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New England e New York City: il nostro itinerario

Stavo scrivendo una mail in cui raccontavo del nostro itinerario nel New England, maturato dopo varie operazioni di taglio e cucito che mi hanno fatto sentire più come una sarta che non come una moderna esploratrice del mondo, e ho pensato che forse sarebbe potuto essere utile farne un post per il blog.

Ho ripensato al tempo speso leggendo la qualunque sull’argomento, ai dubbi e alle incertezze che ci hanno “tormentato” fino a quando, stufi di tutti i “se” e i “ma” del caso, abbiamo buttato via guide e mappe e ci siamo lasciati guidare dall’istinto e dalle questioni pratiche: il numero di giorni e il budget a disposizione, le tappe fondamentali (il Vermont, l’Acadia National Park, Boston e qualche giorno pieno a New York City) e un po’ di buonsenso che, in ogni caso non ci ha evitato una giornata in cui abbiamo percorso senza soste circa 400 km. Considerando che è proprio vero che non tutte le ciambelle vengono con il buco e, soprattutto, che la morigeratezza non è la caratteristica che più mi contraddistingue, direi che siamo stati fin troppo bravi con l’organizzazione del percorso! Ne è risultato un viaggio splendido, che mi fa piacere, a qualche anno di distanza, condividere con chiunque decida di partire alla scoperta di questo angolo atipico degli USA e che stia pertanto racimolando in rete qualche informazione. O semplicemente, con chiunque abbia voglia di leggere di viaggi e delle emozioni e avventure ad essi connesse.

Intanto, ecco la mappa del viaggio con le tappe principali. I km sono stati molti, molti di più, arrivando a superare di poco i 3000 in diciassette giorni, di cui quattro trascorsi senza spostarci da New York. Insomma, comunque la si guardi, tantini…

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Siamo arrivati di pomeriggio, in perfetto orario, al JFK, e, nell’ordine:

  • abbiamo sbagliato clamorosamente il terminal del noleggio delle auto,
  • fatto due volte il giro sul trenino (bello l’aeroporto, eh… però… magari la prossima volta un po’ meno giri…),
  • recuperato finalmente l’auto,
  • inchiodato all’entrata dell’autostrada per colpa del cambio automatico,
  • sbagliato uscita a NYC perdendoci, così, nel Bronx durante una festa latinoamericana (era tutto transennato e c’erano poliziotti piuttosto incazzati ovunque),
  • e imboccato, finalmente, la strada corretta in direzione della nostra prima tappa: Palenville, Stato di NY.

Abbiamo alloggiato in un B&B (The Clark House) carinissimo. A Palenville non c’è molto, è stata più che altro solo una tappa di passaggio. Anche senza le peripezie per uscire dall’aeroporto prima e da NYC dopo, sarebbe stato impossibile arrivare fino alla prima, vera meta del nostro on the road: il Berkshires.

A conti fatti, la sosta si è rivelata molto piacevole e abbiamo fatto una scappata pure nelle Catskills Mountain, avendo così il nostro primo assaggio di parco americano, anche se piccolissimo. Ci siamo seduti in riva a un laghetto, scattato qualche fotografia e respirato l’aria fresca di montagna osservando i turisti locali, in campeggio con le famiglie. Tutto molto riposante dopo la stanchezza e le emozioni della giornata precedente.

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Prima di pranzo siamo partiti alla volta di Williamstown, Massachusetts occidentale, dove abbiamo soggiornato nello splendido B&B House On Main Street… meraviglioso… come la cittadina, che è prettamente universitaria. Noi eravamo lì in agosto, e sembrava un paradiso….

Al di là della cura della cittadina (e dell’intera zona), la colazione della mattina, condivisa con gli altri ospiti del bed and breakfast, è stata la vera chicca. I commensali, tutti americani, ci guardavano sbalorditi per il viaggio intrapreso e perché avremmo visitato dei luoghi di cui loro ignoravano l’esistenza fino a quella mattina. Una simpatica vecchina newyorkese, che avrà avuto circa 1000 anni e che un po’ ci ricordava Zia Yetta del telefilm “La Tata”, ci ha anche dato il suo bigliettino da visita nel caso ne avessimo avuto bisogno una volta arrivati a Manhattan. Ancora lo conserviamo come se fosse sacro.

In giornata, abbiamo girato un po’ il Berkshires, a zonzo, senza una meta precisa e ci siamo innamorati di ogni edificio, prato, staccionata e negozietto.

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Il giorno seguente siamo partiti per il Vermont, forse lo Stato che più mi è rimasto nel cuore.

Burlington, dove abbiamo pernottato, è molto carina, anche se ha piovuto tutta sera. La cosa straordinaria, la vera attività nella zona, è andare a caccia di ponti coperti e di fienili nella zona circostante. Ci sono alcuni scorci da cartolina e ovunque si sente profumo di sciroppo d’acero e mirtilli. A Burlington abbiamo dormito all’Holiday Inn South Burlington, una garanzia: catena molto seria, pulita, con un rapporto qualità/prezzo onesto.

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Suggerisco, nel caso, un passaggio da Warren… una cittadina micro con diversi ponti coperti (tra i più antichi ed originali) e scorci suggestivi. Una menzione particolare va al Warren Store che è una drogheria/cafè che vende prodotti tipici della zona e dove si può consumare un pasto veloce e genuino guardando le cascate che stanno alle spalle di questa deliziosa costruzione. Un’oasi di pace. Uno dei momenti più rilassanti del viaggio.

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Questa cartina era esposta nel Warren Store. A seconda della provenienza, bisogna mettere una puntina colorata sulla mappa. Se fate attenzione, ci siamo anche noi, a modo nostro…

 

Da lì, ci siamo mossi per la tappa più assurda del nostro viaggio: il New Hampshire. E’ lo stato più razzista e tradizionalista degli USA. Ha una media di abitanti “non autoctoni” bassissima e la più alta come numero di armi pro capite. Ovunque siamo stati guardati come se fossimo degli alieni, probabilmente perché si saranno chiesti che cavolo ci facessimo lì. Forse, entrare nelle cittadine in stile Wayward Pines con i finestrini abbassati e il cd di Billy Idol (esattamente questa canzone) a tutto volume non ha aiutato in questo processo di accettazione e costruzione di reciproca fiducia… Fatemici pensare un attimo…. no, probabilmente, no!

Comunque, all’inizio qualche dubbio è venuto anche noi ma dovevamo passarci per forza, perchè la tirata Burlington-Maine sarebbe stata categoricamente IMPOSSIBILE! Ora, con il senno di poi, mi sento di aggiungere un “e per fortuna!”.

Quel giorno ha diluviato ma noi, contrariamente a qualsiasi bassa aspettativa nutrita, siamo riusciti a goderci la giornata tra i diversi laghi: avremmo dovuto percorrere circa 100 miglia tra Burlington e Lincoln (dove abbiamo pernottato al Parker’s Motel – un luogo assurdo, alla Tarantino… che esperienza!!!) e invece ne abbiamo fatte circa 300. Tanta, tanta strada. La zona di Wolfeboro è pazzesca anche sotto la più forte pioggia mai presa (ad eccezione di quella di Saint Malo di tre estati fa dove volevamo comprarci un canotto e girare la cittadina via acqua), figuriamoci come sarebbe potuta essere con il sole. Alla fine, zuppi e distrutti ma davvero felici della giornata trascorsa, con un buio surreale e la strada piena di rami spezzati e foglie trascinate dal vento, siamo arrivati al nostro mitico alloggio. Sarebbe stato il caso di dormire sollevati dal letto, fare la doccia vestiti e lasciare le valigie in auto perché l’igiene non era proprio di casa e qualsiasi cosa sapeva di cimici dei letti e macchie non ben identificate. Come se non bastasse, la coppia con la camera sopra la nostra stanza ha fatto i numeri a letto per più di un’ora (complimentoni, ragazzi! Avete pensato a una carriera nel campo dei film porno?!?) e il lampadario, già storto all’origine e situato proprio sopra le nostre teste, ha dato segno diverse volte di volerci cadere addosso. Un incubo, a pensarci bene, ma in realtà ci siamo divertiti come dei matti. Sono questi momenti che rendono speciale davvero un viaggio, quelli per cui vale la pena sbattersi tanto, spendere ancora di più, trascorrere le poche settimane di vacanza tribulando, invece che oziare su una spiaggia in attesa del gioco aperitivo (VADE RETRO, SATANA!!!).

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Ci tengo a precisare che il colore di questa foto non è in nessun modo alterato dalla post produzione. Dopo una giornata di pioggia, fotografando il lago al primo spiraglio di sole all’ora del tramonto, questo è il risultato di quello scatto che non ho voluto alterare. Misteri della natura o della mia incompetenza tecnica con la macchina fotografica!

 

 

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Da Lincoln, attraversando le White Mountains e percorrendo una strada bellissima, ci siamo spostati nel Maine. E’ stata la tratta più lunga obbligata (quella del giorno prima è stata una scelta nostra), 250 miglia circa, percorse con calma gustandoci il panorama.

Siamo andati diretti a Bar Harbour dove abbiamo pernottato due notti al Quality Inn.

Appena arrivati, siamo stati investiti da una nebbia degna di un film horror. Come dire… prima la cittadina c’era (e c’erano pure i 25° che ci hanno fatto uscire in t-shirt e felpina) e poi, in 5 minuti d’orologio, era sparito tutto. Siamo corsi a comprarci un giubbino perché l’hotel era troppo lontano e a gustarci due (!!!) favolose clam chowder per scaldarci e riprenderci dallo spavento. Surreale! Tralascerò di aver costretto Federico a bere un Blueberry Punch pensando al punch al mandarino made-in-Barbieri che viene bevuto caldo nei nostrani pomeriggi invernali. Il punch americano è un bibitozzo alcolico servito in una montagna infinita di ghiaccio. Ora, provateci voi, dopo una cena in cui avete cercato di scaldarvi con ogni pietanza possibile sul menù, compreso la tentazione di lanciarvi la zuppa di vongole dentro la biancheria intima per alzare un po’ la temperatura corporea, a bere un secchiello alcolico di ghiaccio… avanti. Ma soprattutto, provate a sopravvivere dopo averlo fatto bere a vostro marito che sognava di assaggiare uno dei bourbon tipici della zona e che voi avete fatto desistere con false promesse circa le proprietà riscaldanti del punch!!! Ops…

Aneddoti “pericolosi” a parte, il giorno successivo lo abbiamo dedicato all’esplorazione dell’Acadia National Park che, da sola, vale il viaggio.

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L’abbiamo girato in lungo e in largo e poi siamo ripartiti verso Boston, fermandoci in giornata a Portland (molto interessante, consiglio una visita… non so un pernottamento).

La cittadina è molto carina e noi volevamo assolutamente fare una sosta in un diner (Becky’s) dove un caro amico fotografo era capitato per caso qualche anno prima quando era giunto nel Maine per scattare ad un matrimonio (consiglio di dare un’occhiata alle foto di quell’evento… nonostante le differenze culturali tra europei e americani, durante i matrimoni siamo davvero tutti simili…) e proprio qui aveva trovato un pescatore di aragoste, l’unico, disposto a portarlo con sé durante l’uscita in barca della notte successiva. Nel locale sono ancora appese le fotografie di Gabriele (Gabriele Lopez, qui una raccolta di scatti personali e qui il blog commerciale…agli appassionati di fotografia, consiglio di guardare le gallery. Io lo trovo straordinario) e, per noi che lo ammiriamo tanto, è stato davvero un’emozione vederle lì, a migliaia di km dall’Italia, dalla parte opposta dell’Oceano sul quale sono state scattate. Inoltre, sempre a Portland, c’è il faro più antico degli interi States e una bellissima passeggiata sul porto.

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Nel tardo pomeriggio, siamo ripartiti per Boston, Massachusetts orientale, dove ci siamo fermati tre notti allo Hyatt Regency (centrale, costoso, lussuoso, ma ci voleva….. abbiamo compensato il motel di Lincoln, credo).

La città è bellissima e le nostre aspettative non sono state affatto disattese. Europea in ogni sua fibra, elegante, pacata, colta… Il centro è girabile a piedi, Beacon Hill sembra un quartiere di Londra, il Boston Common, scoiattoli assassini a parte, un paradiso per rilassarsi un po’… In due giorni, ci siamo distrutti camminando, tanto che, arrivati alla quindicesima e penultima tappa del Freedom Trail, un must per chiunque decida di visitare la città, ci siamo arresi e siamo tornati indietro troppo stanchi per arrivare in fondo. Siamo stati pessimi, lo so. Ma davvero non ce la facevamo più. Siamo anche capitati nel mezzo di una manifestazione di italoamericani in processione per il North End, la Little Italy locale, in onore di Sant’Antonio da Padova. Vi lascio immaginare il folclore e il caos…

Mettetevi una mano sulla coscienza, immaginate la stanchezza, il trambusto e chiedetevi se è il caso di giudicarci per non aver portato a termine il percorso!!! Avanti, fatelo!

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Dopo 3 giorni belli pieni, siamo ripartiti per la penisola di Cape Code, ancora Massachusetts (anche se io ancora non mi capacito che non si tratti di Rhode Island e tutte le volte che ne parlo devo andare a controllare!!!), dove abbiamo soggiornato a Hyannis, al Cape Codder Resort (senza infamia, nè lode). Forse sarebbe stato più carina come esperienza se non avessero riempito ogni bacheca di avvisi allarmisti circa la possibilità di trovare delle cimidi dei letti nelle lenzuola. Il giorno successivo, abbiamo visto le foche al Race Point Lighthouse insieme a uno dei tramonti più spettacolari di sempre, cenato a Provincetown, cittadina famosa, tra le altre cose, per aver dato i natali al Gay Pride (che lì si svolge ininterrottamente praticamente per tutto agosto), che è carina, colorata, folcloristica, vivace…. ammirato paesaggi da film e fotografato alcune delle più alte dune della costa. Tutto molto piacevole ma, per i nostri gusti, non all’altezza di Boston, né gli Stati interni visitati fino a quel punto del viaggio… Non siamo riusciti a visitare le isole anche se Martha’s Vineyard ci ispirava moltissimo e avremmo avuto tempo di andarci, ma abbiamo preferito fermarci mezza giornata in spiaggia in zona Dennis Port… io mi sono ustionata così tanto che piangevo dal male……. del resto, se passo un’intera mattinata con i piedi a mollo e senza crema, non posso mica pretendere di uscirne illesa, no?!? Le spiagge lì sono interminabili, il cielo sembra dipinto da un impressionista e ogni signora del luogo ti ricorda l’arguta, nonché un po’ “iettante”, Signora Fletcher. Piacevole ma non irripetibile.

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Quei profili che increspano la superficie dell’Oceano sono foche!!! Passavano, rallentavano, osservavano curiose i turisti e proseguivano…

 

Da lì ci siamo spostati alla più grande scoperta della nostra vacanza (oltre al Vermont, chiaro!): Newport, Rhode Island, che ci ha lasciato a bocca aperta.

La perla assoluta di quella tappa è stato senza dubbio il Viking Hotel. Ora, noi abbiamo fatto diversi safari in Africa e alcuni dei lodge dove abbiamo dormito erano stratosferici, ma nulla ci aveva preparato al Vikings. Nel 2014, il cambio era molto più favorevole di ora e ne abbiamo approfittato per toglierci qualche sfizio (diciamo che poi abbiamo mangiato pane e salame per un anno intero per rientrare dalle spese folli di questo viaggio). Un nostro amico, che fa il consulente di viaggio in un’agenzia di Milano (ci appoggiamo a lui per tutte le prenotazioni di viaggi del genere perché, seguendo le nostre indicazioni su mete e tappe degli on the road, riesce sempre a scovare le tariffe migliori in posti fighi grazie ai suoi “potenti mezzi”), ci ha proposto questa struttura senza avvisarci del livello complessivo del posto. Quando siamo arrivati davanti all’hotel, siamo rimasti a bocca aperta. Abbiamo pensato di aver sbagliato posto. Ci sembrava di essere in un film ambientato ai tempi di Sabrina e di essere dei ricchi industriali americani, in vacanza in quello che è il rifugio dei newyorkesi colti, benestanti, dalle ruspanti carriere o dalle nobili origini europee.

Anche se abbiamo avuto la tentazione di passare tutta la giornata dentro al Vikings, ci siamo fatti forza e abbiamo visitato la cittadina e, soprattutto, la Cliff Walk. Ogni proprietà incontrata lungo questa passeggiata a picco sull’Oceano ci ha fatto sognare gli sfarzi dei decenni passati in cui, quelle stesse dimore, erano teatro di scintillanti party e sontuose esistenze. Noi abbiamo visitato la più celebre, l’inimitabile e irraggiungibile The Breakers. Tutti gli altri edifici hanno fatto a gara per superarla, ma nessun’altra storica famiglia è riuscita a superare i Vanderbilt degli anni d’oro.

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Al termine della visita, molto ben organizzata, ci siamo seduti nel parco della proprietà e, per caso, lì abbiamo trovato un peluche, nuovissimo, con tanto di cartellino, del simpaticissimo Tiny, the T-Rex, probabilmente perso da qualche bambino in visita alla villa. Lo abbiamo adottato, facendolo diventare la mascotte di ogni nostro viaggio e immaginandolo come un post adolescente un po’ viziato e lamentoso che non è mai felice delle nostre scelte in fatto di mete e di tipi di viaggi, e instaurando con lui folli dialoghi inventati. Lo so, è una cosa da pazzi, ma ci fa tanto ridere e ci fa sentire un po’ meno la mancanza dei nostri mici quando siamo lontani da casa. Inutile specificare che lo abbiamo chiamato… Vanderbilt! Sarà per questo che si è montato la testa?!? Un giorno mi piacerebbe scrivere dei suoi incredibili viaggi, reali e mentali…

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Dice che la villa è sua, ma secondo me non è così. Nel caso, potremmo chiedere un riscatto!
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Qui si cimenta con l’interpretazione della celeberrima scena del primo Jurassic Park, quando il T-Rex rincorre l’auto e un ferito e fichissimo Jeff Goldbloom lo vedo avvicinarsi dal finestrino. Perdonatelo, è un burlone…

Infine, attraversando il Connecticut senza fermarci se non per una sosta veloce, siamo arrivati a New York, dove abbiamo lasciato l’auto e raggiunto in taxi l’hotel che avevamo prenotato autonomamente (The GEM Hotel Chelsea). Per me era tassativo evitare di dormire in zona Times Square negli albergoni giganteschi e brulicanti di comitive e famiglie chiassose. Il nostro hotel era piccolo, meraviglioso e in una zona splendida. Aveva una terrazza raccolta e illuminata da una piccola fila di lucine e da cui si godeva di una splendida vista sull’Empire State Building. I nostri dopo cena newyorkesi li abbiamo trascorsi tutti lì, a riprenderci dalle fatiche delle giornate piene e a elaborare quanto visto in quelle due settimane e poco più di viaggio. Ai tempi, l’hotel era costato circa 800 euro per 5 notti; ora ne costa quasi il doppio. Inavvicinabile! E’ stato bello averne approfittato nel momento opportuno.

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A NYC siamo arrivati in mattinata e siamo ripartiti in tarda serata trascorrendo quindi in città 6 giorni pieni. Se non si è mai stati nella Grande Mela, e ci si approda dopo aver trascorso due settimane nel New England, avviso che si potrebbe rimanere fortemente spiazzati. So di averlo già scritto in un altro articolo, ma ripensando al primo impatto con Manhattan per scrivere questo, mi sembra di avvertire ancora fortissima quella sensazione altamente disturbante e destabilizzante che mi ha colto, come un sogno che finisce bruscamente al suono della sveglia mattutina. Un orrore! Al nord tutto è tranquillo, calmo, curato, profumato… a misura d’uomo. La furia degli elementi (gli acquazzoni, la nebbia, l’Oceano impetuoso…) non riescono a togliere quella patina fiabesca al contesto. La scontrosità degli abitanti del Maine e la diffidenza di quelli del New Hampshire sembrano accoglienza e benevolenza rispetto all’indifferenza dell’abitante medio di New York che corre di qui e di lì senza sosta, tutto il giorno, che quasi ti calpesta senza accorgersi di averlo fatto. La città ti disorienta e ti infastidisce tantissimo anche se ci si prepara per anni per quell’incontro attraverso i mille film, romanzi, serie tv, fotografie. Io mi sono sentita sradicata. Tuttavia, dopo qualche ora di permanenza, ne comprendi la grandiosità e inizi a farne parte. Ti muovi insieme al flusso della folla, fermi i taxi al volo, non sbagli più la direzione della metropolitana, scegli al volo i ristoranti e i cafè in cui consumare i tuoi pasti senza sbagliare, azzecchi le strade come se le percorressi da sempre, riconosci gli edifici guardandone anche solo il portone di ingresso… insomma, tu diventi New York e New York diventa te. E’ grandioso. La prospettiva del viaggio cambia come cambiano i colori con i quali percepisci la realtà. Le fotografie non sono più a colori, ma diventano in bianco e nero, in modo naturale. Sotto pelle avverti come delle piccole scariche elettriche e la smania di vedere, di fare, di visitare, di vivere l’Empire City ti prende e non puoi fare a meno di assecondarla. Diventi urbano e cosmopolita come tutto ciò che ti circonda.

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Chi è arrivato fin qui nella lettura di questo post forse è in procinto di partire per il New England, forse ha già prenotato tutto o forse no. Per essere utile fino in fondo, allora, preciso che, di tutto quello visitato, io rifarei tutto aggiungendo, probabilmente, una notta sulla costa del Maine, in zona Portland o una nella zona dei laghi a Wolfeboro, incrociando le dita e pregando per un tempo un po’ più clemente.

Per risparmiare qualcosa sugli alloggi, ci sono i Motel 6. E’ forse la catena più economica degli USA e ha una qualità accettabile. Noi non ci siamo stati, ma dovrebbero essercene anche nella zona e dicono che abbiano un rapporto qualità/prezzo sostenibile. Del resto, dopo il famigerato Parker’s (che su Booking ha un punteggio di ben 8.0 – pazzi!!!!!!!), penso che neppure il Bates Motel ci possa fare più né caldo, né freddo. Quindi, avete prenotato? Che aspettate a farlo? Il New England e la Grande Mela aspettano solo voi… Portate loro i miei saluti e tranquillizzateli: torneremo, prima o poi.

PS: voglio ringraziare Claudia di Voce del Verbo Partire. Questo post è nato da una mail che stavo scrivendo a lei per raccontarle del nostro itinerario. Mi è venuto in mente che avrei potuto farne un articolo per il blog e gliel’ho accennato. Mi ha motivata così tanto che è riuscita a farmi fare qualcosa che non ho avuto voglia tempo di realizzare in 3 anni e mezzo: condividere itinerario e impressioni. E’ stato facilissimo oggi farlo, in un pomeriggio, scrivendo di getto tutto questo. Un po’ meno semplice è stato scegliere le fotografie. E’ passato troppo tempo, io sono cambiata, il mio modo di fotografare, anche. Ho dovuto impegnarmi per cercare scatti che mi rappresentassero allora e che lo facciano tutt’ora. Spero di esserci riuscita, non ne sono convinta.

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Mare, scazzo totale e sangria

Era il 2010 e noi eravamo tanto svampite.

Siamo arrivate all’estate con una gran voglia di partire ma con tanti dubbi e qualche criticità: io ero l’ultima arrivata in un ufficio di stronzi che mai avrebbero mollato la presa sulle settimane clou di agosto al momento di stabilire le ferie, mentre Debi stava per cambiare vita e lavoro; soldi non ce ne erano molti, giorni a disposizione ancora meno.

Da meno di un anno vivevo da sola, avevo lasciato pochi mesi prima il mio gatto a casa da solo per la prima volta (con vari baby sitter ad accudirlo) e quando sono rientrata l’ho trovato dimagrito, depresso e con chiazze di pelo perso qua e là per lo stress. Debi doveva gestire la chiusura dell’azienda in cui lavorava e un manipolo di colleghe che si erano riprodotte e che pertanto pareva avessero conquistato il diritto di scegliere come disporre dei giorni di vacanza di tutto l’ufficio.

Dopo millemila calcoli-calendario-alla-mano, abbiamo deciso che sì, non ce ne fregava una beata fava e che saremmo partite comunque! Leonida sarebbe andato in villeggiatura dalla nonna, i soldi li avremmo recuperati – forse – più avanti, le colleghe di Debi si sarebbero arrangiate anche senza di lei compensando il trauma dell’assenza della collega con le gioie della maternità e le mie potevano andare tutte al diavolo tanto erano in ogni caso delle iene maledette!

La meta l’avevamo ben chiara in testa: Andalusia!

Saremmo partite in luglio e sarebbe stato il primo viaggio on the road da “adulte”, il primo fly and drive organizzato in solitaria.

Bene, come avremmo fatto a gestirci? Debi è tuttora convinta di non aver alcun senso dell’orientamento e ha paura di perdersi anche dentro al supermercato di fiducia; io ho una vaga idea delle distanze che sulla scorta del <<Ma sì, tanto sono di strada….>> mi porta a considerare centinaia di km di distanza come se fossero il giro di un isolato sul pullman di linea.

Ci siamo trovate a metà strada: Andalusia! Rimaniamo focalizzate sull’Andalusia! Non divaghiamo! Niente Madrid e Barcellona o Valencia… ma almeno, tutta l’Andalusia!

In una perfetta divisione dei compiti e dei soldi, una ha prenotato i voli e qualche hotel, l’altra il noleggio dell’auto, i biglietti per l’Alhambra e il resto degli alloggi.

Arrivati a destinazione, l’impresa di far entrare nel portabagagli le nostre enormi valigie è stata seconda solo all’ambizione di rendere quell’esperienza all’altezza delle aspettative che avevamo. Ma siamo riuscite in entrambe le imprese!

Il viaggio si è rivelato il più divertente e scanzonato della mia esistenza.

La voglia di ridere delle piccole cose, il desiderio di vedere il più possibile senza però farne una questione personale qualora avessimo dovuto lasciarci dietro qualche tappa, la necessità di gustarci quel momento sapendo che molte cose stavano cambiando, hanno reso quella manciata di giorni davvero speciali. Rigeneranti, direi.

Ricordo i tentativi di parlare spagnolo con i locali senza aver mai studiato mezza parola, il disperato tentativo di guidare nel centro storico di Siviglia, la sbronza sul Ponte Romano di Cordoba, le implorazioni al tassista di Gibilterra perché ci desse un passaggio nonostante avesse già la corsa prenotata, il vento di Tarifa che ci voleva portare via, la meraviglia di fronte ai giardini dell’Alhambra, la calura impressionante di Siviglia.

Siamo state così grandi e fortunate da aver assistito alla vittoria della Spagna nel Mondiale di calcio. Come dimenticare la serata di abbracci, lacrime di gioia, brindisi, trenini in perfetto stile Disco Samba con gli altri avventori del ristorante in cui abbiamo cenato assistendo alla partita e i gadget della nazionale che volavano qua e là come se piovesse?!? Ci siamo dette che il destino aveva combinato quella vittoria per rendere ancora più perfetti quei giorni.

Alla fine della vacanza avevamo i piedi rovinati dalle scarpe sbagliate, la pelle completamente ustionata, un tasso alcolemico fisso su livelli preoccupanti e i portafogli svuotati da tutto quanto abbiamo deciso di fare per rientrare nell’ordine auto imposto del “non farci mancare nulla”.

Avevamo gli addominali doloranti per il troppo ridere e gli occhi perennemente lucidi per lo stesso, identico motivo…

Che nostalgia…

A breve ci tornerò con una compagnia e una testa diversa.

Sono consapevole che non troverò più quel “mare, scazzo totale e sangria”, ma va bene così.

E’ stata un’esperienza mitica e mistica e cercare di ripeterla la scimmiotterebbe solo per andare incontro a una delusione certa.

Io sono diversa pertanto anche quel luogo mi sembrerà un altro. Lo so già.

Ho visto tanti altri posti da allora. Sono successe tante cose, ho superato moltissimi ostacoli in giro per la parte di mondo che ho fortunatamente già visitato. Sono stata in luoghi che mai avrei pensato di visitare e ho trovato il compagno di viaggio migliore che potessi sperare di incontrare.

Sono passata oltre, ma l’estate di quelle due amiche perse, deliranti ed invaghite della vita e di quel luogo splendido sarà per sempre capace di farmi involontariamente sorridere al solo pensarci.

 

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La Namibia, ogni giorno, in poche righe e qualche foto

CHI INFREDDOLITO COMINCIA…

L’emozione, l’ansia da partenza, il sonno che non si è fatto vedere, i meno 3 gradi allo sbarco dall’aereo, l’attesa per l’auto… ero intirizzita e totalmente rincoglionita. Avrei voluto vedere la terra rossa sotto il nostro aeroplano, ma la notte dell’inverno australe si è mangiata tutto facendoci avvertire la sensazione di aver toccato terra solo quando il velivolo ha bruscamente strattonato.

La terrazza del lodge appena fuori Windhoek ci offre una vista super sulla valle e sulla città e ci invoglia a lanciarci alla scoperta della strana combinazione di cui avevamo già avuto sentore in aeroporto. Andare a procacciarci cibo e qualcosa di più pesante da indossare sotto i vestiti è la scusa perfetta per abbandonare ogni riserva e pigrizia e partire alla volta del centro. La capitale è molto bella e molto pulita, ma tutto quel fil di ferro sopra le recinzioni delle stupende ville dei quartieri bianchi ti fanno chiedere come si possa sostenere che l’apartheid non esiste più.

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IL GATE DEL DESERTO

Ci siamo spostati verso il deserto. Il viaggio è stato lungo ma meno impegnativo del previsto. La Namibia si è aperta davanti ai nostri occhi e noi ci siamo entrati. Chilometri e chilometri di strada sterrata in cui si pensa più volte di aver visto tutto e poi il tutto cambia e diventa altro.

Ad un certo punto si arriva a Solitaire. Una stazione di servizio, un piccolo lodge, un museo di cose vintage collezionate qua e là e sparse per la piccola area, una pasticceria tedesca in cui lavorano ormai soltanto ragazzi di colore. La loro apple pie non è la miglior torta di mele mangiata nella mia vita, ma è senz’altro quella che mi ricorderò essere come la più speciale. Buona, semplice e genuina. Come il luogo in cui viene preparata. Un nuovo significato per il concetto di “oasi”.

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DEADVLEI

Siamo partiti  che era ancora notte. Ne è valsa la pena perché eravamo i primi, là davanti ai cancelli di Sesriem.  La smania di entrare ci ha impedito di dormire.

Una volta entrati, abbiamo superato la Duna 45 e l’abbiamo lasciata agli altri. A noi interessava la Deadvlei. Volevamo vederla in solitaria, senza il vociare degli altri turisti, senza la loro presenza nelle nostre fotografie… Abbiamo fatto colazione seduti per terra nel silenzio più totale. Oh sì, gli altri sono arrivati, ma il posto è così mistico che un religioso silenzio e un grande rispetto hanno reso la condivisione di questo luogo speciale la vera chicca della giornata.

“Deadvlei” significa “lago morto”. Io l’ho trovato pieno di vita. Ci sono delle piante che ancora sopravvivono, degli insettini, delle orme di sciacalli, fennec e altri animali, uccellini e lucertoline e tanti, tanti turisti. Gente che si alza prima dell’alba per entrare nel parco quando il sole sta sorgendo, che si fa una cinquantina di km, prende una navetta, scala la duna più alta del mondo e poi si lascia cadere giù a rotta di collo verso la valle. Sotto ci sono i tronchi quasi millenari di queste acacie ormai fossilizzate. C’è il terreno calcareo, candido e brillante. Attorno c’è la sabbia color albicocca.

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QUANDO IL NULLA É DAVVERO NULLA

Guidare, guidare, guidare. Guardi a destra, guardi a sinistra. Da entrambe le parti non c’è niente. Ti viene quasi paura perché hai preso una strada che in realtà non avresti potuto percorrere. Ok, va bene… sono poco più di una ventina di km, ma non c’è anima viva e se ti capita qualcosa puoi solo metterti a pregare…. o a camminare sperando che il caldo e gli animali selvatici ti risparmino.

La strada ti fa sussultare. Vorresti fotografare tutto per testimoniare la condizione in cui ti trovi, ma non sai cosa fotografare perché non c’è nessun punto di riferimento su cui puntare l’obiettivo. E allora continui ad andare fino a quando ti ritrovi davanti ad una pianta che ha 1500 anni o ad una zona chiamata Moon Landscape e pensi “finalmente qualcosa di confortante!”…

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TRA DESERTO E OCEANO

Nulla può preparare a trovarsi in mezzo a due elementi naturali così opposti e così grandiosi.

Da una parte le alte dune del deserto del Namib, dall’altra l’imperioso oceano. E tu sei lì, in mezzo. Ci passi senza poter in nessun modo lasciare il segno in questa guerra in cui il vento e la nebbia sembrano dare man forte ora ad uno, ora all’altro contendente.

Sembra surreale, pare fuori posto. La sabbia e la salsedine e il loro gioco a rincorrersi destabilizzano. Perdi l’equilibrio, quello fisico e quello mentale. Ti rimarranno addosso a lungo.

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RITORNO A CASA

Lasciamo la costa per l’interno. Il paesaggio desolante della Skeleton, immerso in una fittissima nebbia, grida il proprio nome trasportato dal vento. I relitti delle navi abbandonati sul bagnasciuga sono una delle cose più allegre di questo tratto di strada.

E’ quasi un trauma arrivare nel Damaraland, pieno di vita, pieno di baracche e bestiame lungo la strada, pieno di verde e di dolci colline, pieno di Africa… Andiamo alla caccia di elefanti con un game drive organizzato dal lodge. Di bestioni con la proboscide non ne troviamo, ma di grande divertimento sì! Se fossimo stati più incuranti della sabbia sollevata dall’andatura brillante della nostra jeep, avremmo riso a crepapelle tutto il tempo facendo una grande scorpacciata di polvere.

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OPUWO

Paese che vai, usanze che trovi. Quanto è vero in Africa; quanto è vero in questo lembo di terra tra l’estremo nord e i deserti tutti namibiani. Un miscuglio di civiltà e culture diverse si riversano sulla strada  in cui le splendide donne himba passeggiano accanto alle fiere donne herero. Nello stesso luogo coesistono in perfetta armonia la quasi totale nudità e l’eredità del peso morale che impose i castigatissimi abiti di estrazione vittoriana.

Non abbiamo fatto neanche una foto a queste splendide donne. Ci siamo rifiutati, così come abbiamo accuratamente evitato di andare a visitare un villaggio. Il capo villaggio è libero di cacciare via i turisti nonostante i doni che portano, ma una volta che questi vengono accettati, alle donne del suo villaggio non è consentito sottrarsi agli sguardi indiscreti degli obiettivi fotografici.

La nostra è stata una scelta e, come tale, assolutamente personale. É stato bellissimo guardarli e essere guardati senza un congegno elettronico e gli specchi riflettenti di una camera.

 

MICI AFRICANI

C’è un altro modo per descrivere una delle emozioni più belle della proprio vita senza apparire stucchevoli?!? Non credo. Però sono convinta che quando accarezzerete un ghepardo con le vostre mani, lo sentirete fare le fusa, lo guarderete negli occhi mentre si stiracchia pigramente a 50 cm da voi e gli camminerete al fianco, un poco melensi lo diverrete anche voi.

Questo viaggio è stato pensato per questa giornata.

Trascorrere una notte in una fattoria che ha una riserva privata in cui vengono ricoverati e tenuti riparati ma allo stato selvatico ghepardi in difficoltà, è un sogno… ma poter interagire con i tre esemplari “domestici” salvati da un destino infame e cresciuti come dei mici di casa dalle amorevoli cure dei nostri ospiti, Tollie e Roeleen… beh… questo non ha prezzo! Quel tocco vale i soldi spesi per fare questo viaggio, vale i km percorsi per arrivare qui, vale la trepidante attesa di questi lunghi mesi, vale tutti i cambiamenti fatti per riuscire a fare tappa qui, vale…

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VIZIATI

Ok, siamo in Etosha. Dovremmo gioirne e un pochino è così. Ma ce la vogliamo tirare un pochino: abbiamo assistito alla grande migrazione in Tanzania, abbiamo abbracciato un’otaria simpaticissima e casinista, abbiamo coccolato tre ghepardi adulti…

L’Etosha è splendido per i suoi paesaggi, per le sue timide albe e gli infuocati tramonti ma chiamare questo “safari” è un po’ troppo.

Il Parco è grande come la Toscana e gli animali si fanno desiderare.

Ma la pozza del lodge ospita tutte le sere diversi rinoceronti neri che hanno evidenti problemi familiari e così si finisce spesso per assistere alla replica di un banchetto ufficiale di una famiglia italiana media, caciarona e complicata. Imperdibile!!!

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ODIO LA GENTE

La Namibia è uno degli Stati meno popolati al mondo. Ha una densità media di 2,5 abitanti per km. Cresce un po’ grazie al turismo ma questi è ben lontano dal fenomeno di massa presente, per esempio, in Kenya o a Zanzibar. Ora, tutto questo è indubbiamente un plus, il problema è che quando poi ti ritrovi di nuovo a contatto con un po’ di gente ti vengono degli istinti omicidi irrefrenabili.

La cosa peggiora sensibilmente quando, di notte, alla pozza del lodge, in estatica ammirazione per la natura che ti circonda e gli animali che si stanno abbeverando, sforzandoti di rimanere completamente immobile nonostante il gelo ed  i formicolii vari, arriva il gruppo dei turisti cafoni e irrispettosi che dei vari cartelli recanti la richiesta di rimanere in silenzio e non fare rumore ci si pulirebbero il deretano. Incazzata e impotente speri che le tue occhiate possano incenerire tutti all’istante ma dei poteri magici, ahimè non si vede l’ombra. Ci sono tanti, tantissimi stronzi: c’è la signora cinese che tira fuori qualsiasi cosa dallo zaino in comode rate per fare uno spuntino serale, c’è il signore tedesco che beve e rutta ogni volta che manda giù qualcosa, ci sono i campeggiatori con le loro torcette sopra alla testa che si dimenticano di spegnere, ci sono il gruppo delle x-enni giapponesi in crisi di mezza età che ridono come oche manco fossero al classico e triste spogliarello di un 8 Marzo qualsiasi, ci sono i ragazzi inglesi che sciabattano, i sudafricani anzianotti che non sono in grado di sussurrare e nel tentativo di farlo fanno più rumore che mai, ci sono gli austriaci che hanno affittato uno dei favolosi chalet fronte waterhole che decidono di riarredare il giardinetto esterno spostano tutti i mobili di ferro battuto senza sollevarli dal cemento, ci sono i tedeschi di kaki vestiti che fotografano qualsiasi cosa con il maledetto flash,… L’elenco è ancora lunghissimo ma, straordinariamente, per una volta, nei cafoni da safari non è presente neppure un italiano.

Questo è orgoglio nazionale!

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“ETOSHA” COSA?!?

Con il senno di poi è sempre facile rivedere itinerari ed escursioni, lo so… mi capita in ogni viaggio e questo non è diverso. Ma abbiamo lasciato l’apparentemente disabitata Etosha per dirigerci verso l’ultimo lodge che ci ospiterà in questa avventura.

Il Frans Indongo è fichissimo davvero: curato, chic, con una riserva privata senza predatori (ad esclusione degli sciacalli che ci terranno svegli con il loro ululato notturno) e un cuoco degno di nota!

Prima passiamo al CCF (Cheetah Conservation Fund) e ci rimaniamo molto più del previsto. Josephine, l’addetta a tante cose (dal pasto dei ghepardi all’accompagnamento degli ospiti, alla cassa del piccolo shop) ci chiede tante cose della nostra attività di volontariato con i gatti. Questa cosa ci fa sorridere: lei si occupa di 34 ghepardi in un centro famoso in tutto il mondo e con partnership ovunque e chiede a noi di vedere la pagina Facebook del gattile, ci si registra come followers e ci chiede di fare una foto insieme. Ma in quale film?!? Comunque, ci siamo innamorati di Ron che deve mangiare separato dalle sue sorelle, Harry (sì, Harry è una femmina….al centro erano un po’ confusi quando l’hanno chiamata così) e Hermione, perché ha un problema alla bocca ed è così lento nel masticare che rimarrebbe sempre senza cena.

Lui ci rimarrà nel cuore, come il sorriso di Josephine mentre parla dei gattoni che accudisce, come la bellezza di quella strada rossa attraversata continuamente da simpatiche famigliole di facoceri e dalle tipiche Guinea Fowls (per gli amici “tacchinelle a pois”) locali.

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ADOZIONI A DISTANZA

Nell’ultima giornata di viaggio, lungo la strada che ci porterà all’aeroporto, adottiamo e ci sentiamo adottati. Adottiamo Sam, ghepardo di 7 anni protetto e accudito nella riserva di Africat che lo ha accolto quando la famiglia che l’aveva adottato come gatto domestico senza essere in grado di prendersi adeguatamente cura di lui, si è lasciata convincere dal veterinario a dargli una possibilità per avere un vita serena e lunga donandolo all’associazione. Ai suoi due fratellini non è andata così bene e nel centro sono sopravvissuti poco più di un paio di mesi.

Ci sentiamo altresì adottati da Windhoek che attraversiamo nuovamente e di cui riconosciamo strade, edifici, negozi, insegne e dintorni. Passiamo davanti al nostro lodge, il primo di questa vacanza e rimpiangiamo la sensazione provata allora quando, infreddoliti dall’invernale alba namibiana ed esausti dalla scomoda notte in aereo, siamo entrati nella bellissima reception e ci è stato offerto un riparo e una colazione genuina ed appetitosa.

Ci mancherà la Namibia, ci mancherà l’Africa ma dobbiamo tornare a casa per partire nuovamente per altrove.

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