La Namibia, ogni giorno, in poche righe e qualche foto

CHI INFREDDOLITO COMINCIA…

L’emozione, l’ansia da partenza, il sonno che non si è fatto vedere, i meno 3 gradi allo sbarco dall’aereo, l’attesa per l’auto… ero intirizzita e totalmente rincoglionita. Avrei voluto vedere la terra rossa sotto il nostro aeroplano, ma la notte dell’inverno australe si è mangiata tutto facendoci avvertire la sensazione di aver toccato terra solo quando il velivolo ha bruscamente strattonato.

La terrazza del lodge appena fuori Windhoek ci offre una vista super sulla valle e sulla città e ci invoglia a lanciarci alla scoperta della strana combinazione di cui avevamo già avuto sentore in aeroporto. Andare a procacciarci cibo e qualcosa di più pesante da indossare sotto i vestiti è la scusa perfetta per abbandonare ogni riserva e pigrizia e partire alla volta del centro. La capitale è molto bella e molto pulita, ma tutto quel fil di ferro sopra le recinzioni delle stupende ville dei quartieri bianchi ti fanno chiedere come si possa sostenere che l’apartheid non esiste più.

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IL GATE DEL DESERTO

Ci siamo spostati verso il deserto. Il viaggio è stato lungo ma meno impegnativo del previsto. La Namibia si è aperta davanti ai nostri occhi e noi ci siamo entrati. Chilometri e chilometri di strada sterrata in cui si pensa più volte di aver visto tutto e poi il tutto cambia e diventa altro.

Ad un certo punto si arriva a Solitaire. Una stazione di servizio, un piccolo lodge, un museo di cose vintage collezionate qua e là e sparse per la piccola area, una pasticceria tedesca in cui lavorano ormai soltanto ragazzi di colore. La loro apple pie non è la miglior torta di mele mangiata nella mia vita, ma è senz’altro quella che mi ricorderò essere come la più speciale. Buona, semplice e genuina. Come il luogo in cui viene preparata. Un nuovo significato per il concetto di “oasi”.

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DEADVLEI

Siamo partiti  che era ancora notte. Ne è valsa la pena perché eravamo i primi, là davanti ai cancelli di Sesriem.  La smania di entrare ci ha impedito di dormire.

Una volta entrati, abbiamo superato la Duna 45 e l’abbiamo lasciata agli altri. A noi interessava la Deadvlei. Volevamo vederla in solitaria, senza il vociare degli altri turisti, senza la loro presenza nelle nostre fotografie… Abbiamo fatto colazione seduti per terra nel silenzio più totale. Oh sì, gli altri sono arrivati, ma il posto è così mistico che un religioso silenzio e un grande rispetto hanno reso la condivisione di questo luogo speciale la vera chicca della giornata.

“Deadvlei” significa “lago morto”. Io l’ho trovato pieno di vita. Ci sono delle piante che ancora sopravvivono, degli insettini, delle orme di sciacalli, fennec e altri animali, uccellini e lucertoline e tanti, tanti turisti. Gente che si alza prima dell’alba per entrare nel parco quando il sole sta sorgendo, che si fa una cinquantina di km, prende una navetta, scala la duna più alta del mondo e poi si lascia cadere giù a rotta di collo verso la valle. Sotto ci sono i tronchi quasi millenari di queste acacie ormai fossilizzate. C’è il terreno calcareo, candido e brillante. Attorno c’è la sabbia color albicocca.

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QUANDO IL NULLA É DAVVERO NULLA

Guidare, guidare, guidare. Guardi a destra, guardi a sinistra. Da entrambe le parti non c’è niente. Ti viene quasi paura perché hai preso una strada che in realtà non avresti potuto percorrere. Ok, va bene… sono poco più di una ventina di km, ma non c’è anima viva e se ti capita qualcosa puoi solo metterti a pregare…. o a camminare sperando che il caldo e gli animali selvatici ti risparmino.

La strada ti fa sussultare. Vorresti fotografare tutto per testimoniare la condizione in cui ti trovi, ma non sai cosa fotografare perché non c’è nessun punto di riferimento su cui puntare l’obiettivo. E allora continui ad andare fino a quando ti ritrovi davanti ad una pianta che ha 1500 anni o ad una zona chiamata Moon Landscape e pensi “finalmente qualcosa di confortante!”…

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TRA DESERTO E OCEANO

Nulla può preparare a trovarsi in mezzo a due elementi naturali così opposti e così grandiosi.

Da una parte le alte dune del deserto del Namib, dall’altra l’imperioso oceano. E tu sei lì, in mezzo. Ci passi senza poter in nessun modo lasciare il segno in questa guerra in cui il vento e la nebbia sembrano dare man forte ora ad uno, ora all’altro contendente.

Sembra surreale, pare fuori posto. La sabbia e la salsedine e il loro gioco a rincorrersi destabilizzano. Perdi l’equilibrio, quello fisico e quello mentale. Ti rimarranno addosso a lungo.

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RITORNO A CASA

Lasciamo la costa per l’interno. Il paesaggio desolante della Skeleton, immerso in una fittissima nebbia, grida il proprio nome trasportato dal vento. I relitti delle navi abbandonati sul bagnasciuga sono una delle cose più allegre di questo tratto di strada.

E’ quasi un trauma arrivare nel Damaraland, pieno di vita, pieno di baracche e bestiame lungo la strada, pieno di verde e di dolci colline, pieno di Africa… Andiamo alla caccia di elefanti con un game drive organizzato dal lodge. Di bestioni con la proboscide non ne troviamo, ma di grande divertimento sì! Se fossimo stati più incuranti della sabbia sollevata dall’andatura brillante della nostra jeep, avremmo riso a crepapelle tutto il tempo facendo una grande scorpacciata di polvere.

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OPUWO

Paese che vai, usanze che trovi. Quanto è vero in Africa; quanto è vero in questo lembo di terra tra l’estremo nord e i deserti tutti namibiani. Un miscuglio di civiltà e culture diverse si riversano sulla strada  in cui le splendide donne himba passeggiano accanto alle fiere donne herero. Nello stesso luogo coesistono in perfetta armonia la quasi totale nudità e l’eredità del peso morale che impose i castigatissimi abiti di estrazione vittoriana.

Non abbiamo fatto neanche una foto a queste splendide donne. Ci siamo rifiutati, così come abbiamo accuratamente evitato di andare a visitare un villaggio. Il capo villaggio è libero di cacciare via i turisti nonostante i doni che portano, ma una volta che questi vengono accettati, alle donne del suo villaggio non è consentito sottrarsi agli sguardi indiscreti degli obiettivi fotografici.

La nostra è stata una scelta e, come tale, assolutamente personale. É stato bellissimo guardarli e essere guardati senza un congegno elettronico e gli specchi riflettenti di una camera.

 

MICI AFRICANI

C’è un altro modo per descrivere una delle emozioni più belle della proprio vita senza apparire stucchevoli?!? Non credo. Però sono convinta che quando accarezzerete un ghepardo con le vostre mani, lo sentirete fare le fusa, lo guarderete negli occhi mentre si stiracchia pigramente a 50 cm da voi e gli camminerete al fianco, un poco melensi lo diverrete anche voi.

Questo viaggio è stato pensato per questa giornata.

Trascorrere una notte in una fattoria che ha una riserva privata in cui vengono ricoverati e tenuti riparati ma allo stato selvatico ghepardi in difficoltà, è un sogno… ma poter interagire con i tre esemplari “domestici” salvati da un destino infame e cresciuti come dei mici di casa dalle amorevoli cure dei nostri ospiti, Tollie e Roeleen… beh… questo non ha prezzo! Quel tocco vale i soldi spesi per fare questo viaggio, vale i km percorsi per arrivare qui, vale la trepidante attesa di questi lunghi mesi, vale tutti i cambiamenti fatti per riuscire a fare tappa qui, vale…

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VIZIATI

Ok, siamo in Etosha. Dovremmo gioirne e un pochino è così. Ma ce la vogliamo tirare un pochino: abbiamo assistito alla grande migrazione in Tanzania, abbiamo abbracciato un’otaria simpaticissima e casinista, abbiamo coccolato tre ghepardi adulti…

L’Etosha è splendido per i suoi paesaggi, per le sue timide albe e gli infuocati tramonti ma chiamare questo “safari” è un po’ troppo.

Il Parco è grande come la Toscana e gli animali si fanno desiderare.

Ma la pozza del lodge ospita tutte le sere diversi rinoceronti neri che hanno evidenti problemi familiari e così si finisce spesso per assistere alla replica di un banchetto ufficiale di una famiglia italiana media, caciarona e complicata. Imperdibile!!!

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ODIO LA GENTE

La Namibia è uno degli Stati meno popolati al mondo. Ha una densità media di 2,5 abitanti per km. Cresce un po’ grazie al turismo ma questi è ben lontano dal fenomeno di massa presente, per esempio, in Kenya o a Zanzibar. Ora, tutto questo è indubbiamente un plus, il problema è che quando poi ti ritrovi di nuovo a contatto con un po’ di gente ti vengono degli istinti omicidi irrefrenabili.

La cosa peggiora sensibilmente quando, di notte, alla pozza del lodge, in estatica ammirazione per la natura che ti circonda e gli animali che si stanno abbeverando, sforzandoti di rimanere completamente immobile nonostante il gelo ed  i formicolii vari, arriva il gruppo dei turisti cafoni e irrispettosi che dei vari cartelli recanti la richiesta di rimanere in silenzio e non fare rumore ci si pulirebbero il deretano. Incazzata e impotente speri che le tue occhiate possano incenerire tutti all’istante ma dei poteri magici, ahimè non si vede l’ombra. Ci sono tanti, tantissimi stronzi: c’è la signora cinese che tira fuori qualsiasi cosa dallo zaino in comode rate per fare uno spuntino serale, c’è il signore tedesco che beve e rutta ogni volta che manda giù qualcosa, ci sono i campeggiatori con le loro torcette sopra alla testa che si dimenticano di spegnere, ci sono il gruppo delle x-enni giapponesi in crisi di mezza età che ridono come oche manco fossero al classico e triste spogliarello di un 8 Marzo qualsiasi, ci sono i ragazzi inglesi che sciabattano, i sudafricani anzianotti che non sono in grado di sussurrare e nel tentativo di farlo fanno più rumore che mai, ci sono gli austriaci che hanno affittato uno dei favolosi chalet fronte waterhole che decidono di riarredare il giardinetto esterno spostano tutti i mobili di ferro battuto senza sollevarli dal cemento, ci sono i tedeschi di kaki vestiti che fotografano qualsiasi cosa con il maledetto flash,… L’elenco è ancora lunghissimo ma, straordinariamente, per una volta, nei cafoni da safari non è presente neppure un italiano.

Questo è orgoglio nazionale!

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“ETOSHA” COSA?!?

Con il senno di poi è sempre facile rivedere itinerari ed escursioni, lo so… mi capita in ogni viaggio e questo non è diverso. Ma abbiamo lasciato l’apparentemente disabitata Etosha per dirigerci verso l’ultimo lodge che ci ospiterà in questa avventura.

Il Frans Indongo è fichissimo davvero: curato, chic, con una riserva privata senza predatori (ad esclusione degli sciacalli che ci terranno svegli con il loro ululato notturno) e un cuoco degno di nota!

Prima passiamo al CCF (Cheetah Conservation Fund) e ci rimaniamo molto più del previsto. Josephine, l’addetta a tante cose (dal pasto dei ghepardi all’accompagnamento degli ospiti, alla cassa del piccolo shop) ci chiede tante cose della nostra attività di volontariato con i gatti. Questa cosa ci fa sorridere: lei si occupa di 34 ghepardi in un centro famoso in tutto il mondo e con partnership ovunque e chiede a noi di vedere la pagina Facebook del gattile, ci si registra come followers e ci chiede di fare una foto insieme. Ma in quale film?!? Comunque, ci siamo innamorati di Ron che deve mangiare separato dalle sue sorelle, Harry (sì, Harry è una femmina….al centro erano un po’ confusi quando l’hanno chiamata così) e Hermione, perché ha un problema alla bocca ed è così lento nel masticare che rimarrebbe sempre senza cena.

Lui ci rimarrà nel cuore, come il sorriso di Josephine mentre parla dei gattoni che accudisce, come la bellezza di quella strada rossa attraversata continuamente da simpatiche famigliole di facoceri e dalle tipiche Guinea Fowls (per gli amici “tacchinelle a pois”) locali.

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ADOZIONI A DISTANZA

Nell’ultima giornata di viaggio, lungo la strada che ci porterà all’aeroporto, adottiamo e ci sentiamo adottati. Adottiamo Sam, ghepardo di 7 anni protetto e accudito nella riserva di Africat che lo ha accolto quando la famiglia che l’aveva adottato come gatto domestico senza essere in grado di prendersi adeguatamente cura di lui, si è lasciata convincere dal veterinario a dargli una possibilità per avere un vita serena e lunga donandolo all’associazione. Ai suoi due fratellini non è andata così bene e nel centro sono sopravvissuti poco più di un paio di mesi.

Ci sentiamo altresì adottati da Windhoek che attraversiamo nuovamente e di cui riconosciamo strade, edifici, negozi, insegne e dintorni. Passiamo davanti al nostro lodge, il primo di questa vacanza e rimpiangiamo la sensazione provata allora quando, infreddoliti dall’invernale alba namibiana ed esausti dalla scomoda notte in aereo, siamo entrati nella bellissima reception e ci è stato offerto un riparo e una colazione genuina ed appetitosa.

Ci mancherà la Namibia, ci mancherà l’Africa ma dobbiamo tornare a casa per partire nuovamente per altrove.

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21 pensieri su “La Namibia, ogni giorno, in poche righe e qualche foto”

  1. Che reportage meraviglioso Elena! L’ho divorato tutto d’un fiato sentendo insieme a te caldo-freddo, mi è arrivato persino il ronf ronf dei gattoni africani e allo stesso modo mi sono incazzata con te a sentire di quella turistaglia terribile. Non farci aspettare troppo con le prossime puntate! 😉 Ps: le foto con i particolari sono strepitose ❤

  2. Complimenti! Un reportage degno di una rivista di viaggi 😉 Sono stata in Namibia lo scorso novembre per 3 settimane, ho fatto un percorso molto simile al tuo e il tuo racconto ha saputo davvero rendere tutto quello che ho provato in viaggio. Concordo con L’OrsaNelCarro sula bellezza delle foto!

  3. Che bello questo resoconto! Mi ha dato l’impressione di essere lì con te su quelle dune. Che bellezza il Deadvlei, e chissà che emozione toccare un ghepardo – sembra un gattone.
    Un po’ meno bella la presenza di cinesi, tedeschi e inglesi maleducati, ma tutto sommato direi che il viaggio è andato benissimo 😍

  4. Splendido resoconto. Da quello che ho inteso i ghepardi sono più mansueti degli scoiattoli XD
    Un posto come la Namibia è nella lista dei luoghi che vorrei visitare. Un luogo deserto, dove si è veramente a contatto con sé stessi. Penso che ne potrei venire fuori ancora più astratta di quanto gia non sia.

  5. Mamma mia che Viaggio meraviglioso…foto eccezionali, paesaggi che tolgono il fiato. Questa Namibia inizia ad intrigarmi sempre di più. Dopo il Sud Africa che mi ha appena rubato il cuore, penso che questa possa essere la prossima meta!

  6. Questo diario è una poesia, un dono prezioso per il lettore.
    Il tuo racconto mi ha permesso di affacciarmi su luoghi dei quali conosco (purtroppo) molto poco e i tuoi scatti sono veramente bellissimi.
    ps Ho messo in lista, tra i desideri da realizzare, una carezza prolungata ai ghepardi.

Qualcosa da commentare?!?

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