Tutti gli articoli di lostindestination

Viaggiatrice povera, fotografa inesperta, pasticciona tecnologica, gattodipendente. Rifletto sul senso della vita e raccolgo dettagli che fanno la differenza. Ricordi, impressioni, immagini, incontri.

Mare, scazzo totale e sangria

Era il 2010 e noi eravamo tanto svampite.

Siamo arrivate all’estate con una gran voglia di partire ma con tanti dubbi e qualche criticità: io ero l’ultima arrivata in un ufficio di stronzi che mai avrebbero mollato la presa sulle settimane clou di agosto al momento di stabilire le ferie, mentre Debi stava per cambiare vita e lavoro; soldi non ce ne erano molti, giorni a disposizione ancora meno.

Da meno di un anno vivevo da sola, avevo lasciato pochi mesi prima il mio gatto a casa da solo per la prima volta (con vari baby sitter ad accudirlo) e quando sono rientrata l’ho trovato dimagrito, depresso e con chiazze di pelo perso qua e là per lo stress. Debi doveva gestire la chiusura dell’azienda in cui lavorava e un manipolo di colleghe che si erano riprodotte e che pertanto pareva avessero conquistato il diritto di scegliere come disporre dei giorni di vacanza di tutto l’ufficio.

Dopo millemila calcoli-calendario-alla-mano, abbiamo deciso che sì, non ce ne fregava una beata fava e che saremmo partite comunque! Leonida sarebbe andato in villeggiatura dalla nonna, i soldi li avremmo recuperati – forse – più avanti, le colleghe di Debi si sarebbero arrangiate anche senza di lei compensando il trauma dell’assenza della collega con le gioie della maternità e le mie potevano andare tutte al diavolo tanto erano in ogni caso delle iene maledette!

La meta l’avevamo ben chiara in testa: Andalusia!

Saremmo partite in luglio e sarebbe stato il primo viaggio on the road da “adulte”, il primo fly and drive organizzato in solitaria.

Bene, come avremmo fatto a gestirci? Debi è tuttora convinta di non aver alcun senso dell’orientamento e ha paura di perdersi anche dentro al supermercato di fiducia; io ho una vaga idea delle distanze che sulla scorta del <<Ma sì, tanto sono di strada….>> mi porta a considerare centinaia di km di distanza come se fossero il giro di un isolato sul pullman di linea.

Ci siamo trovate a metà strada: Andalusia! Rimaniamo focalizzate sull’Andalusia! Non divaghiamo! Niente Madrid e Barcellona o Valencia… ma almeno, tutta l’Andalusia!

In una perfetta divisione dei compiti e dei soldi, una ha prenotato i voli e qualche hotel, l’altra il noleggio dell’auto, i biglietti per l’Alhambra e il resto degli alloggi.

Arrivati a destinazione, l’impresa di far entrare nel portabagagli le nostre enormi valigie è stata seconda solo all’ambizione di rendere quell’esperienza all’altezza delle aspettative che avevamo. Ma siamo riuscite in entrambe le imprese!

Il viaggio si è rivelato il più divertente e scanzonato della mia esistenza.

La voglia di ridere delle piccole cose, il desiderio di vedere il più possibile senza però farne una questione personale qualora avessimo dovuto lasciarci dietro qualche tappa, la necessità di gustarci quel momento sapendo che molte cose stavano cambiando, hanno reso quella manciata di giorni davvero speciali. Rigeneranti, direi.

Ricordo i tentativi di parlare spagnolo con i locali senza aver mai studiato mezza parola, il disperato tentativo di guidare nel centro storico di Siviglia, la sbronza sul Ponte Romano di Cordoba, le implorazioni al tassista di Gibilterra perché ci desse un passaggio nonostante avesse già la corsa prenotata, il vento di Tarifa che ci voleva portare via, la meraviglia di fronte ai giardini dell’Alhambra, la calura impressionante di Siviglia.

Siamo state così grandi e fortunate da aver assistito alla vittoria della Spagna nel Mondiale di calcio. Come dimenticare la serata di abbracci, lacrime di gioia, brindisi, trenini in perfetto stile Disco Samba con gli altri avventori del ristorante in cui abbiamo cenato assistendo alla partita e i gadget della nazionale che volavano qua e là come se piovesse?!? Ci siamo dette che il destino aveva combinato quella vittoria per rendere ancora più perfetti quei giorni.

Alla fine della vacanza avevamo i piedi rovinati dalle scarpe sbagliate, la pelle completamente ustionata, un tasso alcolemico fisso su livelli preoccupanti e i portafogli svuotati da tutto quanto abbiamo deciso di fare per rientrare nell’ordine auto imposto del “non farci mancare nulla”.

Avevamo gli addominali doloranti per il troppo ridere e gli occhi perennemente lucidi per lo stesso, identico motivo…

Che nostalgia…

A breve ci tornerò con una compagnia e una testa diversa.

Sono consapevole che non troverò più quel “mare, scazzo totale e sangria”, ma va bene così.

E’ stata un’esperienza mitica e mistica e cercare di ripeterla la scimmiotterebbe solo per andare incontro a una delusione certa.

Io sono diversa pertanto anche quel luogo mi sembrerà un altro. Lo so già.

Ho visto tanti altri posti da allora. Sono successe tante cose, ho superato moltissimi ostacoli in giro per la parte di mondo che ho fortunatamente già visitato. Sono stata in luoghi che mai avrei pensato di visitare e ho trovato il compagno di viaggio migliore che potessi sperare di incontrare.

Sono passata oltre, ma l’estate di quelle due amiche perse, deliranti ed invaghite della vita e di quel luogo splendido sarà per sempre capace di farmi involontariamente sorridere al solo pensarci.

 

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La Namibia, ogni giorno, in poche righe e qualche foto

CHI INFREDDOLITO COMINCIA…

L’emozione, l’ansia da partenza, il sonno che non si è fatto vedere, i meno 3 gradi allo sbarco dall’aereo, l’attesa per l’auto… ero intirizzita e totalmente rincoglionita. Avrei voluto vedere la terra rossa sotto il nostro aeroplano, ma la notte dell’inverno australe si è mangiata tutto facendoci avvertire la sensazione di aver toccato terra solo quando il velivolo ha bruscamente strattonato.

La terrazza del lodge appena fuori Windhoek ci offre una vista super sulla valle e sulla città e ci invoglia a lanciarci alla scoperta della strana combinazione di cui avevamo già avuto sentore in aeroporto. Andare a procacciarci cibo e qualcosa di più pesante da indossare sotto i vestiti è la scusa perfetta per abbandonare ogni riserva e pigrizia e partire alla volta del centro. La capitale è molto bella e molto pulita, ma tutto quel fil di ferro sopra le recinzioni delle stupende ville dei quartieri bianchi ti fanno chiedere come si possa sostenere che l’apartheid non esiste più.

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IL GATE DEL DESERTO

Ci siamo spostati verso il deserto. Il viaggio è stato lungo ma meno impegnativo del previsto. La Namibia si è aperta davanti ai nostri occhi e noi ci siamo entrati. Chilometri e chilometri di strada sterrata in cui si pensa più volte di aver visto tutto e poi il tutto cambia e diventa altro.

Ad un certo punto si arriva a Solitaire. Una stazione di servizio, un piccolo lodge, un museo di cose vintage collezionate qua e là e sparse per la piccola area, una pasticceria tedesca in cui lavorano ormai soltanto ragazzi di colore. La loro apple pie non è la miglior torta di mele mangiata nella mia vita, ma è senz’altro quella che mi ricorderò essere come la più speciale. Buona, semplice e genuina. Come il luogo in cui viene preparata. Un nuovo significato per il concetto di “oasi”.

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DEADVLEI

Siamo partiti  che era ancora notte. Ne è valsa la pena perché eravamo i primi, là davanti ai cancelli di Sesriem.  La smania di entrare ci ha impedito di dormire.

Una volta entrati, abbiamo superato la Duna 45 e l’abbiamo lasciata agli altri. A noi interessava la Deadvlei. Volevamo vederla in solitaria, senza il vociare degli altri turisti, senza la loro presenza nelle nostre fotografie… Abbiamo fatto colazione seduti per terra nel silenzio più totale. Oh sì, gli altri sono arrivati, ma il posto è così mistico che un religioso silenzio e un grande rispetto hanno reso la condivisione di questo luogo speciale la vera chicca della giornata.

“Deadvlei” significa “lago morto”. Io l’ho trovato pieno di vita. Ci sono delle piante che ancora sopravvivono, degli insettini, delle orme di sciacalli, fennec e altri animali, uccellini e lucertoline e tanti, tanti turisti. Gente che si alza prima dell’alba per entrare nel parco quando il sole sta sorgendo, che si fa una cinquantina di km, prende una navetta, scala la duna più alta del mondo e poi si lascia cadere giù a rotta di collo verso la valle. Sotto ci sono i tronchi quasi millenari di queste acacie ormai fossilizzate. C’è il terreno calcareo, candido e brillante. Attorno c’è la sabbia color albicocca.

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QUANDO IL NULLA É DAVVERO NULLA

Guidare, guidare, guidare. Guardi a destra, guardi a sinistra. Da entrambe le parti non c’è niente. Ti viene quasi paura perché hai preso una strada che in realtà non avresti potuto percorrere. Ok, va bene… sono poco più di una ventina di km, ma non c’è anima viva e se ti capita qualcosa puoi solo metterti a pregare…. o a camminare sperando che il caldo e gli animali selvatici ti risparmino.

La strada ti fa sussultare. Vorresti fotografare tutto per testimoniare la condizione in cui ti trovi, ma non sai cosa fotografare perché non c’è nessun punto di riferimento su cui puntare l’obiettivo. E allora continui ad andare fino a quando ti ritrovi davanti ad una pianta che ha 1500 anni o ad una zona chiamata Moon Landscape e pensi “finalmente qualcosa di confortante!”…

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TRA DESERTO E OCEANO

Nulla può preparare a trovarsi in mezzo a due elementi naturali così opposti e così grandiosi.

Da una parte le alte dune del deserto del Namib, dall’altra l’imperioso oceano. E tu sei lì, in mezzo. Ci passi senza poter in nessun modo lasciare il segno in questa guerra in cui il vento e la nebbia sembrano dare man forte ora ad uno, ora all’altro contendente.

Sembra surreale, pare fuori posto. La sabbia e la salsedine e il loro gioco a rincorrersi destabilizzano. Perdi l’equilibrio, quello fisico e quello mentale. Ti rimarranno addosso a lungo.

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RITORNO A CASA

Lasciamo la costa per l’interno. Il paesaggio desolante della Skeleton, immerso in una fittissima nebbia, grida il proprio nome trasportato dal vento. I relitti delle navi abbandonati sul bagnasciuga sono una delle cose più allegre di questo tratto di strada.

E’ quasi un trauma arrivare nel Damaraland, pieno di vita, pieno di baracche e bestiame lungo la strada, pieno di verde e di dolci colline, pieno di Africa… Andiamo alla caccia di elefanti con un game drive organizzato dal lodge. Di bestioni con la proboscide non ne troviamo, ma di grande divertimento sì! Se fossimo stati più incuranti della sabbia sollevata dall’andatura brillante della nostra jeep, avremmo riso a crepapelle tutto il tempo facendo una grande scorpacciata di polvere.

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OPUWO

Paese che vai, usanze che trovi. Quanto è vero in Africa; quanto è vero in questo lembo di terra tra l’estremo nord e i deserti tutti namibiani. Un miscuglio di civiltà e culture diverse si riversano sulla strada  in cui le splendide donne himba passeggiano accanto alle fiere donne herero. Nello stesso luogo coesistono in perfetta armonia la quasi totale nudità e l’eredità del peso morale che impose i castigatissimi abiti di estrazione vittoriana.

Non abbiamo fatto neanche una foto a queste splendide donne. Ci siamo rifiutati, così come abbiamo accuratamente evitato di andare a visitare un villaggio. Il capo villaggio è libero di cacciare via i turisti nonostante i doni che portano, ma una volta che questi vengono accettati, alle donne del suo villaggio non è consentito sottrarsi agli sguardi indiscreti degli obiettivi fotografici.

La nostra è stata una scelta e, come tale, assolutamente personale. É stato bellissimo guardarli e essere guardati senza un congegno elettronico e gli specchi riflettenti di una camera.

 

MICI AFRICANI

C’è un altro modo per descrivere una delle emozioni più belle della proprio vita senza apparire stucchevoli?!? Non credo. Però sono convinta che quando accarezzerete un ghepardo con le vostre mani, lo sentirete fare le fusa, lo guarderete negli occhi mentre si stiracchia pigramente a 50 cm da voi e gli camminerete al fianco, un poco melensi lo diverrete anche voi.

Questo viaggio è stato pensato per questa giornata.

Trascorrere una notte in una fattoria che ha una riserva privata in cui vengono ricoverati e tenuti riparati ma allo stato selvatico ghepardi in difficoltà, è un sogno… ma poter interagire con i tre esemplari “domestici” salvati da un destino infame e cresciuti come dei mici di casa dalle amorevoli cure dei nostri ospiti, Tollie e Roeleen… beh… questo non ha prezzo! Quel tocco vale i soldi spesi per fare questo viaggio, vale i km percorsi per arrivare qui, vale la trepidante attesa di questi lunghi mesi, vale tutti i cambiamenti fatti per riuscire a fare tappa qui, vale…

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VIZIATI

Ok, siamo in Etosha. Dovremmo gioirne e un pochino è così. Ma ce la vogliamo tirare un pochino: abbiamo assistito alla grande migrazione in Tanzania, abbiamo abbracciato un’otaria simpaticissima e casinista, abbiamo coccolato tre ghepardi adulti…

L’Etosha è splendido per i suoi paesaggi, per le sue timide albe e gli infuocati tramonti ma chiamare questo “safari” è un po’ troppo.

Il Parco è grande come la Toscana e gli animali si fanno desiderare.

Ma la pozza del lodge ospita tutte le sere diversi rinoceronti neri che hanno evidenti problemi familiari e così si finisce spesso per assistere alla replica di un banchetto ufficiale di una famiglia italiana media, caciarona e complicata. Imperdibile!!!

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ODIO LA GENTE

La Namibia è uno degli Stati meno popolati al mondo. Ha una densità media di 2,5 abitanti per km. Cresce un po’ grazie al turismo ma questi è ben lontano dal fenomeno di massa presente, per esempio, in Kenya o a Zanzibar. Ora, tutto questo è indubbiamente un plus, il problema è che quando poi ti ritrovi di nuovo a contatto con un po’ di gente ti vengono degli istinti omicidi irrefrenabili.

La cosa peggiora sensibilmente quando, di notte, alla pozza del lodge, in estatica ammirazione per la natura che ti circonda e gli animali che si stanno abbeverando, sforzandoti di rimanere completamente immobile nonostante il gelo ed  i formicolii vari, arriva il gruppo dei turisti cafoni e irrispettosi che dei vari cartelli recanti la richiesta di rimanere in silenzio e non fare rumore ci si pulirebbero il deretano. Incazzata e impotente speri che le tue occhiate possano incenerire tutti all’istante ma dei poteri magici, ahimè non si vede l’ombra. Ci sono tanti, tantissimi stronzi: c’è la signora cinese che tira fuori qualsiasi cosa dallo zaino in comode rate per fare uno spuntino serale, c’è il signore tedesco che beve e rutta ogni volta che manda giù qualcosa, ci sono i campeggiatori con le loro torcette sopra alla testa che si dimenticano di spegnere, ci sono il gruppo delle x-enni giapponesi in crisi di mezza età che ridono come oche manco fossero al classico e triste spogliarello di un 8 Marzo qualsiasi, ci sono i ragazzi inglesi che sciabattano, i sudafricani anzianotti che non sono in grado di sussurrare e nel tentativo di farlo fanno più rumore che mai, ci sono gli austriaci che hanno affittato uno dei favolosi chalet fronte waterhole che decidono di riarredare il giardinetto esterno spostano tutti i mobili di ferro battuto senza sollevarli dal cemento, ci sono i tedeschi di kaki vestiti che fotografano qualsiasi cosa con il maledetto flash,… L’elenco è ancora lunghissimo ma, straordinariamente, per una volta, nei cafoni da safari non è presente neppure un italiano.

Questo è orgoglio nazionale!

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“ETOSHA” COSA?!?

Con il senno di poi è sempre facile rivedere itinerari ed escursioni, lo so… mi capita in ogni viaggio e questo non è diverso. Ma abbiamo lasciato l’apparentemente disabitata Etosha per dirigerci verso l’ultimo lodge che ci ospiterà in questa avventura.

Il Frans Indongo è fichissimo davvero: curato, chic, con una riserva privata senza predatori (ad esclusione degli sciacalli che ci terranno svegli con il loro ululato notturno) e un cuoco degno di nota!

Prima passiamo al CCF (Cheetah Conservation Fund) e ci rimaniamo molto più del previsto. Josephine, l’addetta a tante cose (dal pasto dei ghepardi all’accompagnamento degli ospiti, alla cassa del piccolo shop) ci chiede tante cose della nostra attività di volontariato con i gatti. Questa cosa ci fa sorridere: lei si occupa di 34 ghepardi in un centro famoso in tutto il mondo e con partnership ovunque e chiede a noi di vedere la pagina Facebook del gattile, ci si registra come followers e ci chiede di fare una foto insieme. Ma in quale film?!? Comunque, ci siamo innamorati di Ron che deve mangiare separato dalle sue sorelle, Harry (sì, Harry è una femmina….al centro erano un po’ confusi quando l’hanno chiamata così) e Hermione, perché ha un problema alla bocca ed è così lento nel masticare che rimarrebbe sempre senza cena.

Lui ci rimarrà nel cuore, come il sorriso di Josephine mentre parla dei gattoni che accudisce, come la bellezza di quella strada rossa attraversata continuamente da simpatiche famigliole di facoceri e dalle tipiche Guinea Fowls (per gli amici “tacchinelle a pois”) locali.

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ADOZIONI A DISTANZA

Nell’ultima giornata di viaggio, lungo la strada che ci porterà all’aeroporto, adottiamo e ci sentiamo adottati. Adottiamo Sam, ghepardo di 7 anni protetto e accudito nella riserva di Africat che lo ha accolto quando la famiglia che l’aveva adottato come gatto domestico senza essere in grado di prendersi adeguatamente cura di lui, si è lasciata convincere dal veterinario a dargli una possibilità per avere un vita serena e lunga donandolo all’associazione. Ai suoi due fratellini non è andata così bene e nel centro sono sopravvissuti poco più di un paio di mesi.

Ci sentiamo altresì adottati da Windhoek che attraversiamo nuovamente e di cui riconosciamo strade, edifici, negozi, insegne e dintorni. Passiamo davanti al nostro lodge, il primo di questa vacanza e rimpiangiamo la sensazione provata allora quando, infreddoliti dall’invernale alba namibiana ed esausti dalla scomoda notte in aereo, siamo entrati nella bellissima reception e ci è stato offerto un riparo e una colazione genuina ed appetitosa.

Ci mancherà la Namibia, ci mancherà l’Africa ma dobbiamo tornare a casa per partire nuovamente per altrove.

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Bordeaux val bene una visita

Bordeaux non è una meta molto considerata, soprattutto da chi non viaggia spesso o da chi non lascia le rotte più turistiche e famose. E, credetemi, è davvero un peccato!

Ci sono innumerevoli motivi per spingere chiunque a farci un giro e ho voluto riassumerli in un articolo in cui ognuno può cercare quello che sente più attrattivo. Io l’avrei scelta per ognuna di queste ragioni e infatti ci sono andata! 🙂

Il vino! Ce n’è tanto, scorre a fiumi, ed è buonissimo. Durante i nostri viaggi in Francia beviamo sempre il Bordeaux, volete che non lo abbiamo fatto nella terra da cui proviene?!? Ne assaggerete tanti, tantissimi.

Le piazze. Ce ne sono ovunque, per tutti i gusti, tutte diverse una dall’altra. Grandi ed eleganti o piccole e raccolte. La città vive nelle sue piazze, la città E’ le sue piazze.

I localini. Non ho mai visto così tante vinerie, bar, osterie, ristorantini, bistrot e brasserie tutte insieme. Avevo letto da qualche parte che ha una densità di locali impressionante, ma non avevo realizzato fino a che non ho dovuto scegliere dove consumare i miei pasti. Mai luogo ha rappresentato così bene il significato dell’espressione “imbarazzo della scelta”.

Gli studenti universitari. Sono ovunque e animano la città diffondendo un piacevole “caos” che arriva a coinvolgere anche il turista in visita.

I precedenti 4 elementi (vino+piazze+localini+studenti) conferiscono a Bordeaux l’atmosfera che la pervade in ogni vicolo e ad ogni ora del giorno e della notte: è una città incredibilmente viva che sembra non riposare mai e che ha un luogo speciale ed accogliente per tutti. La prossimità con i Paesi Baschi ci mette molto del suo e ci sono momenti in cui il dubbio di aver oltrepassato il confine è davvero forte.

Altri elementi che la rendono unica ed interessante sono:

La particolare urbanistica della città. E’ bassa, bassissima. Gli splendidi palazzi del centro storico non raggiungono i quattro piani e la periferia è piena di villette o di palazzine che arrivano ai due piani scarsi. Particolarissima. Arrivando in auto ed attraversandola non abbiamo capito di essere arrivati nel cuore della città perché non c’è mai un punto in cui i palazzi “si alzano”. Ci siamo accorti dal numero di persone nelle strade e dalla bellezza ed eleganza degli edifici.

La Gironda. Questo gigantesco fiume taglia in due la città e offre ai bordolesi uno splendido lungofiume trasformato in una passeggiata di qualche km dove sembra che tutti si siano dati appuntamento. Skater, ciclisti, famiglie con bambini, gruppi di ragazzi, signori anziani…. Lungo il Quai si riversano gli abitanti della zona e i turisti, tutti lì, a camminare insieme, negli assolati pomeriggi del fine settimana. La corrente, che ricorda quella impetuosa del fiume che corre a lato, ti trasporta in questa fiumana senza sosta e fine. Non sai se potrai fermarti ed interrompere il flusso e quindi continui a camminare fino a quando le gambe non ti fanno male; allora ci rinunci, addentrandoti tra gli edifici cittadini.

Il Miroir d’eau in Place du Bourse. Se non lo conoscete è inutile che ve lo descriva a parole. Cercate qualche immagine in rete o guardate quelle che ho postato io sotto questo articolo. Divertente e suggestivo. Da non perdere!

Il Marchè des Capucines. Splendido, nel quartiere Saint Michel (dove noi alloggiavamo). Non ha nulla da invidiare al nostro San Lorenzo fiorentino o al catalano Mercato della Boqueria. Ottimo anche per consumarci il pranzo del sabato o della domenica.

Il meteo ballerino dovuto dalla prossimità dell’Oceano Atlantico. C’è stato un giorno in cui mettevamo e toglievamo il cappuccio del piumino come se fossimo in preda ad una schizofrenia patologica. Metti, togli, metti, togli… E le nuvole e il sole sembrano fare a gara di chi resiste di più.

I dintorni di Bordeaux che però, da soli, meritano un articolo a loro dedicato…

NB: qui entra in gioco la mia vena organizzativa che proprio non riesco a tenere a bada: Bordeaux è il punto ideale per iniziare un viaggio ben più lungo nella Francia del Nord. La città è a un’ora e un quarto d’aereo da Milano e a 3 ore di auto da Nantes, nella Valle della Loira. Considerando l’itinerario che abbiamo percorso due estati fa ed escludendo Parigi dai 15 giorni di vacanza che abbiamo trascorso in quelle zone, con il senno di poi, mi sentirei di consigliare un itinerario Aquitania-Valle della Loira-Bretagna-Normandia con il drop off dell’auto a noleggio a Parigi e partenza in aereo verso casa dalla capitale per un totale di 1100 km circa senza considerare le mete intermedie tra un luogo di soggiorno e un altro. Assolutamente da fare!