperitivo (VADE RETRO, SATANA!!!).

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Ci tengo a precisare che il colore di questa foto non è in nessun modo alterato dalla post produzione. Dopo una giornata di pioggia, fotografando il lago al primo spiraglio di sole all’ora del tramonto, questo è il risultato di quello scatto che non ho voluto alterare. Misteri della natura o della mia incompetenza tecnica con la macchina fotografica!

 

 

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Da Lincoln, attraversando le White Mountains e percorrendo una strada bellissima, ci siamo spostati nel Maine. E’ stata la tratta più lunga obbligata (quella del giorno prima è stata una scelta nostra), 250 miglia circa, percorse con calma gustandoci il panorama.

Siamo andati diretti a Bar Harbour dove abbiamo pernottato due notti al Quality Inn.

Appena arrivati, siamo stati investiti da una nebbia degna di un film horror. Come dire… prima la cittadina c’era (e c’erano pure i 25° che ci hanno fatto uscire in t-shirt e felpina) e poi, in 5 minuti d’orologio, era sparito tutto. Siamo corsi a comprarci un giubbino perché l’hotel era troppo lontano e a gustarci due (!!!) favolose clam chowder per scaldarci e riprenderci dallo spavento. Surreale! Tralascerò di aver costretto Federico a bere un Blueberry Punch pensando al punch al mandarino made-in-Barbieri che viene bevuto caldo nei nostrani pomeriggi invernali. Il punch americano è un bibitozzo alcolico servito in una montagna infinita di ghiaccio. Ora, provateci voi, dopo una cena in cui avete cercato di scaldarvi con ogni pietanza possibile sul menù, compreso la tentazione di lanciarvi la zuppa di vongole dentro la biancheria intima per alzare un po’ la temperatura corporea, a bere un secchiello alcolico di ghiaccio… avanti. Ma soprattutto, provate a sopravvivere dopo averlo fatto bere a vostro marito che sognava di assaggiare uno dei bourbon tipici della zona e che voi avete fatto desistere con false promesse circa le proprietà riscaldanti del punch!!! Ops…

Aneddoti “pericolosi” a parte, il giorno successivo lo abbiamo dedicato all’esplorazione dell’Acadia National Park che, da sola, vale il viaggio.

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L’abbiamo girato in lungo e in largo e poi siamo ripartiti verso Boston, fermandoci in giornata a Portland (molto interessante, consiglio una visita… non so un pernottamento).

La cittadina è molto carina e noi volevamo assolutamente fare una sosta in un diner (Becky’s) dove un caro amico fotografo era capitato per caso qualche anno prima quando era giunto nel Maine per scattare ad un matrimonio (consiglio di dare un’occhiata alle foto di quell’evento… nonostante le differenze culturali tra europei e americani, durante i matrimoni siamo davvero tutti simili…) e proprio qui aveva trovato un pescatore di aragoste, l’unico, disposto a portarlo con sé durante l’uscita in barca della notte successiva. Nel locale sono ancora appese le fotografie di Gabriele (Gabriele Lopez, qui una raccolta di scatti personali e qui il blog commerciale…agli appassionati di fotografia, consiglio di guardare le gallery. Io lo trovo straordinario) e, per noi che lo ammiriamo tanto, è stato davvero un’emozione vederle lì, a migliaia di km dall’Italia, dalla parte opposta dell’Oceano sul quale sono state scattate. Inoltre, sempre a Portland, c’è il faro più antico degli interi States e una bellissima passeggiata sul porto.

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Nel tardo pomeriggio, siamo ripartiti per Boston, Massachusetts orientale, dove ci siamo fermati tre notti allo Hyatt Regency (centrale, costoso, lussuoso, ma ci voleva….. abbiamo compensato il motel di Lincoln, credo).

La città è bellissima e le nostre aspettative non sono state affatto disattese. Europea in ogni sua fibra, elegante, pacata, colta… Il centro è girabile a piedi, Beacon Hill sembra un quartiere di Londra, il Boston Common, scoiattoli assassini a parte, un paradiso per rilassarsi un po’… In due giorni, ci siamo distrutti camminando, tanto che, arrivati alla quindicesima e penultima tappa del Freedom Trail, un must per chiunque decida di visitare la città, ci siamo arresi e siamo tornati indietro troppo stanchi per arrivare in fondo. Siamo stati pessimi, lo so. Ma davvero non ce la facevamo più. Siamo anche capitati nel mezzo di una manifestazione di italoamericani in processione per il North End, la Little Italy locale, in onore di Sant’Antonio da Padova. Vi lascio immaginare il folclore e il caos…

Mettetevi una mano sulla coscienza, immaginate la stanchezza, il trambusto e chiedetevi se è il caso di giudicarci per non aver portato a termine il percorso!!! Avanti, fatelo!

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Dopo 3 giorni belli pieni, siamo ripartiti per la penisola di Cape Code, ancora Massachusetts (anche se io ancora non mi capacito che non si tratti di Rhode Island e tutte le volte che ne parlo devo andare a controllare!!!), dove abbiamo soggiornato a Hyannis, al Cape Codder Resort (senza infamia, nè lode). Forse sarebbe stato più carina come esperienza se non avessero riempito ogni bacheca di avvisi allarmisti circa la possibilità di trovare delle cimidi dei letti nelle lenzuola. Il giorno successivo, abbiamo visto le foche al Race Point Lighthouse insieme a uno dei tramonti più spettacolari di sempre, cenato a Provincetown, cittadina famosa, tra le altre cose, per aver dato i natali al Gay Pride (che lì si svolge ininterrottamente praticamente per tutto agosto), che è carina, colorata, folcloristica, vivace…. ammirato paesaggi da film e fotografato alcune delle più alte dune della costa. Tutto molto piacevole ma, per i nostri gusti, non all’altezza di Boston, né gli Stati interni visitati fino a quel punto del viaggio… Non siamo riusciti a visitare le isole anche se Martha’s Vineyard ci ispirava moltissimo e avremmo avuto tempo di andarci, ma abbiamo preferito fermarci mezza giornata in spiaggia in zona Dennis Port… io mi sono ustionata così tanto che piangevo dal male……. del resto, se passo un’intera mattinata con i piedi a mollo e senza crema, non posso mica pretendere di uscirne illesa, no?!? Le spiagge lì sono interminabili, il cielo sembra dipinto da un impressionista e ogni signora del luogo ti ricorda l’arguta, nonché un po’ “iettante”, Signora Fletcher. Piacevole ma non irripetibile.

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Quei profili che increspano la superficie dell’Oceano sono foche!!! Passavano, rallentavano, osservavano curiose i turisti e proseguivano…

 

Da lì ci siamo spostati alla più grande scoperta della nostra vacanza (oltre al Vermont, chiaro!): Newport, Rhode Island, che ci ha lasciato a bocca aperta.

La perla assoluta di quella tappa è stato senza dubbio il Viking Hotel. Ora, noi abbiamo fatto diversi safari in Africa e alcuni dei lodge dove abbiamo dormito erano stratosferici, ma nulla ci aveva preparato al Vikings. Nel 2014, il cambio era molto più favorevole di ora e ne abbiamo approfittato per toglierci qualche sfizio (diciamo che poi abbiamo mangiato pane e salame per un anno intero per rientrare dalle spese folli di questo viaggio). Un nostro amico, che fa il consulente di viaggio in un’agenzia di Milano (ci appoggiamo a lui per tutte le prenotazioni di viaggi del genere perché, seguendo le nostre indicazioni su mete e tappe degli on the road, riesce sempre a scovare le tariffe migliori in posti fighi grazie ai suoi “potenti mezzi”), ci ha proposto questa struttura senza avvisarci del livello complessivo del posto. Quando siamo arrivati davanti all’hotel, siamo rimasti a bocca aperta. Abbiamo pensato di aver sbagliato posto. Ci sembrava di essere in un film ambientato ai tempi di Sabrina e di essere dei ricchi industriali americani, in vacanza in quello che è il rifugio dei newyorkesi colti, benestanti, dalle ruspanti carriere o dalle nobili origini europee.

Anche se abbiamo avuto la tentazione di passare tutta la giornata dentro al Vikings, ci siamo fatti forza e abbiamo visitato la cittadina e, soprattutto, la Cliff Walk. Ogni proprietà incontrata lungo questa passeggiata a picco sull’Oceano ci ha fatto sognare gli sfarzi dei decenni passati in cui, quelle stesse dimore, erano teatro di scintillanti party e sontuose esistenze. Noi abbiamo visitato la più celebre, l’inimitabile e irraggiungibile The Breakers. Tutti gli altri edifici hanno fatto a gara per superarla, ma nessun’altra storica famiglia è riuscita a superare i Vanderbilt degli anni d’oro.

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Al termine della visita, molto ben organizzata, ci siamo seduti nel parco della proprietà e, per caso, lì abbiamo trovato un peluche, nuovissimo, con tanto di cartellino, del simpaticissimo Tiny, the T-Rex, probabilmente perso da qualche bambino in visita alla villa. Lo abbiamo adottato, facendolo diventare la mascotte di ogni nostro viaggio e immaginandolo come un post adolescente un po’ viziato e lamentoso che non è mai felice delle nostre scelte in fatto di mete e di tipi di viaggi, e instaurando con lui folli dialoghi inventati. Lo so, è una cosa da pazzi, ma ci fa tanto ridere e ci fa sentire un po’ meno la mancanza dei nostri mici quando siamo lontani da casa. Inutile specificare che lo abbiamo chiamato… Vanderbilt! Sarà per questo che si è montato la testa?!? Un giorno mi piacerebbe scrivere dei suoi incredibili viaggi, reali e mentali…

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Dice che la villa è sua, ma secondo me non è così. Nel caso, potremmo chiedere un riscatto!
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Qui si cimenta con l’interpretazione della celeberrima scena del primo Jurassic Park, quando il T-Rex rincorre l’auto e un ferito e fichissimo Jeff Goldbloom lo vedo avvicinarsi dal finestrino. Perdonatelo, è un burlone…

Infine, attraversando il Connecticut senza fermarci se non per una sosta veloce, siamo arrivati a New York, dove abbiamo lasciato l’auto e raggiunto in taxi l’hotel che avevamo prenotato autonomamente (The GEM Hotel Chelsea). Per me era tassativo evitare di dormire in zona Times Square negli albergoni giganteschi e brulicanti di comitive e famiglie chiassose. Il nostro hotel era piccolo, meraviglioso e in una zona splendida. Aveva una terrazza raccolta e illuminata da una piccola fila di lucine e da cui si godeva di una splendida vista sull’Empire State Building. I nostri dopo cena newyorkesi li abbiamo trascorsi tutti lì, a riprenderci dalle fatiche delle giornate piene e a elaborare quanto visto in quelle due settimane e poco più di viaggio. Ai tempi, l’hotel era costato circa 800 euro per 5 notti; ora ne costa quasi il doppio. Inavvicinabile! E’ stato bello averne approfittato nel momento opportuno.

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A NYC siamo arrivati in mattinata e siamo ripartiti in tarda serata trascorrendo quindi in città 6 giorni pieni. Se non si è mai stati nella Grande Mela, e ci si approda dopo aver trascorso due settimane nel New England, avviso che si potrebbe rimanere fortemente spiazzati. So di averlo già scritto in un altro articolo, ma ripensando al primo impatto con Manhattan per scrivere questo, mi sembra di avvertire ancora fortissima quella sensazione altamente disturbante e destabilizzante che mi ha colto, come un sogno che finisce bruscamente al suono della sveglia mattutina. Un orrore! Al nord tutto è tranquillo, calmo, curato, profumato… a misura d’uomo. La furia degli elementi (gli acquazzoni, la nebbia, l’Oceano impetuoso…) non riescono a togliere quella patina fiabesca al contesto. La scontrosità degli abitanti del Maine e la diffidenza di quelli del New Hampshire sembrano accoglienza e benevolenza rispetto all’indifferenza dell’abitante medio di New York che corre di qui e di lì senza sosta, tutto il giorno, che quasi ti calpesta senza accorgersi di averlo fatto. La città ti disorienta e ti infastidisce tantissimo anche se ci si prepara per anni per quell’incontro attraverso i mille film, romanzi, serie tv, fotografie. Io mi sono sentita sradicata. Tuttavia, dopo qualche ora di permanenza, ne comprendi la grandiosità e inizi a farne parte. Ti muovi insieme al flusso della folla, fermi i taxi al volo, non sbagli più la direzione della metropolitana, scegli al volo i ristoranti e i cafè in cui consumare i tuoi pasti senza sbagliare, azzecchi le strade come se le percorressi da sempre, riconosci gli edifici guardandone anche solo il portone di ingresso… insomma, tu diventi New York e New York diventa te. E’ grandioso. La prospettiva del viaggio cambia come cambiano i colori con i quali percepisci la realtà. Le fotografie non sono più a colori, ma diventano in bianco e nero, in modo naturale. Sotto pelle avverti come delle piccole scariche elettriche e la smania di vedere, di fare, di visitare, di vivere l’Empire City ti prende e non puoi fare a meno di assecondarla. Diventi urbano e cosmopolita come tutto ciò che ti circonda.

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Chi è arrivato fin qui nella lettura di questo post forse è in procinto di partire per il New England, forse ha già prenotato tutto o forse no. Per essere utile fino in fondo, allora, preciso che, di tutto quello visitato, io rifarei tutto aggiungendo, probabilmente, una notta sulla costa del Maine, in zona Portland o una nella zona dei laghi a Wolfeboro, incrociando le dita e pregando per un tempo un po’ più clemente.

Per risparmiare qualcosa sugli alloggi, ci sono i Motel 6. E’ forse la catena più economica degli USA e ha una qualità accettabile. Noi non ci siamo stati, ma dovrebbero essercene anche nella zona e dicono che abbiano un rapporto qualità/prezzo sostenibile. Del resto, dopo il famigerato Parker’s (che su Booking ha un punteggio di ben 8.0 – pazzi!!!!!!!), penso che neppure il Bates Motel ci possa fare più né caldo, né freddo. Quindi, avete prenotato? Che aspettate a farlo? Il New England e la Grande Mela aspettano solo voi… Portate loro i miei saluti e tranquillizzateli: torneremo, prima o poi.

PS: voglio ringraziare Claudia di Voce del Verbo Partire. Questo post è nato da una mail che stavo scrivendo a lei per raccontarle del nostro itinerario. Mi è venuto in mente che avrei potuto farne un articolo per il blog e gliel’ho accennato. Mi ha motivata così tanto che è riuscita a farmi fare qualcosa che non ho avuto voglia tempo di realizzare in 3 anni e mezzo: condividere itinerario e impressioni. E’ stato facilissimo oggi farlo, in un pomeriggio, scrivendo di getto tutto questo. Un po’ meno semplice è stato scegliere le fotografie. E’ passato troppo tempo, io sono cambiata, il mio modo di fotografare, anche. Ho dovuto impegnarmi per cercare scatti che mi rappresentassero allora e che lo facciano tutt’ora. Spero di esserci riuscita, non ne sono convinta.

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Boston, un’esperienza molto pulp

Chi è stato a Boston sa che della capitale del New England si possono raccontare tante cose, tutte infinitamente belle, molte delle quali meritano più che una veloce citazione in un post dedicato ad altro.

Rimanderò la questione ad un secondo momento e ora mi occuperò di una faccenda molto più spinosa. È mio dovere sociale parlare di qualcosa di veramente pericoloso di cui tutti coloro decidano di intraprendere un viaggio nella città più importante del nord est America devono essere edotti: i terribili scoiattoli del Common Garden.

Galeotta fu l’amarezza per la totale indifferenza con cui i cugini britannici degli stessi roditori avevano accolto noi e la nostra scorta di nocciole in un caldo pomeriggio dedicato tutto a loro e al relax nel Saint James Park di Londra, solo qualche mese prima rispetto ai fatti raccontati in questo post. Dopo diverse ore di umiliazione a gogo, la frutta secca se l’era mangiata mio marito perché quegli schizzinosi maledetti non si cagavano neppure quelle che abbiamo lanciato sul prato; maledetti ingrati!

Arrivati a Boston, non ci è parso vero di trovarci tutti quei simpatici animaletti correre su e giù per il Common Park e, per riscattarci dalla delusione cocente maturata all’ombra di Buckingham Palace, abbiamo acquistato un quintale di noci (non ho trovato le nocciole!!!) e rivisto tutti i piani dell’itinerario per dedicar loro un bel po’ di tempo. Insomma, si sa che gli americani sono in genere molto più amichevoli dei discendenti inglesi. Perché per gli animali sarebbe dovuto essere diverso?!?!?

Non mi sembrava vero…

Ci siamo seduti sul prato, agitando il pacchetto di noci e rapidamente siamo stati circondati da una decina di simpatici roditori (e da uno stormo di un centinaio di anatre ed oche che abbiamo cacciato a suon di “sciò-sciò”). Non sto a dire quanto fossi felice di quegli animaletti che mi rampavano sulle gambe per prendere il cibo che gli stavamo offrendo. Attorno a noi, i genitori indicavano la scena ai loro bambini, coppie di fidanzati si tenevano la mano e si profondevano in estatici “ohhhhhhhh” e gli anziani ritrovavano la spensieratezza ormai perduta… Tutto molto “amazing” fino a quando non ho avuto la malaugurata idea di spostare un pezzo di noce con il pollice. Il tenero scoiattolino non riusciva a prenderlo perchè era troppo vicino al palmo della mia mano e lui aveva paura a salirci. Vedendo arrivare il mio dito, credo che l’animaletto abbia fatto confusione e lo abbia scambiato per cibo e così gli ha dato una bella azzannata. Non una cosa “mordi e fuggi”… no, ci ha piantato dentro un dente, ha afferrato il dito con le unghiette (“-ette” mica tanto!) e così è rimasto attaccato.

Io ho lanciato un urlo e ho sollevato la mano con tutto lo scoiattolo ancora attaccato e l’ho scrollata… e lui nulla, stava lì. Credo di essere un bel po’ gustosa.

Attorno a me si è creato il panico. Le mamme nascondevano la scena alla vista dei bambini, i fidanzatini tornavano a limonare e i vecchietti a inveire contro la gioventù di oggi.

E mio marito, che avrebbe potuto scattare la foto della vita (una di quelle da mostrare agli amici per ravvivare serate ed eventi) non si è accorto di nulla, se non del sangue che alla fine mi colava dalla mano.

Altro che il Bronx di New York, o i quartieri degradati di Detroit, o quelli malfamati di L.A….. gli scoiattoli del Common Garden di Boston sono la nuova frontiera del pericolo made U.S.A.

 

Quel Ponte verso il cuore

Sono arrivata nella Grande Mela dopo due settimane a zonzo per il New England e aspettandomi tanto caldo ed una grande delusione.

Siamo arrivati in centro in automobile.

Trovare l’autonoleggio dove lasciare la vettura è stato davvero arduo. Eravamo accaldati, demotivati ed esausti.

Siamo passati dai paesaggi bucolici del nord est del Paese alla più famosa metropoli del mondo e il salto è stato troppo faticoso.

La città è davvero impegnativa.

Ricordo che la prima impressione è stata dominata dal caldo, dal caos, dalla puzza, dalla frenesia.

La gente semplice e premurosa che abbiamo incontrato nella prima parte del viaggio ha lasciato il posto ai colletti bianchi di corsa sui marciapiedi, ai venditori di hot dog fuori dagli edifici e ai senza tetto sulle panchine ai lati della strada.

È stato uno shock. Venivamo dalla patria dell’ordine per piombare in quella del disordine.

Lasciata l’auto, il primo tassista fermato ci ha rimbalzato perchè il nostro hotel in Chelsea era troppo lontano dal punto in cui ci trovavamo; il secondo ci ha caricati per pietà.

Eravamo così spossati e così nostalgici per quel pezzetto di America che ci ha accolti e coccolati per due settimane che avevamo il magone.

No, New York non poteva piacerci!

Non dopo Boston; non dopo l’Acadia National Park; non dopo Newport; non dopo il Vermont; non dopo Portland; non dopo tutti quei fari e quei ponti coperti… No, non era possibile.

Eppure il primo luogo che siamo andati a visitare dopo aver lasciato i bagagli ha compiuto un miracolo.

Volevamo “liberarci” della doverosa visita al Ponte di Brooklyn, che sarebbe stato il posto più “esterno” di tutto l’itinerario in programma e quindi ci siamo diretti lì senza nessuna voglia di vederlo realmente.
Ci siamo arrivati davanti. Abbiamo iniziato a camminare. Il tramonto era vicino, la luce un po’ radente, il clima perfetto. Le persone che, come noi, lo stavano percorrendo erano il soggetto ideale per gli scatti che piacciono tanto a me: alieni nell’Area 51, abitanti di un altro pianeta da studiare.

Ci aspettavamo un caldo esagerato e invece c’era una piacevole brezza. Siamo arrivati a metà e ci siamo voltati e Manhattan era lì. Sembrava ci stesse dicendo che non avevamo capito nulla e che lei era bella, bellissima… così immensa e viva che per cogliere a pieno il suo splendore avremmo dovuto fare un passo indietro e guardarla da lontano.
È stato incredibile. Un colpo al cuore. Ho dimenticato il New England, ho dimenticato l’Europa e le sue città che tanto mi sono care, ho dimenticato perchè non avevo ancora preso in considerazione l’idea di visitarla, continuando a rimandare il momento.

C’era solo lei e mi sarebbe bastata per così tanto tempo che ora l’unica cosa che voglio è tornarci presto.

Dio, che favola è New York.